Oggi qualcuno è passato di qua cercando su google "immagini di sequenze temporali sul basilico della montessori".
Non è mia abitudine, per la solita questione del tempo che manca, rispondere alle spesso interessanti, più spesso assurde, chiavi di ricerca che portano a questo blog, ma siccome sapevo esattamente dove si potesse trovare una sequenza sul basilico, la metto qui, nella speranza che quel qualcuno ci ripassi: Story Sequence Cards di Montessory for Everyone
Anch'io faccio spesso delle sequenze temporali, come quella dei fiori che vi ho mostrato qui, ma poi va a finire che resto talmente indietro con la stagione che non ha più molto senso proporle e me le tengo per me.
Nonostante le vostre elevate opinoni, la laurea honoris causa in pedagogia recentemente conferitami (del resto una laurea honoris causa, in Italia, non si nega a nessuno) e le vostre adulazioni (ma continuate, continuate pure...) in questo periodo non sono assolutamente in grado di scrivere dei post di senso compiuto, nè, per ora, di rispondere agli interessanti commenti.
Tanto vale che racconti qualche illuminante aneddoto a spizzichi e bocconi.
O, come direi io, a "spissìgul mignìgul", locuzione che, peraltro, non ha prodotto alcun risultato su google.
Dunque oggi io, la Minica ed il Minichino, dopo la scuola siamo andati in un posto da fighetti a prendere il gelato. Non che la nostra destinazione fosse la gelateria da fighetti, ma dovevamo andare da quelle parti per tutt'altro motivo e, dovendo aspettare, abbiamo pensato che 10 euro per due coppette e un tè freddo non erano propriamente ben spesi, ma li abbiamo spesi lo stesso.
Nella gelateria da fighetti, oltre a noi c'era una coppia di fighetti attempati, ma pur sempre fighetti, successivamente qualificatasi come nonni di un bambino successivamente quantificato in treenne.
Il bambino in questione stava attaccando degli adesivi su un album successivamente identificato come recente acquisto da parte della nonna, MA, bada bene, NON secondo le modalità previste dal realizzatore dell'album ovverosia il modo in cui le attaccherebbe un qualsiasi adulto.
Ora, chi conosce o frequenta i più o meno favolosi asili di Reggio Emilia o simili dovrebbe sapere che questo è esattamente ciò che differenzia un bambino, ancora capace di elaborare il suo pensiero in maniera non banale, ed un adulto già troppo condizionato per uscire dal percorso predefinito.
A meno di essere un genio o un pazzo o entrambi, s'intende.
Ora chi conosce o frequenta questo blog potrà facilmente immaginare come io ribollissi interiormente vedendo questa amorevole nonna guidare le manine del nipotino verso l'adesivo "giusto", girargli le pagine fino a trovare la pagina "giusta", indicargli in posto "giusto" dove incollarlo ed eventualmente staccarglielo e riposizionarglielo.
Ma compratene uno per te, se lo vuoi fare tu!
Ninete da fare, il nipotino recalcitrante non ne voleve sapere di fare tutte queste cose "giuste", per cui nell'ordine è stato:
1) definito incapace;
2) capriccioso;
3) intrattabile;
4) peggio di "quand'era piccolo" (perché adesso che è?) con la cameriera evidentemente interessata al problema;
5) minacciato di non ricevere più nulla in regalo
6) minacciato di venir privato dell'album a favore di "quella bambina là che è tanto brava".
Quella bambina là che è tanto brava, ha alzato gli occhi dal gelato alla fragola che stava sorbendo e li ha puntati sull'abum a mo' di radar, per cui ho dovuto spiegarle (sottovoce) che la signora stava scherzando e che l'album era e sarebbe rimasto del bambino.
Maledetta vecchia.
Mi aspettavo una raffica di perché e invece no.
Quella bambina là che oltre ad essere tanto brava era pure tanto bellina con la sua gonnellina bianca e la maglia rossa a pois si è rimessa a mangiare tutta compita, che le mancava solo il mignolo alzato.
Dopo un po' il terzetto se n'è andato.
Così non ha visto la reginetta del bon ton farsi due baffoni di gelato alla fragola bevendo dalla coppetta in finto vetro di Murano e finire pure il mio tè freddo col risucchio.
Tutto questo per dire qualcosa, ma esattamente non so che cosa.
Lunedì prenderò un aereo.
Da brava amante dei viaggi slow, non amo gli aerei.
Soprattutto perché ti costringono a correre per aspettare, correre per aspettare, correre per aspettare.
E poi a pensare a che diavolo potresti avere nella borsa che da quando hai preso l'ultimo aereo è assurta al ruolo di arma di distruzione di massa.
Tipo, che ne so, la tessera della biblioteca.
E poi perché anch'io sono vittima del fenomeno irrazionale per cui uno che prende tranquillamente la macchina, non è altrettanto tranquillo se deve prendere un'aereo, nonostante ci siano molte più probabilità di morire in un incidente d'auto che in un incidente aereo.
L'ultima volta che ho preso l'aereo avevo una panza di sette mesi e ci avevo dentro la Minica. Anzi, ho quasi volato più con la Minica nella panza che senza.
Stavolta le persone che rimarranno a terra sono addirittura tre.
La fastidiosa propensione non è, naturalmente, sfuggita a nessuno.
Alcuni trovano divertente questa nanerottola che parla come un'adulta..
Qualcuno invece la trova eccessiva e, in un dialogo surreale, si mette a ribattere punto su punto come se questa nanerottola FOSSE un'adulta.
A quel punto qualcun'altro si infastidisce. Io.
Ma questa è un'altra storia.
L'altro giorno, invece c'è stato un battibecco tra il Bambino (cinque anni e mezzo) e la Bambina (due anni e mezzo) e il bambino le ha detto di smettere di fare la maestrina.
La Bambina, che parla piuttosto male, ma le cose le capisce evidentemente molto bene ha risposto:
"Io no mae'tra. Io no mae'tra."
Pausa.
"Mi'ica mae'tra"
La Minica ha sempre mostrato una fastidiosa propensione a fare la maestrina (con una madre come te, malignano alcuni....).
Qualche giorno fa ha annunciato che da grande infatti* vorrà fare la maestra e non più la postina (come il papà di Pingu).
La Minica però ha già le idee chiare su quale sia lo stipendio degli insegnanti, perché ha detto che la maestra la farà di giorno, mentre di sera farà la ballerina.
È il primo compleanno di vostro nipote. Per l’occasione, offrite la disponibilità non negoziabile a comperare uno strudel, presumibilmente alla pasticceria “Bella Napoli” dove lo fanno seguendo la ricetta originale (mica sono Napoletani per niente!), ovverosia esattamente come un pescatore di Corfù l’ha spiegata a voi nell’estate del ’71. Quella perfida di vostra nuora, una persona banale che non solo non perde occasione per contraddirvi, ma non sa nemmeno cucinare, commissiona a sua madre una torta di compleanno di forma rotonda a base di fragole e panna. Come reagite?
A) Esclamate estasiate: “Oh, che torta meravigliosa!”
B) Chiedete scettiche: “L’hai fatta tu?”
C) Rispondete piccate: “Io ho portato lo strudel”
Curiosamente, la candelina viene messa sulla torta e non sullo strudel, i pochi bambini presenti cantano una versione poco convinta di “tantiauguriateeeee” e poi si scazzottano per soffiare al posto dell’inconsapevole festeggiato. Al termine di queste operazioni, la torta viene tagliata e ve ne viene offerta una fetta. Cosa rispondete?
