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venerdì, 20 novembre 2009
No.
Da due settimane.
minichino_tickerE se ci credete alle coincidenze (o se siete in cerca di un improbabile modo "infallibile") è successo ancora durante la nostra “vacanzetta” a Monaco, a due anni quasi esatti dalla Minica.
Come a dire stessa spiaggia, stesso mare, oops, stesso wurstel.
Non chiedetemi “come ho fatto” (me l’ha già chiesto una mamma del nido), perché anche questa volta io non ho fatto niente. Vero è che (contrariamente alla leggenda metropolitana diffusa tra le mamme perplesse sugli allattamenti prolungati  - ma i miei lo sono? e in rapporto a chi? – ossia che sia la madre a non volersi staccare dal bambino e non viceversa) se proprio devo dire qual è il mio punto limite fisiologico, quello in cui in entrambi i casi io mi sarei sentita pronta a staccare, direi 15 mesi. Ed è vero che, come dice LaLaura, esiste una sorta di punto di non ritorno dopo il quale non hai più il coltello dalla parte del manico e ti tocca andare avanti ad oltranza ed è anche vero che questo nessuna delle pasionarie dell’allattamento aka mamme talebane lo va a dire ad una neomamma. Forse perché non è vero che lo sanno o perché il punto di non ritorno non è lo stesso per tutte o perché i loro hanno smesso di ciucciare prima. I miei hanno smesso di ciucciare dopo, però, entrambi, non sono stati dei gran ciuccioni, nè quando ciucciavano per nutrimento fisiologico, nè quando ciucciavano per nutrimeno psicologico. Perché questo è stato il mio modo di intendere l'allattamento a richiesta, non ho mai usato la tetta per consolarli o per zittirli. che detta così sembra pure una cosa semplice ed ovvia, ma mica lo è.
Comunque, memore di come la Minica sia rimasta asincrona e della mia perplessità su come avrei fatto se oltre il punto di non ritorno si fosse resa necessaria un’interruzione forzata, ho deciso che il ciuccio poteva essere un male minore e, una volta superata la boa dell'allattamento esclusivo fino ai sei mesi, in un momento di crisi ho provato anche quello. Non è stato amore a prima vista.
Ma nemmeno odio.
Era "una cosa". Una cosa che si poteva mettere in bocca e mordere al posto del tuo capezzolo quando mi davano fastidio le gengive, ma, cazzo mamma, se non ne esce niente ed io ho fame/sete dammi quell'altro.
(rumore di ciuccio scagliato lontano)
Una cosa che quest'estate sembrava abbandonata e serviva prevalentemente per buttarla giù dal ballatoio e farsela riportare dalla sorella oppure per giocare con lei ad acchiapparella.
Una cosa che, forse sbagliando, ho consegnato all'asilo nido soprattutto nel timore che volesse quello di un altro bambino e che invece, proprio lì è tornato in auge.
Una cosa che forse ha anticipato lo svezzamento, ma in fondo chissene.
Una cosa di cui forse un giorno faremo fatica a liberarci anche se viene usato con modalità analoghe alla tetta, ma ci penseremo quella volta.
Una cosa che potrebbe forse dare problemi di malocclusione, ma se già la malocclusione invece ce l'ha la Minica che il ciuccio non l'ha mai avuto, non ho già dato?

Come mi sento? Mi hanno chiesto.
Boh.
Normale.
Insomma, normale...
Normale-normale non credo di essere stata mai.
Normale-uguale. Come prima.
Beh, non come prima-prima.
Chè certi reggiseni che pure dovevano essere stati miei e che non capisco perché mi ostino a non buttare via, mi fan quasi tenerezza.
giovedì, 12 novembre 2009
A ripensarci bene, c'è stato qualcos'altro che ci ha colpito.
Sabato pomeriggio abbiamo preso la metropolitana da una stazione vicina allo stadio.
Quando il treno s'è fermato era strapieno.
Di tifosi.
Un brivido c'è corso lungo la schiena e il nostro primo impulso è stato quello di pensare ad un mezzo di trasporto alternativo.
Poi abbiamo guardato i tifosi ed abbiamo visto ragazze, padri di famiglia con figli adolescenti, famiglie con bambini. Alcuni con la sciarpa bianca e blu ed altri con la sciarpa bianca e rossa. Un po' più contenti i primi e più mogi i secondi, ma insieme.
Che sabato pomeriggio a Monaco ci fosse stato il derby, l'abbiamo capito pure io e l'Uomo dei treni, che notoriamente di calcio chissene.
Che ciascuno con la sua sciarpetta d'ordinanza se ne stiano poi a parlare del più e del meno, ancora dobbiamo digerirlo.
postato da: momatwork alle ore 18:31 | Link | commenti (21)
categoria:fare la valigia, cercare quello che non ho perso
Siccome la scuola di soldi non ne ha, ma di necessità sì, noi genitori avremmo deciso di regalare alla scuola, ossia autoregalare ai nostri figli, un qualcosa per Natale.
L'abbiamo proposto alle maestre per avere delle indicazioni.
Abbiamo individuato il qualcosa.
Abbiamo contattato la ditta.

Non vendono a privati.
postato da: momatwork alle ore 18:13 | Link | commenti (8)
categoria:parlare con altre mamme, comperare i regali, portare la minica allasilo
martedì, 10 novembre 2009
Quando torno da un posto che mi piace, torno piena di buoni propositi sul pulire la casa, riordinare questo è quello, sistemare le cose che ho comprato.
Poi di solito mi ci vuole una settimana solo per disfare la valigia.
Quando torno da un posto che mi piace, mi chiedo che cosa mi sia piaciuto e spesso non so darmi una risposta.
Quando torno da un posto che mi piace, cerco di capire se quello che mi è piaciuto è qualcosa di esportabile, di adattabile, di riproducibile. Perchè si possono avere anche delle idee belle ed originali, certo. Ma se una cosa funziona, il più delle volte basterebbe copiarla.
Spesso non lo è. E non parlo dei trulli di Alberobello o dei canali di Venezia, che son belli, certo, ma stano bene dove stanno (ed anzi, nelle loro versioni in miniatura o aberrazione, mi fanno pure orrore...), ma anche del sistema di trasporto pubblico tedesco, dove fino a due due adulti con un numero spropositato di bambini al seguito in qualsiasi composizione e relazione pagano meno di due adulti che viaggiano da soli.

Stavolta mi ha colpito il fatto delle luci.
Ora, dovete sapere che una delle mie attività preferite è guardare dentro le case altrui.
In anni di osservazione non mi è mai capitato di assistere ad un delitto come ne La finestra sul cortile, anche perché l'osservazione che preferisco è quella fugace, magari dal treno (siano maledette le barriere antirumore) o dalla macchina e, banalmente, questa è molto più facile di sera, se le persiane solo aperte e le luci accese.
Spesso, quando esco di sera in giardino, mi fermo ad osservare la mia come se fossi un'estranea. Mi chiedo che idea ci si faccia di chi ci vive, guardandoci dentro (cosa molto facile, visto che abbiamo poche tende per molte finestre).
Mi ricordo di averla immaginata come una nave nella nebbia, una notte d'inverno di molti anni fa.

In Austria e in Germania e fino a notte inoltrata, le persiane, se ci sono, sono sempre aperte e le luci tutte accese, forse perché hanno solo lampade a risparmio energetico. Paesi sperduti in qualche valle angusta rilucono di mille finestre ed anche le case isolate sul pendio di una montagna si annunciano illuminate come alberi di Natale. Vetrate dal pavimento al soffitto sembrano fatte per guardarvi dentro più che guardarvi fuori e forse, a giudicare dagli interni, lo sono davvero.
In Italia, almeno al nord, già all'imbrunire la gente si tappa in casa. Dopo una certa ora, l'unica luce che filtra è il bagliore azzurrognolo del televisore e se c'è una luce accesa, è di sicuro perché in casa non c'è nessuno.
Nei paesi della montagna meno turistica, spesso l'unica illuminazione è quella pubblica.

Stavolta, quello che mi ha colpito di più è stato un ritorno al buio.
giovedì, 05 novembre 2009
Ho avuto grandi soddisfazioni dalla faccenda del calendario.
Il nostro secondo calendario dell’estate (un calendario, per quanto inesatto e non solo da quando la Minica ha deciso di volerceli mettere lei, i numeri, su base settimanale e sopravissuto anche alla trasferta vacanziera) finiva letteralmente e casualmente in corrispondenza dell’inizio della scuola.
Con mia (gradita) sorpresa, però, la Minica ha deciso che quell’attività le piaceva e, nonostante a scuola facessero un’attività simile, sebbene molto più codificata, mi ha chiesto di appendere un nuovo foglio e, con una certa regolarità, ci si dedica alla sera.
Nel nostro regime di unschooling part-time non c’era un modo “giusto” di compilare il calendario o di raffigurare gli eventi meteorologici, anche se la faccenda un giorno-un quadretto era abbastanza isitintiva, perciò, più o meno dalla metà di ottobre, la Minica ha deciso di umanizzare il sole e le nuvole facendo loro le faccette. In caso di pioggia, invece, ha messo pure una figurina con l’ombrello e, in un giorno particolarmente ventoso ha disegnato degli alberi piegati da una parte.
Da qualche giorno abbiamo appeso un nuovo calendario, decorato con delle foglie dai colori autunnali. Dopo la prima versione monocolore, la seconda un giorno-un colore, la terza un mese-un colore stavolta abbiamo optato per un colore caratteristico ad ogni giorno della settimana.
E siccome il vecchio calendario si era chiuso con un periodo triste, siamo stati ben felici di toglierlo per far posto a questo, che contiene qualche giorno di vacanza lontani dai tristi pensieri e dal telefono che squilla incessante, il suo compleanno, quello dell’Uomo dei treni, quello della Bambina e quello del Bambinetto e su cui ha già disegnato dei nuvoloni neri, ma anche quattro belle torte.
postato da: momatwork alle ore 20:51 | Link | commenti (3)
categoria:fare la valigia, abbracciare la minica
sabato, 31 ottobre 2009
Vestita di rosso.
Una rosa tra le dita.
(exit)
mercoledì, 28 ottobre 2009
Non abbiamo mai pensato di poter o voler o nemmeno dover fare tutto da soli. La nostra casa, per il medesimo motivo per cui è un’ottima palestra per bambini che ogni giorno imparano e capiscono qualcosa in più, si è immediatamente rivelata piena di ostacoli, insidie e pericoli mortali (per lei, ma anche per noi, come i rubinetti del gas) per qualcuno che di ora in ora dimentica di aver fatto e disimpara a fare qualcosa.
La sola presenza di bambini che fanno a gara a rincorrersi attorno ad un tavolo e che lasciano una scia di oggetti sul pavimento è incompatibile con una figura traballante che si aggira smarrita in cerca di appigli troppo distanti in una stanza troppo grande. Senza contare il fatto che questa figura, che fino a qualche giorno fa era una figura di riferimento, foriera di mille giochi e iniziative, rischia di venir inconsapevolmente strattonata, spintonata verso attività che non ricorda più.
E, soprattutto, come spiegare questo alla Minica? Chè, almeno, il Minichino per fortuna è ancora ben in là dal capire. Ma quando capirà, che cosa, esattamente capirà?
Anche senza rifarsi a tutti i costi ad una visione dell’educazione in cui gli adulti debbono essere un modello per i giovani (uno dei principali motivi per cui mia suocera mi faceva impazzire, visto che le sembrava che a lei, e di riflesso a sua nipote, tutto fosse non solo concesso, ma addirittura dovuto) che impatto potrebbe avere su di loro, ma anche su di noi come coppia e come famiglia, la convivenza con una persona mentalmente disturbata e (eventualmente) con un’alternarsi di figure assistenziali?
Eppure è questo che secondo alcuni DOVREMMO fare. Per gratitudine, riconoscenza, presunti giovamenti, legge del contrappasso o che ne so. Dovremmo barattare due vite che cominciano con una che finisce. Una casa che ci piace così com’è e dov’è con una che ci serve in un certo modo ed in un certo luogo.