A) “Grazie, dev’essere buonissima”
B) “Preferirei una fetta di strudel”.
C) “Nononono, assolutamente no.”
I bambini, festeggiato compreso, si scofanano tre quarti di torta e corrono (o strisciano) a giocare. Cosa fate?
A) Siete contente della bella riuscita della festa e del fatto che c’è ancora uno strudel per il dopocena.
B) Vi chiedete che cosa VE ne farete dello strudel.
C) Sperando che nessuno vi veda, piluccate dei pezzetti di fragola dal quarto rimasto e per negare ogni coinvolgimento vi ciucciate la panna dalle dita.
Se avete scelto una prevalenza di A siete delle persone prive di gusto e raffinatezza e non mi meraviglia affatto che perdiate il vostro tempo leggendo il blog di una zotica che non sa nemmeno che l’ultima moda tra i figli delle dive di Hollywood è avere uno strudel come torta di compleanno.
Se avete scelto una prevalenza di B avete ancora qualche speranza di fare tendenza. Potete cominciare mettendovi un fiore (finto) tra i capelli, indossando delle zeppe da 13 centimetri o laccandovi ogni unghia di un colore diverso.
Se avete scelto scelto una prevalenza di C, complimenti! Avete appena scoperto il blog dove quella stronza della vostra nuora vi ha finora sputtanato impunemente.
Confesso che mi aspettavo molto da questa giornata.
Tanti bimbi per una festa in giardino.
Una torta di fragole e panna.
Una serata tra amici.
Complice una giornata non splendida, un ponte troppo opportuno e la mia testardaggine a voler festeggiare nel giorno esatto, a parte la torta, ci sarà ben poco di tutto ciò e questo, assieme al tempo che scorre troppo veloce, mi mette una certa tristezza.
Forse, come non manco mai di ricordare a mia sorella (minore), i secondi davvero non se li caga nessuno.
Nemmeno mia suocera.
Dove eravamo rimasti?
Ah, sì, qui.
E nel frattempo, mammalisa ha realizzato sul suo sito una bellissima sezione sul metodo montessori dove ha raccolto con pazienza certosina link, definizioni e descrizione delle attività e dei materiali e dove ha citato pure me ed il mio stile dissacrante.
E nel frattempo qualcuno si è fatto di me un'idea troppo bucolica, perciò è ora di lasciarvene un altro stralcio: Decide how much or how little Montessori you are(e qui casca il palco): perché il metodo montessori, o almeno il metodo montessori secondo me e non solo, è rappresentato in minima parte dalle carte tematiche, dai cilindri, le aste e i triangoli.
Il metodo montessori per me è, soprattutto, uno stile di vita.
E mi ritrovo abbastanza nelle parole di Steph, che si colloca “somewhere in the middle” e che “deve” stabilire un momento della giornata per fare delle attività strutturate altrimenti si ritroverebbe piuttosto a passare l’aspirapolvere o a caricare la lavatrice.
Ecco, anch’io mi conosco troppo bene ed anch’io avrei mille cose che mia madre o mia suocera o la mia vicina di casa o probabilmente anche mio marito ritengono più importanti di piantare i bulbi, impastare il pane o fare una passeggiata per raccogliere le foglie, ma se aspetto di finirle tutte a fare la passeggiata mi ci porterà la badante.
Perciò, ho dovuto trovare un equilibrio tra fare tutto quello che vorrei fare e fare tutto quello che dovrei fare, perché non è molto montessoriano nemmeno doversi aprire un varco fra la roba da stirare per poter uscire di casa, camminare sul riso disperso in un qualche travaso e dover aprire la porta per capire il tempo che fa.
Un bel libro (in Italiano) per cominciare è, oltre a quello già citato di Seldin, “Una casa a misura di bambino” di Grazia Honegger Fresco, di cui forse avevo già parlato, perché anche se non si può pensare di ricreare un perfetto ambiente montessoriano (o in italiano, grazie a mammalisa) in una settimana, non bisogna nemmeno dimenticare l’importanza del prepared environment: un ambiente bello, ordinato, piacevole e che permetta al bambino di sentirsi indipendente.
Anche in questo caso secondo me conta più lo “spirito”: basta una libreria bassa per lasciare a disposizione del vostro bambino una gamma sufficientemente ampia (ma non troppo!) di attività di libera scelta, evitando (cosa che invece vedo praticamente in tutte le camerette che frequento) il “cestone raccoglitutto” dove buttare tutto quello che non ha una precisa collocazione.
“Ogni cosa al suo posto ed un posto per ogni cosa”, mi diceva da piccola mio padre, senza peraltro riuscire a convincermi. Ci sono voluti una casa mia, un lavoro incasinato e svariati traslochi perché mi rendessi conto dell’utilità di questa frase.
Adesso ho un posto per quasi tutte le cose.
E quasi tutte le cose fuori posto.
Il nostro angolo montessoriano consiste in una vecchia scarpiera Ikea (purtroppo non più in produzione, altrimenti ne avrei comprata un'altra, visto che sembra fatta apposta):
e una libreria (anche Ikea) che esiste anche in diverse versioni, tra le quali una bassa (ovviamente nell'altro senso...) che sembra fatta apposta, e si completa con un set tavolo e due sedie (sempre Ikea).
In questo momento sto riorganizzando i livelli, perché quel piccolo essere che vedete nella foto, arrampicandosi, ha conquistato nuove altezze e devo dire che non è facile trovare un compromesso tra la libertà di esplorazione, la correzione dell’errore, l’ingestione di oggetti estranei e la percorribilità del pavimento.
Anche in questa prospettiva(che spero migliore di quella delle foto, ma io non sono una grande fotografa d'interni...), non ho mai insistito perché la Minica utilizzasse un tappetino per delimitare il suo spazio di lavoro, visto che tale delimitazione sarebbe risultata troppo blanda per un fratellino in fase esplorativa.
Tra i materiali montessoriani propriamente detti, ne ho alcuni comperati tra compleanno e Natale (knobless e knobbed cilinders), altri li ho fatti in casa (dressing frames, sound bottles, touch tables, sewing cards, construction triangles), ed altri sotto forma di “allestimenti” improvvisati (nature tray, mistery bag, cassetta dei travasi).
Altre cose non esplicitamente montessoriane (cassetta dei travestimenti, giochi ad incastro, scaffale dei colori) sono comunque montessorianamente disposte.
Il Minichino ha il suo bravo cestino dei tesori che esplora con voluttà e sta cominciando ad interessarsi alle cose che fanno rumore e ai processi di svuotamento/riempimento, per cui gli ho dato delle cassettine piene di coperchi (grandi), anelli per le tende e ritagli di stoffa.