Io credo che quelli che parlano di assistenza familiare in questi termini, non si renadno conto di rifarsi ad un modello di famiglia patriarcale d’altri tempi, con pochi vecchi che per selezione naturale, lavori logoranti ed accesso alle cure a questi stadi non ci arrivano o comunque durano poco, molti figli e soprattutto figlie semi-conviventi di tutte le età e le condizioni (la figlia zitella, la nuora vedova rimasta in casa con scarse prospettive di indipendenza…) e tantissimi nipoti che vivono più fuori che in casa...
Non dico che non si possa fare anche oggi. C’è chi lo fa. C’è chi lo ha fatto, come mia nonna, per tredici anni. Dico solo che, se si sceglie di farlo, bisogna sapere che cosa c’è sull’altro piatto della bilancia e che, nel mio caso, quello che c’è, i miei figli, la serenità della mia famiglia, la nostra prospettiva di vita, pesi incommensurabilmente di più.
Proprio lei, appena qualche settimana fa, vedendomi rotolare sull’erba con i miei figli aveva commentato che la mia è una generazione fortunata: un tempo le signore della buona società (a cui evidentemente crede che io appartenga) affidavano i figli a balie ed istitutrici. Oppure se li portavano a lavorare nei campi, ho aggiunto io, che sono troppo memore delle mie radici di estrema miseria. Ecco, su questa visione del passato come un’età dell’oro in cui i cibi erano genuini e gli affetti autentici, ho i miei dubbi. Come ho dei dubbi sul fatto che esistano degli Eldorado dove queste cose esistono ancora. Del resto, basta fare un viaggio in Sud America per capire che il cibo è forse buono ma troppo poco e che i figli se li tengono sulle spalle perché non sanno dove posarli.

Sul fatto che mia suocera si sia in qualche modo meritato quello che le è successo non posso essere più in disaccordo. Capisco che posso aver dato più volte l’impressione di non sopportare mia suocera e che mi esasperasse e spesso era effettivamente così. Ma questo è un blog, non il lettino di uno psicanalista e forse non sono riuscita a far capire che quello che volevo non era certo sbarazzarmi di lei, ma trovare un equilibrio in cui lei facesse la nonna e non la mamma, la psicologa, la pedagogista, la nutrizionista, la dottoressa, l’insegnante e chi più ne ha più ne metta. Che mia figlia era sua nipote e non una nipote sua.
E che se proprio dovessi scegliere, mia suocera si sarebbe meritato qualcosa di drammatico e scenografico insieme. Soprattutto qualcosa che preservasse la dignità e le apparenze a cui teneva tanto. Ecco, se proprio c’è una cosa che mi turba più delle altre, è proprio la mancanza di umanità e di rispetto che caratterizza questa vicenda, con questo turbinio di figure che si sono sentite in diritto di avventarsi sulle sue cose non per preservargliele, ma per appropriarsene o servirsene nell’immediato.
martedì, 27 ottobre 2009
E noi restiamo sospesi in questa bolla di irrealtà tra l’incredulità di chi conosce mia suocera e non sa capacitarsi che non sia la solita esagerazione di una signora notoriamente eccentrica e l’incredulità di chi non la conosce e dà per scontato che si tratti di una situazione pregressa, che dura da mesi, forse, anni e da dimettere dal pronto soccorso accompagnata da una ramanzina a base di “genitori che da anziani devono essere assistiti come hanno assistito noi da bambini” e “questa non è una struttura assistenziale” e da un verbale in cui si parla di "caduta senza conseguenze in paziente affetta da demenza".
Impossibile spiegare che la badante non ce l’ha data buca proprio nel week-end e che questa persona fino a pochi giorni fa era non solo indipendente, ma gelosa della sua indipendenza.
Nessuno ci crede.
Dopo una notte agitata e una nuova, rovinosa caduta, mia suocera è stata ricoverata, non senza pressioni, in un reparto generico, dove non c’è un interlocutore che non sia un’infermiera che ha appena montato il turno e non sa niente.
Né se le stiano facendo ulteriori esami.
Né con quale esito.
Ogni tanto una mazza invisibile e silenziosa si abbatte su di lei che qualche giorno fa guidava e sprizzava energia da tutti i pori, il giorno dopo si guardava attorno, già irriconoscibile in quello che si potrebbe definire uno “stato confusionale” ma ancora reattiva, per poi sprofondare in un soliloquio completamente avulso dal presente e forse da un passato realmente accaduto. Due giorni fa un disegno della Minica le ha strappato l’ultimo barlume di lucidità. Da ieri non parla più e fissa il vuoto con la bocca aperta.
Andare a casa sua dove ogni particolare disposto con una cura quasi eccessiva (e non immaginatevi un grazioso appartamentino pieno di ninnoli e di centrini, ma il pied-à-terre di una trentenne single dove il gusto per il design è riscaldato da un tocco etnico) e trovare la lavatrice a fine ciclo, il frigo pieno di acquisti recenti ed il suo profumo che aleggia nell’aria ci schianta.
Come tutte le ipotesi che finora si sono succedute e che sono finite miseramente in cocci in assenza di una diagnosi e di qualsiasi prognosi.
sabato, 24 ottobre 2009
... perché non è detto che ce ne sia uno.
Partendo dallo spunto di Igra, avrei voluto scrivere di come il motivo principale, quello che io considero il motivo principale, ossia che mia suocera ha, ingigantiti dal ruolo, dal sesso e dall'età molti difetti dell'Uomo dei treni: la mancanza di puntualità, il postporre qualsiasi cosa al suo tornaconto del momento, un certo cinismo che mi danno sempre più spesso l'impressione che anche lui pensi soprattutto e forse solo a sè stesso.
Insomma, ogni giorno di più mia suocera mia fa disinnamorare di mio marito.
E non è poco.
C'è poi la faccenda di come lei pretenda dei diritti anzichè suscitare degli affetti.
E di come ci arrabattassimo per arginare le sue iniziative più imbarazzanti per noi e più pericolose per i figli.
E di come trasmettesse agli altri la stessa infelicità e lo stesso astio che le hanno rovinato la vita.