Altra cosa che lo riempie di gioia è la famosa piccola scarpiera, mentre per fortuna non ha ancora scoperto ha nel frattempo scoperto i tre bidoni in cui tengo i vestiti ed i pannolini sporchi (con le rispettive figure su due lati, così, girando il bidone si può destinarlo ai vestiti o ai pannolini, anche se la Minica ormai non ha più bisogno di questo “aiuto”)
né capito come aprire i cassetti del “fasciatoio" (qui in un'immagine datata, viste le dimensioni del Minichino che ci sta sopra e pure il fatto che se ne stia lì da solo):
Come potete vedere dalle foto, la camera dei Minici non ha nulla delle atmosfere minimaliste delle nursery americane complete in ogni particolare ben prima che il bambino nasca. La camera dei Minici è sempre stata un ambiente "in divenire", le cui mutazioni avrebbero meritato una serie di post, e che culmineranno, spero tra più di un decennio, con l'apertura di una nuova porta ed una parete in cartongesso a dividere il gineceo dall'androceo, ma...
Ma.
Gran parte delle previsioni di quel post si sono avverate. Il bagnetto fasciatoio alla fine è rimasto stabilmente al piano di sopra ed è diventato il mobiletto del bagno. Il lettino (che, da solo, meriterebbe un post a sè) invece è rimasto al piano di sotto, memori delle bestemmie che ci sono volute per portarcelo. Il che vuol dire che il Minichino, che tuttora si sveglia almeno una volta durante la notte, se non è già da bel principio nel nostro letto, ci viene depositato nottetempo (nel nostro letto). Il divano, che già era sceso di un piano e che per qualche mese è stato il letto della Minica che lo preferiva al lettino, è sceso di un piano ulteriore, probabilmente sempre a suon di bestemmie, ma io non ero a casa e non ho sentito, per far posto a questi catafalchi:
Ok, ci siamo fatti prendere la mano. Ci siamo fatti prendere MOLTO la mano. Eravamo andati solo a vedere. La (s)fortuna ha voluto che proprio quella settimana avessero il 30% di sconto.
Sono enormi.
Sono ingombranti.
Sono pericolosi.
Sono costosi.
Sono molto poco montessoriani.
Ma ci piacevano un sacco.
Start small/Have low expectations/Let the child be your guide: e questo vale per le carte, per i materiali e anche per tutto il resto.
Avete notato anche voi una tendenza comune a proporre tutto troppo presto? Pupazzetti e sonaglini ancora in ospedale (quando un bambino è già sovrastimolato da un ambiente completamente nuovo, ed intendo quello extrauterino, e quindi l’ultima cosa di cui ha bisogno è probabilmente un oggetto enorme e minaccioso che gli viene agitato davanti agli occhi in un tripudio di strilli sovracuti), palestrine multiattività in cui finisce per sonnecchiare il gatto, tappetini e tavolini ipertecnologici e ultrasensoriali che sferragliano a tutte le ore del giorno, dodecaedri che si illuminano e parlano in trentadue lingue ad un bambino che non ne conosce nemmeno una, aggeggi petulanti che ti interrogano, ti valutano ed eventualmente gratificano con un bel “Bravo!” pronunciato da una voce elettronica.
Il triciclo ad un anno.
La bicicletta a due.
La macchina (elettrica) a tre.
Da questa smania non si salvano nemmeno i vestiti, ed infatti si vedono spesso bambini con dieci centimetri di risvolto sul pantaloni e triplo giro di maniche. Anzi, ho l’impressione che i bambini abbiano SEMPRE vestiti palesemente troppo grandi e mai della taglia giusta.
E lasciamo perdere il fatto che a partire dai due anni l’offerta di rivolga a delle micro-adolescenti o a dei micro-teppistelli.
Per stavolta.
Nonostante qualcuno mi abbia vista come una mamma iperattiva, credo di essere sempre partita abbastanza al rallentatore, dopo aver lasciato la Minica libera di esplorare una casa già naturalmente priva di oggetti fragili o di valore e sorprendentemente molto più sicura di quanto non sembri a prima vista. Ho cominciato con qualche idea sbirciata ai nidi a cui l’iscrivevo senza nessuna speranza che c’entrasse: il cestino dei tesori, scatole piene di ritagli di tessuto o di coperchi, mestoli da cucina da sbatacchiare ovunque e poi pasta per modellare (sempre nella versione “base”, più mattarello e formine, non in quelle in cui un pagliaccio a grandezza naturale espelle playdough da tutti gli orifizi), immagini e oggetti da incollare, materiali sempre più piccoli da manipolare, travasare ed infilare nelle fessure tra le tavole del pavimento ad imperitura memoria.
E naturalmente alcuni giochi classici: anelli da infilare, forme e buchi corrispondenti, mattoncini da sovrapporre, prevalentemente nella variante legnosa/non parlante, mentre i giochini diversamente interagenti, che, seppur in maniera non massiccia, sono comunque arrivati, sono stati prevalentemente occultati in attesa di identificazione di un destinatario plausibile ed espulsione.
Un percorso che sto riproponendo paro paro al Minichino, con la complicazione che alcuni giocattoli indesiderati sono stati intercettati dalla Minica e perciò tolti dall’involucro originale e, talvolta, addirittura richiesti a qualche giorno dalla misteriosa sparizione.
In compenso l’effetto secondogenito ha di molto ridimensionato i quantitativi in arrivo.
Ad un certo punto, però, la Minica aveva circa un anno, un anno e mezzo, abbiamo cominciato a frequentare regolarmente altri bambini, altre famiglie e lei a subire altre significative influenze. Perché, c’è poco da fare, i bambini sono effettivamente attirati dai giocattoli colorati/rumorosi/plasticosi.
O comunque la Minica lo era.
Lo è.
È anche possibile che i bambini siano solo attirati dai giocattoli diversi da quelli a cui sono abituati, e che in breve tempo le verrebbero a noia anche quelli, se fossero suoi.
Fatto sta che i giocattoli rumorosi/plasticosi (colorati mi può andar bene…) il cui unico scopo sembra quello di dare fastidio, danno fastidio prevalentemente a me, e quindi la mia attività di prevenzione e soppressione non si collocava esattamente in un’ottica “let the child be your guide”; se effettivamente mi fossi fatta guidare incondizionatamente dalla Minica, anche la mia casa alla fine sarebbe piena di giocattoli rumorosi/plasticosi, cosa che invece (per ora) non è.
Quello che abbiamo cercato di darle è la famosa “freedom within limits”, proponendole una certa gamma di materiali ed attività, ma non contrastando apertamente eventuali guizzi che andassero in un’altra direzione. Ed infatti ieri si è fatta prestare una borsetta della Bella Addormentata, rosa e glitterata, fatta in Cina presumibilmente da bambini con materiali presumibilmente tossici, ma vabbè. Allo stesso modo, se lei propone di guardare un DVD della nostra ristretta collezione, compatibilmente con i tempi ed i modi, l’accontentiamo proprio per non ammantare la TV del fascino del proibito.
Insomma, abbiamo esteso ai giochi il motto "non offrire, non rifiutare".
Dicevo che ad un certo punto abbiamo avuto non solo la sensazione che, a lasciarci guidare dalla Minica, saremmo confluiti di lì a poco nel mainstream perché la nostra influenza cominciava a non essere non solo predominante, ma neppure particolarmente significativa, ma anche che vi fosse un drastico calo dell’offerta di giocattoli mainstream “educativi” o presunti tali rivolti a quell’età, ed che molti genitori, mainstream e non (me compresa), a questo punto, avessero deciso di mettere in cantiere un secondo figlio. I giocattoli educativi mainstream rifaranno la loro comparsa più avanti, sotto forma di puzzle e sapientini, probabilmente regalati da persone meno informate sui gusti dei destinatari, e con quale esito non saprei, dopo un biennio di distrazione più o meno inconsapevole.
Ed è stato più o meno in questo momento che ho scoperto l’alternativa offerta del metodo Montessori, che mi è sembrato la naturale persecuzione del nostro, ahi, “stile genitoriale” in cerca di conferme. Perché se c’è una cosa (ma ce n’è più d’una) che non mi convince nell’ homeschooling/unschooling è la presunzione che una madre sappia cos’è meglio per i suoi figli.
Intanto, tra il sapere ed il poter mettere in pratica, c’è di mezzo altro che il mare, quindi eventualmente una madre potrebbe sapere cos’è il meno peggio per quel particolare figlio tra le opzioni umananamente percorribili e che non si escludono vicendevolmente.
Poi, se il meglio è esclusivo appannaggio della madre, il padre sembrerebbe non avere nessuna voce in capitolo.
Poi, se quella di sapere cos’è meglio per i propri figli è una prerogativa di tutte le madri e non solo di quelle un po’ pazzerellone, potremmo desumere statisticamente che il meglio per la stragrande maggioranza dei bambini è guardare la TV, mangiare schifezze, collezionare gormiti (per i maschi) e vestirsi da zoccola (per le femmine), a meno di non voler considerare tutte le madri dentro il mainstream delle imbecilli irretite dalla TV, dalla pubblicità, dal pediatra, dalle nonne, dal libretto di puericultura spicciola del momento, dalle amiche e dalla commessa della profumeria.
E, in entrambi i casi, non c’è un cazzo da ridere.
Poi, anche al di fuori dal mainstream, dovremmo riconoscere un ugual diritto all’autodeterminazione alle creazioniste, alle nazionaliste, alle razziste e a tutte le altre seguaci di aberrazioni etnico/religioso/politico ovunque dislocate, mentre la funzione che io riconosco ad una scuola pubblica ancorché disastrata, e che pretendo da questa, è quella di fornire un minimo comune denominatore di conoscenze culturali, sanitarie e sociali condivise almeno a livello di singola nazione che possano garantire sì, il diritto all’autodeterminazione, ma di tutti i bambini una volta adulti.
Quello che invece viene spesso imputato alle homeschooler, ossia di voler proteggere i propri figli, lo considero un diritto sacrosanto, e non solo delle homeschooler. Tutti i genitori proteggono, o meglio, cercano di proteggere, i loro figli; credo sia un nostro istinto animale più che umano. Tutto sta a vedere da che cosa li proteggiamo ed in che modo.
Ci sono quelli che li proteggono vaccinandoli contro tutte le malattie conosciute e quelli non vaccinandoli affatto, quelli che li proteggono allattandoli fino a dieci anni e quelli svezzandoli a tre mesi, quelli che li proteggono col cappellino, con la crema alla calendula, con la paura dell’uomo nero, con la collanina d’ambra, col telefonino a sei anni, col pediatra antroposofico, col metodo estivill, con la lettura ad alta voce, coi DVD educativi.
Io credo che tutti quelli che fanno qualcosa per i propri figli lo fanno, non dico scientemente per proteggerli, ma nemmeno con l’intento di danneggiarli.
Ecco, io non credo di sapere ciò che è meglio per i miei figli, ma so di volerli proteggere. Vorrei naturlmente proteggerli dalle malattie, dagli incidenti d’auto, dagli infortuni domestici ed anche, non crediate che questa eventualità, per quanto statisticamente più remota delle precedenti, non spaventi anche me, dall’orco cattivo. Vorrei soprattutto proteggerli dall’infelicità, quella cronica, che vedo in molti adulti. Non so nemmeno se le strategie che sto mettendo in atto basteranno, probabilmente no, e che tutto quello che ha fatto il mio istinto di madre è stato farmi comprare alcuni libri e non altri, apprezzare alcuni metodi e non altri, ascoltare alcune voci e non altre.
Insomma, non ho creduto a me stessa. Ho creduto ad alcune fonti molto più autorevoli di me ed in ciò si esaurisce l’esercizio del mio libero arbitrio.
Direi quindi che le mie aspettative a lungo termine non sono esattamente low, mentre quelle a breve lo sono sicuramente e sono sicuramente subordinate al gioco, al divertimento, allo stare in compagnia di altri bambini, allo stare all’aria aperta e, perché no, anche al vedere per l’ennesima volta “La Bella Addormentata nel Bosco”.
A chi mi chiedeva suggerimenti, consiglierei man mano che vengono delle idee di fare delle liste tipo “Cosa fare quando piove”, “Cosa fare quando c’è bel tempo”, “Cosa fare in casa” e “Cosa fare fuori” da consultare all’occorrenza e soprattutto di non farsi prendere dall’ansia di prestazione. Non serve siano avventure mirabolanti: una visita ad un piccolo museo, una passeggiata in un parco, una torta, degli impasti con l’acqua… ed anche per una bambina vivace come la Minica, un paio di iniziative di questo tipo a settimana, comprese quelle che si materializzano in maniera estemporanea, sono più che sufficienti, anche perché disponendo di molte “attività di libera scelta” il più delle volte non è necessario mettere altra carne al fuoco.
Don’t correct their mistakes: da definizione, i materiali montessoriani dovrebbero essere autocorrettivi. Questo significa che, se vengono usati in modo improprio il bambino dovrebbe accorgersene da solo. Se questo non accade, vuol dire che il bambino non è pronto per l’attività.
Ora qui io mi trovo un po’ in difficoltà, perché, per la solita cronica mancanza di tempo, la Minica mi vede armeggiare e mi chiede di giocare con ogni nuovo aggeggio ben prima che sia finito. Quindi una vera presentazione formale, mostrandole l’utilizzo canonico dell’aggeggio non gliel’ho fatta mai. Forse, se gliela facessi, le sembrerebbe pure strano, mentre presentata da un’insegnante o vista fare dai compagni, un’attività ha tutta un’altra importanza.
Prendiamo ad esempio le sound bottles, che nel mio caso sono dei tubetti di vitamine rivestiti di carta vellutata adesiva (avanzo delle sandpaper letters), riempiti di semi/pasta/ghiaia a granulometria diversa, incollati e contrassegnati da un colore sul fondo: stesso rumore, stesso colore.
Bene, il Minichino li prende e li scuote felice. È ovviamente troppo piccolo per capire. Bene.
La Minica ha capito che ce ne sono due, uno rosso ed uno blu, che producono lo stesso suono, ma non ha capito che il colore sul fondo serve da “controllo”. Quindi lei li accoppia sulla base del colore di controllo, poi li scuote e verifica compiaciuta che facciano lo stesso rumore.
È ancora troppo piccola o gliele ho proposte male?
Ci arriverà da sola o varrebbe la pena “rispiegargliele”?
Ci sono anche materiali non espressamente montessoriani che possono essere auto-correttivi: i puzzle, i giochi ad incastro o in cui ricostruire una sequenza; anche in questo caso penso valga la regola che se non ci arrivano da soli vuol dire che non sono pronti per quell’attività. Eppure mi capita regolarmente di vedere adulti che “aiutano” i bambini a trovare la tessera mancante, il buco giusto, l’ordine corretto.