Ma avidentemente una persona alla fine non può sopportare tanta infelicità e tanto astio, e in un gran finale col botto, si è risvegliata dopo un mancamento e un, inutile e soprattutto irrisolutorio trasporto in ospedale, creatura dolce e smarrita, che mormora incessantemente frasi che non hanno nè capo nè coda, sposta e sistema oggetti non suoi, vede persone che non ci sono, aspetta persone che non verranno e si meraviglia dell'assenza di persone che non ci sono mi state.
Soprattutto, riconosce a sprazzi quella signora gentile che l'ha accolta in casa, le ha preparato un letto e la veglia alle tre di mattina. Più spesso si chiede che sia quel signore con gli occhiali e l'aria preoccupata che si chiede cosa e come fare e di chi quei bambini che trotterrellano in cucina.
Una la guarda con gli occhi spalancati e, forse, ne ha un po' paura.

Non sappiamo, e forse nessuno può sapere, quali saranno gli sviluppi e le difficili decisioni da prendere nei prossimi giorni, mesi, anni.
Quello che so è che l'affetto non si prende, si dà.
E che, nonostante tutto, adesso che non è più lanciata in un'assurda, disperata, competizione con me, le voglio bene.
Pippi Calze lunghe o, come lo chiama la Minica Pippi Calzettelunghe.pippi
Perché lo ha "scelto" lei, parlandomene pochi giorni dopo aver finito Pinocchio.
E che le sta piacendo abbastanza, anche se, rispetto a Pinocchio, fa un sacco di domande in più.
Ed anche se, ovviamente, la mamma muore nella prima pagina (il papà pure, ma col dubbio).
postato da: momatwork alle ore 02:19 | Link | commenti (1)
categoria:abbracciare la minica, riportare i libri in biblioteca
martedì, 20 ottobre 2009
Casa mia pure.
Sarà per questo che i miei figli imparano prestissimo a farle. Almeno in salita.
Sarà per questo che imparano prestissimo anche a dire due importantissime, fondamentali parole.
Ssu.
E zgiù-zgiù.
postato da: momatwork alle ore 20:32 | Link | commenti
categoria:abbracciare il minichino
lunedì, 19 ottobre 2009
Tempo fa si parlava di bilinguismo.
E tempo fa ho finito il famoso libro, di cui vi consiglio la lettura, che siate o meno direttamente interessati. Ne vale la pena se non altro per la conclusione (che non vi svelerò), di una sincerità quasi commovente.
Vi svelo invece alcune perplessità ed alcune illuminazioni che a quel tempo mi aveva suscitato.
La prima perplessità riguarda il fatto che dopo tutto un gran parlare di bilinguismo “perfetto”, partecipazione a due culture, ecc… l’autrice ammette che un bambino bilingue avrà comunque una lingua principale ed una lingua secondaria. A seconda dei casi (genitori della stessa nazionalità che vivono in un paese straniero, genitori di diversa nazionalità, ecc…), peraltro non esaustivi, nella maggioranza dei casi questa sarà inizialmente la lingua materna e poi (se diversa) quella del paese in cui il bambino vive. Questo lo dico a vostro uso e consumo perché il mio caso di “bilinguismo”, anche se riconosciuto (prima illuminazione: l’autrice considera tecnicamente bilinguismo anche il saper parlare due idiomi della stessa lingua), ossia la coesistenza di diverse lingue (o, come nel mio caso, di una lingua e del dialetto) nella stessa area geografica, non è (intenzionalmente) tra i casi contemplati.
La seconda, ovvia, illuminazione, è che una lingua non è semplicemente un’accozzaglia di parole che si possono riversare e tradurre senza danno. Ma questo lo sanno (o dovrebbero saperlo) non solo i bilingui o i linguisti, ma, almeno il linea teorica, tutti quelli che si accingono ad imparare una lingua diversa dalla propria.
La terza, ancora più ovvia, illuminazione riguarda il fatto che siccome il bilinguismo male non fa, ciascun genitore dovrebbe esprimersi con il proprio figlio non necessariamente nella sua lingua madre, ma nella lingua che sente più “naturale”. E a questo proposito, quando si era parlato dell’opportunità o meno di leggere storie o parlare intenzionalmente in una lingua straniera anche se la si conosce bene, avevo già espresso le mie perplessità sulla naturalità di questa scelta, ossia sul fatto di veicolare delle parole vuote di significato, di storia di sentimento, in una mal interpretata smania di internazionalità.
Insomma, è un libro molto attento agli aspetti psicologici dei bambini che si trovano a vivere una situazione di bilinguismo.

Ma torniamo a noi, cioè a me. In uno dei miei attacchi di inguaribile ottimismo, quando mi illudo che, nonostante tutto si possa ricondurre mia suocera alla ragione, ho provato a dirle: "Ha visto che il suo timore sul fatto che le parlassimo in dialetto si è rivelato infondato?"
Infatti da un bel po', da ben prima della fine dell'asilo nido per l'esattezza , la Minica ha cominciato a separare le due "lingue". All'inizio in maniera quasi impercettibile, adesso con una sistematicità che non si può non notare. E se con noi, fratellino compreso, parla prevalentemente in dialetto, in asilo, adesso a scuola, con gli altri bambini e con gli estranei in generale parla prevalentemente in Italiano. E anche se parla della scuola o lungo la strada da e per la scuola, ha una predilezione per l'Italiano.
Quando conosce una persona nuova, registra la forma in cui le si rivolge, generalmente l’Italiano anche se dialettofona, perché si dà per scontato che ai bambini si debba parlare in Italiano, dopodiché è impossibile liberarla da questo imprinting: anche se la persona comincerà a parlarle in dialetto, la Minica risponderà sempre e solo in Italiano.

Parla, ovviamente in maniera leggermente imperfetta, visto che non ha nemmeno quattro anni.
Appunto, dice mia suocera.
Dice "bevere".
Dice "anche io ce l'ho i muratori*".
Dice "a me mi" ed anche "gli ho detto, alla maestra".
E voi che le parlavate in dialetto mentre erano qui quei vostri amici (sì, voi...) e non vi vergognavate.
Vergognarci? E di che cosa?
Ma non ha nemmeno quattro anni, commette degli errori anche quando pronuncia qualche parola identica in Italiano e dialetto (ad esempio “caràncora” invece di “àncora”, “lastoviglie” invece di “lavastoviglie” e “clàclons” invece di “clacson” e, se vogliamo, anche il suo dialetto è pieno di “italianismi”.
E poi sento tantissimi bambini, anche più grandi e non dialettofoni, fare gli stessi o altri errori e, per amor di precisione, ho anche chiesto recentemente ad un'altra logopedista (con cui ho avuto modo di parlare in tutt'altro contesto) se non le sembrasse il caso di correggere almeno i più evidenti dialettismi.
No, mi ha risposto, i bambini che imparano a parlare non si devono correggere MAI, eventualmente si può ripetere la frase pronunciando la parola in maniera corretta, ma nemmeno questo sistematicamente.
Ed infatti, ogni giorno di più la definizione dei due ambiti si fa più netta.
Ormai la Minica è in grado di dissertare su come qualcosa si dica in Italiano o in dialetto, notando assonanze, dissonanze e giochi di parole (oggi mi ha chiesto spiegazioni sul perché si dica “un caldo infernale” ma non “un freddo infernale” e quindi su inverno/inferno, invernale/infernale e se al “caldo infernale” si contrapponga perciò il “freddo invernale”); è in grado di cogliere una singola parola sconosciuta all’interno di una frase, letta o pronunciata da me o da altri, o sentita alla radio; è, soprattutto, in grado di accorgersi dei suoi errori e di chiedere come si pronunci correttamente una certa parola.

Premesso questo, come dialettofona madre di dialettofona, mi sento perfettamente titolata per dire la mia sull’(eventuale) insegnamento del dialetto a scuola di cui si parla in questi giorni: “xè una cagàda”.

Ovverosia, è una stronzata.

*Perché, voi non ce li avete dei muratori che vi girano perennemente per casa?

giovedì, 08 ottobre 2009
Volevate provocarmi?
Eccovi accontentati!