Devo dire che, le prime volte, mi sarebbero servite le mani legate dietro la schiena per impedirmi di intervenire, ma la soddisfazione che le si è dipinta sul volto quando ha completato il suo primo puzzle o quando ha ordinato per la prima volta una serie di dodici scatole cinesi con coperchio (Ikea, 5.90 euro, purtroppo non più in produzione…), mi ha fatto capire che ne è valsa la pena.
Altri materiali autocorrettivi sono semplicemente un pennarello e qualche confezione di playdough lasciati aperti. Anche in questo caso le mani legate dietro la schiena e qualche pennarello immolato sull’altare della Montessori sono serviti più di mille ripetizioni (e soprattutto di mille riordini coatti).
Col tempo credo di essere diventata abbastanza montessoriana, anche se non le presento il vassoio da destra verso sinistra piuttosto che da sinistra verso destra; certo qualche volta (spesso) mi sfilo le scarpe senza slacciarle, non ripiego i vestiti e non rifaccio il letto ogni mattina, ma cerco di preparare tutto ciò che mi servirà per un’attività (mia, non sua), di riordinare quando ho finito, e soprattutto di farlo VOLENTIERI, perché fa parte dell’attività, perché la casa è più bella, perché mi fa stare bene ed alla fine, toh, pure mi piace.
E poi, ripero, io non HO trovato il metodo montessori, ma mi SONO ritrovata in esso.
Appreciate the value of Practical Life and Sensorial Development: bene, ormai spero si sia capito dove voglio andare a parare. Il mio viaggio nel metodo montessori non aveva e tuttora non ha una meta; è stato un percorso senz’altro piacevole (come spero continui ad essere negli anni a venire), ma non esente da intoppi, deviazioni e delusioni. Ogni volta che mi sono “incartata” sono ritornata a rileggere queste ultime frasi e, soprattutto, mi sono concentrata sugli aspetti di Practical Life e Sensorial Development che davvero rappresentano la principale differenza rispetto a quello che offre il mainstream.
La stagione è propizia (non che l’inverno ci abbia in quelche modo fermati), il tempo quasi (ma nemmeno quello ci ha mai fatto paura) per immergersi nei colori, nei suoni, negli odori, nelle texture e nei gusti della natura: se non avete un bosco, basta un parco, se non avete un parco, basta un giardino, se non avete un giardino, basta un terrazzo, se non avete un terrazzo, basta un vaso sulla finestra.
Se non avete una finestra, c’è il piano casa.
Questo post, che si candida come il più lungo del mondo, è stato scritto a rate in un paio di mesi. Ogni volta che ci rimettevo mano era successo un qualcosa che mi costingeva ad aggiornarlo/modificarlo.
Mi rendo conto che ne è uscito un papocchio dispersivo e che ogni sezione meriterebbe una discussione a sè.
Nello stesso tempo avevo bisogno di un qualcosa di sufficientemente vasto per organizzare il mio montessori-pensiero.
Spero di non avervi troppo inibito e invito chiunque passi di qua ad aggiungere, chiedere, contestare.
is over.
Nelle mie frequentazioni con le SAHM ho scoperto che il fastidio per alcune dinamiche indesiderate ed indesiderabili non è esclusivo appannaggio mio, ma è diffuso anche tra le mamme appartenenti al cosiddetto mainstream.
Insomma, pare, che quest’anno tutti i bambini siano più “nervosi”, che usino con esagerata frequenza il ricatto e la delazione, che riferiscano “malefatte”, vere o presunte, di alcuni bambini ripetendo frasi ed espressioni che non sembrano farina del loro sacco e che siano ossessionati dalla paura di “sbagliare”.
Pare, insomma, che l’atmosfera a scuola non sia esattamente delle migliori e che non sia solo la Minica a risentirne.
Ora, ciascuno di questi argomenti avrebbe meritato un approfondimento a sé, ma al suo ritmo non ce la farò mai.
Mi conforta però sapere che anche in altre famiglie si stia svolgendo un’attività di “rieducazione”.
Anche perché ieri la Minica ha rotto un nastro di carta colorata con cui stava giocando, e sottovoce, ma non abbastanza, ha detto al Bambino: “Non dire a mia mamma che l’ho rotto.”
E s’è rotto qualcosa di molto più importante di un nastro di carta colorata.
Questa settimana mi sono goduta tre giorni da SAHM* ovverosia Stay At Home Mom.
Da queste parti, la SAHM* non è necessariamente una WAHM* overosia una Work At Home Mom, anzi non lo è affatto.
Da queste parti, la SAHM* non rimane a casa coi figli a fare cose meravigliose, ed infatti i figli vanno alla scuola dell’infanzia insieme ai figli delle WM* ovverosia delle mamme che lavorano.
Però arrivano più tardi, quasi allo scadere del tempo limite, per cui la SAHM* e la WM*, che invece prima preme contro il cancello inesorabilmente chiuso e poi sull’acceleratore della macchina abbandonata in mezzo alla strada non si incontrano quasi mai, anche se la WM* non delega ad altri le operazioni di consegna e ritiro.
Cosa che poi, spesso fanno anche le SAHM*.
La SAHM* quasi sempre ha un altro figlio/figlia più piccolo che tiene a casa più perché non gliel’hanno preso al nido che per scelta e che scarrozza sul tragitto casa-scuola-casa due volte al giorno, eventualmente con prolungamento bisettimanale al campodicalcio-palestradibasket-scuoladidanza al pomeriggio. La SAHM* a volte è SAHM* solo temporaneamente oppure lo è contro la sua volontà.
Per il resto, in giro non le vedi mai.
Ma nemmeno le WM*, se è per questo.
Siccome io ho dei ritmi da SAHM* anche se sono una WM*, scarrozzo il Minichino due volte al giorno nel tragitto casa-scuola-macchina al mattino e viceversa al pomeriggio, eventualmente con variazioni, e poi rimango in giro o in giardino fino al rientro dell’uomo dei treni, fingendo di avere anch’io una casa linda ed ordinata e non immersa nel marasma più totale.
In questi tre giorni da SAHM* ho scoperto un altro rituale delle SAHM*: dopo aver accompagnato i figli grandi a scuola, le SAHM* vanno a bere il caffè occupando l’unico baretto del paese con una flotta di passeggini ipertecnologici. Perché le SAHM* non devono recuperare un mese di abbandono domestico, la voglia di pasticci nelle mani e un blog abbandonato al suo destino. Le SAHM* vanno in baretto fino alle undici e parlano di pediatri, di maestre e, siccome quasi tutte hanno una coppietta nel rigoroso ordine prima-il-maschio-e-poi-la-femmina, di sandalini deliziosi e di magliette di Hello Kitty. Io odio Hello Kitty, oltre agli acronimi, ho prima una femmina con una corda come cintura e poi un maschio con la collanina d’ambra e le calze a fiori, ma mi sono detta vaffanculo e sono andata pure io al baretto.
E siccome le SAHM sanno tutto anche se non le vedi mai, ho scoperto degli inquietanti retroscena della scuola dell’infanzia e delle anticipazioni ancora più inquietanti sulla scuola primaria.
Era meglio se me ne andavo a lavorare.
O almeno a pulire il water.
*Io credo che questo post abbia liberato la bestia che c'è in me.
La scorsa settimana i Minici sono stati colpiti dell’ennesimo “virus delle festività” nell’inedita combinazione prima il Minichino-poi la Minica.