Riassunto delle puntate precedenti:
m@w è figlia di un tassista.
m@w è una maniaca, tra le altre cose, della sicurezza stradale.
Vabbè, m@w forse è più maniaca sulla sicurezza stradale che su molte altre cose.
m@w guida spesso, tanto e (poco) volentieri, spesso coi figli e ne vede ogni giorno di cotte e di crude.
m@w per sua figlia ha comprato il seggiolino auto che a quel tempo aveva ottenuto il punteggio più altro in tutti i crash test possibili e immaginabili nella categoria 0-13 kg tra quelli senza sistema isofix, perché due delle tre macchine su cui avrebbe dovuto montarlo non avevano il sistema isofix.
m@w, complici le ridotte dimensioni della Minica, ha utilizzato il seggiolino della categoria 0-13 kg il più a lungo possibile, ossia quando non c'è più stata letteralmente dentro (in lunghezza), perché la posizione più sicura in assoluto è comunque quella in senso contrario a quello di marcia.
m@w non ha mai montato il seggiolino sul sedile anteriore, che è una situazione consentita disattivando l'airbag, (ma non consigliata essendo il sedile a fianco del guidatore tristemente famoso come "il posto del morto") perché, a scanso di equivoci, entrambe le macchine che guida attualmente non hanno gli airbag disattivabili.
m@w per sua figlia ha comprato il seggiolino auto che a quel tempo aveva ottenuto il punteggio più altro in tutti i crash test possibili e immaginabili anche nella categoria 9-18 kg tra quelli senza sistema isofix, perché una delle tre macchine su cui avrebbe dovuto montarlo ancora non aveva il sistema isofix.
m@w aveva scelto un seggiolino che fosse anche anche facile da smontare, solo per scoprire che smontarlo e rimontarlo due volte al giorno è comunque una camurria e che per gli stessi soldi avrebbe potuto comprarne due di un altro modello ma ugualmente ben piazzati nei test.
m@w ne ha comprato uno solo. Quello, c'era.
m@w per sua figlio ha riutilizzato il seggiolino auto della Minica (anno di fabbricazione 2005) che a quel tempo aveva ottenuto il punteggio più altro in tutti i crash test possibili e immaginabili nella categoria 0-13 kg tra quelli senza sistema isofix, anche se, nel frattempo tutte le macchine su cui avrebbe dovuto montarlo avevano il sistema isofix, perché anche se il sistema isofix sembra il non plus ultra in fatto di sicurezza,non solo l'aggeggio ulteriore costa quanto era costato a suo tempo il seggiolino, non solo è incompatibile col seggiolino medesimo, che dev'essere non solo modello Cabrio, ma modello Cabriofix ma anche, perché sia comodo, oltre che sicuro, sembra che si debba tenere un aggeggio per macchina.
m@w, complici le ridotte dimensioni pure del Minichino, ha utilizzato il seggiolino della categoria 0-13 kg il più a lungo possibile, ossia quando non c'è più stata letteralmente dentro, sempre in lunghezza.
m@w quando è arrivato il momento fatidico era, per la prima volta in vita sua, indecisa sul seggiolino da prendere.
Perché il maxi-cosi tobi della Minica, che fortunatamente non è stato mai testato in efficacia, per quel che riguarda gli altri aspetti non si è comportato affatto bene.
Si è orrendamente scolorito più per il sole che per l'usura.
È difficilissimo da pulire ed ha degli anfratti raggiungibili solo dalle briciole.
Ci vuole una laurea per sfoderarlo.
Due per rifoderarlo.
Esistono dei rivestimenti in spugna in colori orrendi, costosi e difficili da montare, ma non c'è la possibilità di acquistare una fodera di ricambio.
Quasi subito si è spezzato un pezzetto di plastica della chiusura che, ovviamente, non ne ha apparentemente precluso la sicurezza.
D'altra parte, i sistemi di sollevamento delle cinture (che ha l'unico difetto, come avevo già detto, di favorire lo sfilamento di bambini meno irreprensibili dei miei) e di fissaggio, a confronto con quelli del maxi-cosi priori, sono eccezionali.
Alla fine m@w ha scelto.
Ed ha preso DUE seggiolini.
Un altro maxi-cosi tobi, che si autoproclama new and improved.toby
Un nuovo maxi-cosi rodi XR per la Minica, che ha da poco doppiato la boa dei 15 kg, ma che lo usa ancora in maniera sporadica perchè io non ho fretta di vederla crescere in niente, men che meno nei seggiolini.
Dello stesso colore.
Bellissimi.
Finché durano...
Tango_Red
Detto questo, dove li mette m@w tutti questi seggiolini?
Sul sedile posteriore, ok.
E nonostante si trovi scritto in giro che il posto più sicuro per un seggiolino sia il sedile centrale (immagino perché più protetto dagli urti laterali), sulla sua macchina c'è invece scritto di collocare i seggiolini preferibilmente sui due posti laterali, che, tra l'altro, sono quelli muniti di isofix.
La Minica dietro il posto del passeggero, che statisticamente e il "posto del primo figlio" e il Minichino dietro il posto del guidatore, che statisticamente è il "posto del secondo figlio".
Se mai m@w avesse un terzo figlio, anche lui probabilmente viaggerebbe sullo stesso seggiolino auto che a quel tempo aveva ottenuto il punteggio più altro in tutti i crash test possibili e immaginabili nella categoria 0-13 kg tra quelli senza sistema isofix, collocato nell'unica posizione ancora libera, ossia al centro, che poi è anche l'unica posizione in cui è possibile incastrare un seggiolino 0-13 con un seggiolino 9-18 ed uno 15-36. Almeno per quel che riguarda la mia macchina, che non è proprio un'utilitaria ed è munita di cintura a tre punti in tutte e tre le posizioni ed i miei seggiolini, che non sono proprio piccoli.
Peccato che in quella posizione sia difficilissimo incastrarci un passeggero adulto magro e consenziente. Figuriamoci un seggiolino con dentro un neonato. E peccato che una volta che vi fosse riuscito di collocare il seggiolino, col cavolo che ce lo togliete col neonato dentro, dimodoché viene a mancare la comodità del seggiolino 0-13 asportabile, quella cioè di lasciarne indisturbato l'occupante.
E peccato che una volta collocato il suddetto seggiolino sia altrettanto difficile allacciare la cintura della macchina facendola passare attraverso le guide del seggiolino 15-36, specie se è come quella della mia macchina che alla minima esitazione si blocca e bisogna riavvolgerla completamente per poi svolgerla di nuovo.
Insomma, peccato.
Perché è chiaro che m@w non farà mai un metro senza legare i figli al seggiolino.
E non perché è una maniaca della sicurezza stradale.
Semplicemente perchè non è un'incosciente.



(notare la Minica che riesce a sfilarsi per "interagire")
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categoria:fare acquisti, fare benzina, abbracciare la minica, abbracciare il minichino
sabato, 03 ottobre 2009
Notizia buona: nonostante i gufaggi dell'Uomo dei treni, sono riuscita a far entrare in macchina tre seggiolini. Più per colpa dei seggiolini che della macchina.