Beh, mi sembra giusto, dopo aver onorato il cattolico Natale ed il pagano Carnevale, rispettare anche la ricorrenza laica e civile del 25 aprile.
Anche perché, come direbbe la Minica, “fa anche rima”.
Comunque in questa occasione abbiamo anche inaugurato l’inedita e fruttuosa disposizione “con mia mamma a casa mia” che, ha portato non solo all’inaspettato improvement* del grado di trasparenza delle finestre, ma anche a quello delle relazioni minichesche.
La prolungata convivenza diurna e l’isolamento forzato dai simil-coetanei ha fatto sì che “giocarci insieme” non significasse semplicemente schiaffargli qualcosa in mano o sventolarglielo davanti agli occhi, ma un qualcosa di più elaborato, tipo lanciargli una pallina o farsi rincorrere.
Insomma, ha elevato il Minchino dal rango di bambolotto interattivo a quello di cane.
*Claudia ha appena scritto un post sulle contaminazioni linguistiche. Beh, se non lo avete capito, le mie sono quasi sempre ironiche.
Il misterioso mondo dei blog per me è ancora un mistero.
Da un lato ci sono post quasi insignificanti che riscuotono un inatteso successo.
Dall’altro ci sono dei post lunghi, probabilmente troppo, e meditati, probabilmente troppo, che apparentemente cadono nell’indifferenza più assoluta.
Oppure post che traggono spunto da un fatterello insignificante per introdurre un argomento più ampio e invece quello che colpisce di più è proprio il fatterello insignificante.
A volte l’apparente indifferenza sembra colpire interi blog, tra cui ad esempio i miei amati blog montessoriani americani, che mi forniscono tanti spunti di riflessione (e non solo a me, immagino), eppure spesso ricevono pochissimi commenti.
Oppure, tra i blog italiani, lo stimolante gradipo (dal nome della fascia portabebè inventata dall’autrice, ma che ormai affronta argomenti che, per raggiunti limiti d’età, vanno oltre il famigerato triangolo), mentre continuano a "proliferare" blog, siti, forum e loro agglomerati che si occupano di gravidanza, parto e primissima infanzia.
Ecco, sembra che ad uscire dal famigerato triangolo l’interesse si perda, sia che si confrontino epidurale-omogeneizzati-passeggini, sia che ci si arrovelli su parto naturale-allattamento-fascia.
E vabbè che se i neonati non sono tutti uguali, figurati i bambini più grandi.
E vabbè che alcune delle mie lettrici affezionate sono, spero solo momentaneamente, troppo occupate col bebè numero due. Come me del resto, che infatti sono la prima a confessare di leggere poco, commentare ancora meno ed ultimamante anche scrivere nei ritagli dei ritagli dei ritagli di tempo.
Ma visto che i contatti giornalieri continuano a mantenersi costanti nel tempo, abbiate ancora un po' di pazienza; è il tempo che manca, non certo gli argomenti.
Anzi, questo potrebbe il primo di una serie (il condizionale è ormai d'obbligo) di post sulle dinamiche dopo un anno di Scuola dell'Infanzia.
Dinamiche quasi sempre indesiderate, purtroppo.
La prima è che la Minica da un po’ racconta balle.
Non balle clamorose, diciamo che fornisce una versione alternativa della verità.
Se non ha voglia di camminare, le fanno male i piedi.
Se non ha voglia di andare da qualche parte, ha fame.
Se non ha voglia di mangiare, ha sonno.
Insomma, fornisce una spiegazione a suo parere più gradita per poter fare quello che vuole. O meglio, per poter NON fare qualcosa.
Quello che mi lascia perplessa è che nell’ambito della famiglia ristretta non è mai stata forzata a camminare, ad andare da qualche parte o a mangiare, e che se dicesse semplicemente: sono stanca, non voglio andare là, non ho fame, come le è stato peraltro più volte spiegato e suggerito, verrebbe generalmente accontentata.
Quindi, tecnicamente parlando, non ha nessun bisogno di raccontare balle.
E non le sono mai state raccontate balle per indurla a fare qualcosa.
Ora, non vorrei passare per una mamma particolarmente permissiva, visto che mi sembra, anzi, di essere molto più rigida della media almeno sulle cose che io considero sostanziali (che però non sono le cose che la mamma media, per me impersonificata dalla Vicina, considerano sostanziali), però normalmente la Minica fa quello che vuole nella misura in cui generalmente basta proporle qualcosa perché accetti con entusiasmo; ultimamente, invece, sarà un fenomeno normale nell’accrescimento, sarà che invece a scuola si è dovuta adattare a ritmi ed attività molto più rigidi di quelli dell’asilo, sarà pure la primavera che fa capolino, un po’ di questo entusiasmo è venuto meno, purtroppo a favore di attività più sedentarie spesso al traino di altri bambini o di drammatizzazioni della vita a scuola.
Ed anche questi sotterfugi, non so se siano un riproporre a casa alcune dinamiche che vede a scuola (cosa che aveva già fatto al nido) per vedere l’effetto che fa o, come dice l’ultima propagazione di Riza Psicosomatica, un sintomo di ottima salute.
È che io diffidavo di queste propagazioni da prima che l’Ecomamma si mettesse a fargli le pulci.
E poi Riza Psicosomatica non ho mai capito che cavolo volesse dire..
La prima volta che l'ho visto credevo fosse un caso.
Delle lettere.
Insomma delle cose che potevano anche sembrare lettere.
Ma non delle lettere a caso, delle lettere che, nel giusto ordine, avrebbero composto il nome "Minichino". Ma non erano nel giusto ordine e quindi ho creduto fosse un caso.
Ieri però, davanti ai miei occhi e senza copiare, la Minica ha vergato indubbiamente i loro due nomi, con le lettere nell' ordine giusto, in stampatello maiuscolo, con la sinistra e, come si suole, prima da destra a sinistra e poi da sinistra a destra e con le lettere al contrario.
Insomma, scrive.
Due parole.
Due nomi.
postato da: momatwork alle ore 11:50 | Link | commenti (1)
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Il Bambinino dei Vicini ha scoperto di avere le mani.
Il Bambinino degli Altri Vicini ha scoperto di avere i piedi.
Il Minichino ha scoperto di avere il pisello.
Che la Minica fosse una bambina particolarmente sensibile l'ho capito da un bel po'.
Che le immagini televisive, troppo colorate, o violente, o veloci per chi non ci è, come noi, abituato, la impressionino molto, l'ho saputo con certezza quando aveva vaneggiato per giorni di una "barca rotta" e di un "tottero" dopo aver intravisto l'affondamento di un barcone di disperati al telegiornale.
Però non c'è casa dove in questi giorni non si sia parlato del terremoto in Abruzzo, ed anche in questa casa se n'è parlato assai ed in mancanza della TV, abbiamo guardato insieme delle foto.
Il giorno dopo la Minica mi ha fatto un disegno:
Sono le vecchine avvolte nelle coperte che tremano di freddo. L'ho appeso in ufficio.
Complice probabilmente l’influsso della Maestra Canterina, la Minica è entrata nel suo secondo periodo del linguaggio. Adesso non le interessano tanto le singole lettere, quanto le assonanze fra parole, che commenta con un “che strano”.
Ad esempio: “Che strano, basta fa rima con pasta; basta pasta, basta pasta, basta pasta”.
Oppure: “Che strano, Barbo Natale e Barbapapà”.
Comincia ad essere in grado di fare qualche gioco sociale, tipo nascondino, seguendo le regole (e non balzando subito fuori, gridando “Sono qui! Sono qui!” come faceva fino a poco tempo fa).
Cominicia a fare giochi di ruolo più complessi e a restare nella parte più a lungo.
È capace di ascoltare la lettura di un libro anche molto lungo, di ricordarne a memoria alcuni passi e e di raccontare l’inizio di alcune storie. Non è invece in grado di riassumerle.
Sa le parole di molte canzoni ed è pure intonata.
Sa ricomporre (da sola) un puzzle di 20 pezzi, ma non ha capito che può aiutarsi guardando la figura sulla scatola o partendo dai bordi.
Sa rappresentare tutta la famiglia con precisione di particolari (il colore degli occhi) e dimensioni.
Parla correntemente in Italiano o in dialetto, a seconda dell’interlocutore, lanciandosi in spericolate derivazioni grammaticali. A volte giuste. A volte no.
Ricorda con precisione dal sorprendente al fastidioso cose dette o successe anche molti mesi fa.
In giro per il web e non solo ormai abbondano i consigli su "come arrivare a fine mese".
Abbondavano anche diverso tempo fa, a dir la verità, ma erano ammantati di un'aura alternativ-ecologica che le rendeva appetibili a pochi. Adesso che alcuni sono diventati improvvisamente più poveri, altri si sono improvvisamente accorti di non essere poi così ricchi ed altri ancora si stanno facendo trascinare nel panico generale in maniera peraltro immotivata tutti hanno scoperto il rubinetto dell'acqua calda.
Siccome noi, a volte animati da una maggiore sensibilità ecologica, altre dal solo buon senso, queste regolette del vivere quotidiano le applichiamo non so nemmeno bene da quando, ci sentiamo un po' presi in contropiede.
E adesso? Che cosa possiamo fare per essere veramente alternativi?
E allora ci è venuta quest'idea.
Qualche tempo fa, la Minica mi aveva chiesto a cosa servisse quella grande cassetta rossa appesa al muro. Hemmm... quella serve per... è una cassetta della posta e serve a ... ci metti dentro una letterina e poi...
Insomma, mi sono resa conto che la Minica non mi aveva mai visto utilizzare questo oggetto ormai desueto. Forse ho spedito qualche cartolina, ma da quant'è che non imbuco una lettera? Mah, saranno state le partecipazioni.
Allora abbiamo preso dei fogli ed abbiamo scritto delle letterine. Ai nonni e ai diversi membri della famiglia.
Poi le abbiamo imbustate.
Abbiamo comprato i francobolli.
Posta prioritaria, perché quella normale, abbiamo scoperto nel frattempo, non esiste più.
Le abbiamo imbucate, credendo di rivederle chissà quando, perse tra le pubblicità, gli estratti conto e le stampe non richieste.
E invece il giorno dopo erano già qui, nemmeno un po' gualcite.
Le abbiamo aperte con religiosa cura, come se non le avessimo mai viste prima e le abbiamo archiviate nel quadernone dei ricordi.
Di questo mese che sta per finire, sono stati sicuramente i cinque euro meglio spesi.
Ogni volta che gli presto la macchina, l'Uomo dei treni me la restituisce con un botto inedito.
Siccome sono piuttosto distratta ed alla macchina non ci tengo particolarmente, finisco per accorgermene con settimane di ritardo, così lui può negare ogni responsabilità.
Oggi gli ho prestato il Minichino.
Siccome non sono poi così distratta ed ai figli ci tengo un po' di più, del botto inedito mi sono accorta subito.
Da un po' di tempo il Minichino fa due tipi ben distinti di lallazione.
C'è la babbazione (BA-BA-BA-BA) che è indice di grande felicità. La babbazione si fa quando si vede il gatto, il papà, la sorellina o un qualsiasi altro animale. La babbazione si fa alle cinque del mattino, quando, finalmente, la mamma capisce che è iniziato un nuovo giorno e striscia fino alla macchinetta del caffè.
E poi c'è la mammazione (MMMAMMMMAMMMAMMMA) che è riservata unicamente a me e vuol dire "c'è qualcosa che mi dà fastidio, intanto prendimi in braccio e poi vedi di scoprire cos'è".
Da ieri il Minichino emette anche un nuovo suono intenzionale. Fa schioccare il labbro inferiore in una specie di bacino. Riservato al gatto*.
*E al disegno di un gatto che c'è nel corridoio della scuola della Minica.
Questa è stata una settimana di sveglie antelucane, straordinari al lavoro, recite scolastiche, baby sitting conto terzi e amici a cena quasi tutte le sere.
Non poteva che concludersi con tutte queste cose insieme più la visita della suocera tornata in forma smagliante..
Però ha detto che se deve venire per vedere tutto questo disordine, è meglio che non venga.
Uno dei pilastri del metodo montessori, ma anche, più in generale, dell’attachment parenting in senso lato, è quello di favorire l’indipendenza del bambino.
Ed uno dei modi per favorirne l’indipendenza è quello di fare in modo che riesca a vestirsi da solo.
Per evitare abbinamenti imbarazzanti, una tra le proposte che spopolano tra le mammematte consiste nel preparare alcuni set maglietta+pantaloni+felpa+calzini intonati tra cui scegliere, ma siccome la quantità degli indumenti a disposizione subisce delle oscillazioni importanti, predisporre almeno due alternative passabili presupporrebbe un’organizzazione superiore alle mie capacità. Allora ho deciso di appropriarmi del motto “comunque tra dieci anni si vestirà meglio di te” e la lascio pescare liberamente nei cassetti più bassi del “fasciatoio”, che in realtà è un pezzo di una cucina ikea, ma come pezzo di cucina non ci andava bene, ma mi piaceva tanto ed insomma l’ho preso lo stesso. C’è un cassetto per la biancheria, uno per le magliette, uno per i pantaloni della tuta, uno per le felpe, uno per i jeans e le gonne (sì, anche la Minica possiede un paio di gonne), uno per i vestiti “speciali” (pantaloni impermeabili, ecc…) ed uno per gli accessori (cappelli, guanti, ecc…).
Nonostante io ci abbia messo del mio comperandole il terzo paio di identiche scarpe da ginnastica coi lacci, la Minica è capace di vestirsi da sola. Non sempre ne ha voglia, ma il più delle volte lo fa.
Dopo alcune contorsioni riesce anche a mettersi il giubbotto in maniera convenzionale, visto che quando le ho mostrato il “jacket flip” mi ha guardato come fossi una demente e non ha mai voluto provare.
Dopo il periodo monocolore (tutta verde, tutta arancione, tutta rossa) la Minica sta attraversando il periodo “indovina che cosa sembro”. Praticamente nessuno le ha detto che siamo in Quaresima e lei continua il suo personale carnevale.
E un giorno si è messa i pantaloni verdi, la maglietta gialla e la felpa verde ed era vestita da croco.
E un giorno si è messa i pantaloni arancione, la maglietta arancione, la felpa arancione ed era vestita da arancia (notare la differenza rispetto al periodo monocolore).
E ieri si è vestita tutta di nero.
E per fortuna che me l’ha detto lei che era vestita da formica.
Mia suocera è una donna che non si diletta solo di puericultura, farmacopea e alimentazione. Mia suocera è anche un’esperta di bon ton.