Notizia cattiva: se un giorno avessi tre figli, ci metterei mezz'ora a legarli tutti.
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categoria:fare benzina, riordinare la camera dei minici
venerdì, 02 ottobre 2009
Il Progetto Ambizioso # 2 è stata la lettura integrale di Pinocchio, nell'edizione con le bellissime illustrazioni di Roberto Innocenti.
Un libro che "ha i capitoli", ha spiegato la Minica alla nonna.
Siamo arrivate al momento in cui Pinocchio, ormai trasformato in ciuchino, si azzoppa durante lo spettacolo e l'esperimento, quindi, può dirsi riuscito.
A questo punto, nell'attesa di introdurla al libro che ho adorato quand'ero piccola, La collina dei conigli, urge trovare un altro libro "a capitoli" quando questo sarà finito.
Avevo pensato ad Alice nel paese delle meraviglie, tanto per restare sul classico, ma non mi è mai piaciuto. Nemmeno Pinocchio, a dir la verità, con quella morale serpeggiante sui ragazzi svogliati che non vogliono studiare, ma quello l'aveva scelto lei.

Qualche suggerimento?
Il libro Cuore?
Con buona pace della Gelmini, il Bambino di maestri ne ha quattro.
Quello prevalente.
Quello non prevalente che non si è capito se si divida le mterie col prevalente o se rispieghi le stesse cose in un altro modo.
Quello di Inglese.
Quello di IRC.

Tre hanno già annunciato che il prossimo anno daranno forfait.
"Poco male" ha commentato alla Vicina un'altra mamma "la mia grande, che adesso è in quinta, ha già cambiato diciannove maestri"

Alla faccia del maestro unico.
martedì, 29 settembre 2009
Qualche giorno fa, Lanterna ha scritto un post sulle incomprensioni tra le donne che hanno figli piccoli e quelle che non ne hanno. Incomprensioni d'orario, per lo più.

Qualche minuto fa sono stata co-protagonista della seguente telefonata:

m@w (rumore di bambini in pigiama che si rincorrono a piedi nudi in sottofondo): "sì, oggi al nido tutto bene, ha mangiato il primo ed il secondo, ma non l'insalata..."
m. (acciottolio e chiacchiericcio in sottofondo): "Ummm..."
m@w (rumore di bambini in pigiama che aprono l'acqua del bidet in sottofondo): "poi si è addormentato subito, praticamente per imitazione..."
m. (acciottolio e chiacchiericcio in sottofondo): "Ah-a"
m@w (rumore di bambini in pigiama che si schizzano con l'acqua del bidet in sottofondo): "ha dormito praticamente due ore, dormiva ancora quando sono andata a prenderlo"
m. (acciottolio e chiacchiericcio in sottofondo): "Mmmh"
m@w (rumore di bambini in pigiama bagnato che si rincorrono e di acqua del bidet lasciata aperta in sottofondo): "Domani penso di fare lo stesso: vado a prendere lei a ora di pranzo e poi andiamo insieme a prendere lui. Più tardi dovrei passare in biblioteca, ma con queste giornate... Se vuoi ci vediamo."
m. (acciottolio e chiacchiericcio in sottofondo): "Eh..."
m@w (chiude l'acqua del bidet e va a vedere cos'è quel rumore di bambini in pigiama bagnato che distruggono la casa in sottofondo): "Ma che hai? Ti sento distratta..."
m. (acciottolio e chiacchiericcio in sottofondo): "È che stiamo ordinando le pizze perché poi andiamo al cinema."

Pizze.
Cinema.
Alle nove.

m@w (urla di bambini in pigiama bagnato in sottofondo): "Ok mamma. Divertiti."

Click.
lunedì, 28 settembre 2009
Anche stavolta non sono stata io a cominciare, ma la Minica.
Più o meno un anno e mezzo fa, stavamo tornando dal nido, mi ha lanciato uno dei suoi terribili strali.
"Che strano" ha esordito guardando assorta dal finestrino "l'Amichetto ha due nonne e due nonni. Io invece ho tre nonne ed un solo nonno..."
E mentre lacrime di dolore, rabbia, amarezza e amore mi scendevano dagli occhi, ho cercato di raccontarle con voce più ferma possibile, che anche lei ha due nonni, ma che uno, il mio papà, è morto prima che lei nascesse e che per questo non l'ha conosciuto.
Sta storia della morte di un genitore le deve essere rimasta impressa, fino a spingerla a dire a mia madre che la sua mamma "povera, non ha più nemmeno il suo papà".
Ovviamente, alla domanda "Ma anche tu morirai, mamma?", alla pietosa bugia "No tesorio, io rimarrò sempre qui con te" ho preferito la verità "Sì tesoro; tutte le cose vive, le piante, gli animali, le persone, prima o poi muoiono"
"E perché?"

Già. Perché?
venerdì, 25 settembre 2009
Si sa che un must delle mamme blogger americane è possedere una macchina da cucire con cui fare ogni sorta di vezzoserie per i pargoli.
Così, le sempre sorprendenti maestre del nido del Minichino, quest'anno hanno pensato che invece del solito sacchetto con due cambi completi (sacchetto che immedesimandomi in una mamma blogger americana avevo provvidamente cucito durante l'estate, con tanto di nome ricamato...) anche noi mamme blogger-in-incognito italiane, durante i primi giorni, avremmo potuto confezionarci una borsa di misura convenzionata e tessuto a piacere.
Scopo socializzazione.