Non per niente l’Uomo dei treni inclina il piatto verso il centro del tavolo per raccogliere le ultime cucchiaiate di minestra. Peccato che l’effetto complessivo sia generalmente rovinato da quello che l’Uomo dei treni fa prima e dopo quelle ultime cucchiaiate di minestra.
Il problema è che le sue fonti sono così esclusive che normalmente lei è l’unica esperta di bon ton in un contesto di zotici che la considerano una vecchia eccentrica e che alle sue fonti evidentemente mancano alcune essenziali pagine in cui vengono spiegate alcune semplici regole di convivenza, rispetto del prossimo e buon senso (il manuale di bon ton di mia suocera, poi, dev’essere stampato parecchio male, perché sembra ignorare che parlar male del prossimo non è particolarmente elegante e che farlo a voce altissima o comunque percepibile può far luogo a fastidiosi inconvenienti. Tipo un occhio nero.)
Comunque circa una settimana fa mia suocera è inciampata a causa delle improbabili calzature che si ostina a portare contro il gusto e l’evidenza e si è fatta male ad un ginocchio (non sono stata io, lo giuro!), quindi non può guidare, il taxi costa troppo, l’autobus non lo prende e no ici stiamo godendo qualche giorno di inaspettata libertà infrasettimanale.
Però sabato abbiamo bigiato la piscina perché avevamo di meglio da fare e quindi domenica nessuno ci avrebbe salvato dall’obbligo di esposizione della bambina ai sacri insegnamenti della suocera. E siccome evidentemente avevamo qualche peccato da espiare, l’Uomo dei treni ha deciso che poteva essere una buona occasione per una deliziosa riunione familiare, previa disponibilità del suocero.
Essì, perché il suocero, che non vede la bambina e peraltro nemmanco il bambino da Natale, ha sempre qualcosa di meglio da fare finché non gli si impalla il PC. Quando gli si impalla il PC gli viene tanta nostalgia dei suoi discendenti, in particolare del figlio che glielo sistemi.
E sistemare un pentium III del '97 è una faccenda tanto urgente che non si può rimandare, nemmeno se è quasi ora di pranzo, dove per ora di pranzo io intendo un intervallo tra le 12.30 e le 13.30.
Essì, perché i miei suoceri, invece, non importa quante volte io gliel’abbia detto, non solo non sanno cosa sia la puntualità, non solo non si degnano di avvisarti per quantificare un fisiologico ritardo, ma sono evidentemente avezzi a sedersi a tavola intorno alle due del pomeriggio e poco importa se per uno dei commensali, per quanto piccolo, quella sia quasi ora di merenda.
E io sono così stufa di incazzarmi sempre per le stesse cose che ormai, se posso, contrariamente a quanto avviene di solito preparo qualcos'altro per i Minichini ad un'ora consona e poi me le sento perché la Minica non mangia niente di ciò che la suocera le ha preparato.
Se non posso, perché non sono a casa mia o perché la Minica non è a casa mia, allora m'incazzo.
Ma domenica avevo deciso di non incazzarmi e di fare la brava mamma che si porta il tupperware con la minestrina da riscaldare e non la tetta da tirar fuori al ristorante. La tetta pure ce l'avevo, ché quella non di può dimenticare a casa.
Però sono arrivate le 13.30 e degli informatici ancora nessuna traccia.
Però sono arrivate le 14.00 e il ristorante era tutto pieno e noi non avevamo prenotato.
Però sono arrivate la 14.30 ed è arrivato quello che avevamo concordato con la Minica e che di solito mangia volentieri.
Però lei si era già mangiata un panino al prosciutto e non aveva più fame.
Prima lezione di bon ton.
Quando andiamo al ristorante con la Minica, di solito chiediamo la cortesia di portarle quello che ordiniamo per lei il più velocemente possibile, indipendentemente da quello che ordiniamo noi. Siccome la Minica non è l'unica bambina che va al ristorante è una cortesia che di solito ci fanno, ma che comunque io considero una cortesia.
Da quando aveva sei mesi e le abbiamo ordinato mezza porzione di patate lesse, mia suocera si avventa sul suo piatto e, preferibilmente con le mani, si mette a pasticciare col contenuto piluccando di qua e di là e discriminando quello che è buono da quello che non lo è per cui se lo mangia lei.
Ora questa cosa mi ha sempre fatto impazzire ed il più delle volte fa sì che la Minica poi non tocchi nulla di quello che ha nel piatto.
Fine della prima lezione di bon ton.
"Un panino è l'equivalente di un pasto" ha sentenziato la nutrizionista.
"Solo che una bambina di tre anni non dovrebbe pasteggiare a panini" ha ribattuto la mamma-coi-nervi-a-fior-di-pelle-e-il-Minichino-attaccato-alla-tetta-che-le-ha-schifato-la-minestra.
Silenzio.
Seconda lezione di bon ton.
Quando andiamo al ristorante con mia suocera ogni portata è un rischio. Perché lei la fa sicuramente in un altro modo, che è quello giusto, perché glielo ha insegnato nel 1971 un pescatore di Corfù, anche se si tratta dello strudel di mele. E siccome il cuoco che non è mai stato a Corfù deve mostrarsi immediatamente consapevole dell'errore di solito lo fa chiamare. Se il cuoco si rende indisponibile, la ricetta giusta, comprensiva di aneddoti sulle vacanze a Corfù nel luglio del 1971, viene dettagliatamente spiegata alla cameriera di sala, presumibilmente albanese ed in servizio da una settimana, di che si premurerà sicuramente di riferirla al cuoco, mostrando a testimonianza il piatto in cui mia suocera ha artisticamente disposto l'ingrediente incriminato, ad esempio le uvette nello strudel.
Curiosamente, succede che il cuoco se strafreghi di mia suocera e del pescatore di Corfù e continui a fare lo strudel di mele esattamente come lo fa lui, ad esempio con le uvette.
Allora mia suocera, pur sapendo che lo strudel conterrà le uvette, e non disdegnando particolarmente le uvette qualora contemplate nella ricetta del cuoco di Corfù, ordina ugualmente lo strudel, inizia la sua operazione di vivisezione con espressione schifata e dopo un po' abbandona rumorosamente la forchetta nel piatto dichiarando lo strudel "immangiabile" e ripetendo la storia del pescatore di Corfù alla cameriera di turno, presumibilmente rumena ed in servizio da due settimane.
Fine della seconda lezione di bon ton.
E così siamo arrivati al dolce, che la Minica si è sbafata, nonostante avesse dichiarato poco prima di non avere fame e nonostante non fosse fatto secondo la ricetta del pescatore di Corfù.
"Perché voi continuate a sbagliare chiedendole cosa vuole; voi dovreste dirle 'adesso mangiamo questo'" ha osservato la comportamentista.
"Come ha fatto lei dicendo 'Adesso mangiamo la pasta al pomodoro e la bistecca' per trent'anni, visto che suo figlio non mangiava nient'altro? E non prima delle due, così ha più appetito?" ha risposto la mamma-che-ha-le-palle-piene-di-sentirsi-dire-cosa-mangia-e-cosa-non-mangia-l'udt-dopo-dieci-anni-di-matrimonio.
Silenzio.
Per essere stato un pranzo coi suoceri è stato insolitamente silenzioso.