Il primo giorno eravamo col nostro straccetto in mano indecise sul da farsi.
Il secondo giorno le più furbe sono arrivate con la borsa perfettamente confezionata dalla suocera col pallino del cucito.
Il terzo giorno ero sola come un cane, col mio straccetto che stava lentamente prendendo forma.

postato da: momatwork alle ore 18:42 | Link | commenti (5)
categoria:fare pasticci, parlare con altre mamme, portare il minichino al nido
giovedì, 24 settembre 2009
Dopo dieci anni tra convivenza e matrimonio, una visita annunciata della suocera non fa più effetto.
Ci vuole l'"ispezione" delle maestre del nido per obbligarmi ad una due giorni di pulizie forzate.
lunedì, 21 settembre 2009
Mia suocera ha un'amica carissima, ma così cara, ma così amica, che quando la chiama al cellulare non risponde mai.
Se però riprova da un altro numero, invece, sì.
postato da: momatwork alle ore 19:01 | Link | commenti (1)
categoria:aspettare la suocera, fare una telefonata
A pensarci bene, c'è una parola che il Minichino ha imparato ancor prima di "mamma".

AIUTO.
postato da: momatwork alle ore 12:24 | Link | commenti
categoria:abbracciare la minica, abbracciare il minichino
Ad esempio quella di saper dire "ba(r)bapapà" prima di "papà".



mercoledì, 16 settembre 2009
Il corredo dell'asilo nido del Minichino comprende un paio di pantofoline "adatte alla stagione".
Sì, vabbè, la Minica si era fatta i suoi sei mesi di asilo nido con le solite crocs arancione (bandite invece dalla scuola dell'infanzia anche come calzature da esterno... peccato che io non abbia altre scarpe estive oltre a due paia di infradito che stavano meritando un post a parte e che le scarpe da ginnastica, pure arancione, che ho comprato in triplice copia numero 22, 23 e 24 siano nel frattempo diventate piccine...), ma erano solo sei mesi e lei camminava già disinvolta. Per il Minichino ho invece comprato un paio di canoniche pantofoline "da asilo". Blu. Con il trenino che da qualche giorno fa ciù-ciù e non indistintamente brumm-brumm. Numero 21, che gli va giusto.
Così, già che ci sono e nonostante le insistenze della commessa che mi invitava a cambiare colore (rosso) o almeno disegno (robottino) ne ho comprato un paio numero 22, metti mai che restino senza o che gli cresca il piede improvvisamente o anche semplicemente perché mi scazzava dover tornare al negozio-di-scarpe-per-bambini-che-già-è-un-casino-trovare-parcheggio-e-sbaglio-anche-sempre-strada.

Ieri, primo giorno di "distacco", abbiamo accompagnato il Minichino in delegazione.
Al momento di prendere le apposite pantofoline che avevo lasciato in macchina, l'Uomo dei treni mi fa: "Quali prendo? Quelle più grandi o quelle più piccole?"

Ditemi chi, se non un uomo, poteva fare una domanda del genere.
domenica, 13 settembre 2009
Vabbè, la storia la sapete.
Quando ho dovuto scegliere tra amare il prossimo mio (nella figura della Minica che non avrebbe capito, a due anni e mezzo, perché fosse l’unica bambina a non incollare dell’ovatta su una fotocopia dell’agnellino, della sue maestre che me lo chiedevano imploranti e dei suoi compagni che avrebbero potuto godere di un paio d’ore in più di quella compresenza che sembra così superflua al Ministro Gelmini) ed amare me stessa (nella figura delle mie convinzioni) ho scelto il prossimo mio.
Non ci faccio una bella figura nei confronti dei martiri cristiani di un tempo che per non rinnegare la loro fede affrontavano le belve; io mi sono cagata addosso davanti a dei bambini dell’asilo.
Ma ci faccio lo stesso una bella figura davanti ai martiri cristiani di oggi che nel nome della loro fede se ne strafottono di maciullare bambinetti tra gli ingranaggi del sistema scolastico e di dilaniare i loro genitori tra quello che credono e come spiegarlo ai propri figli.
E così la Minica si è avvalsa di un anno di “insegnamento della religione cattolica” (chissà perché se ne dimenticano sempre i giornali di specificare quel “cattolica” e gli opinionisti del momento quando difendono il valore culturale di tale insegnamento, come se conoscere gli usi di altre religioni non lo fosse), ha portato a casa un agnellino impiastrato di colla e ovatta e pure qualcos’altro.
Tipo il fatto che prima di mangiare si possa dire: “Ti ringrazio Giovanni di questo cibo”.
Giovanni?
Sì, Giovanni, quello che sta in chiesa.
Giovanni o Gesù?
Ah, no, ecco, Gesù.
E che quindi si possa anche ripetere insieme, non so in quale altra occasione: “Ti ringrazio Gesù di cuore”.
E se non lo fai, è perché sei cattiva?
Tipo il fatto che nonostante io non solo non le abbia mai vietato di visitare chiese ed edifici di culto di varie confessioni e di assistere a funzioni religiose, ma ce l’abbia anche intenzionalmente portata, ritenendolo, appunto, un fatto culturale, e mi sia spinta anche ad esporre ed esplicare un natalizio presepe peruano, abbia colto una mia eccessiva curiosità per quello che fa con una maestra che io (come la altre mamme del resto) ho visto solamente in occasione della recita di fine anno e ciononostante le ho affidato mia figlia per due ore a settimana opportunamente collocate a metà mattina così era pure improponibile qualsiasi alternativa autogestita.
Tipo che ho probabilmente sbagliato il tempo ed il modo in cui alla domanda “Ma noi in che Gesù crediamo?” le ho risposto che noi (io e l’udt) non crediamo in nessun Dio, ma che se lei lo vorrà, potrà pensarla diversamente e che da allora un velo di omertà ha avvolto le misteriose attività della maestra di religione cattolica (visto che, contrariamente alla normale programmazione esposta nel corso di una riunione di inizio anno, sviscerata in due incontri calendarizzati e in quattro chiacchiere alla consegna/ritiro nonché affissa all’albo, la programmazione di religione cattolica non è consultabile da nessuna parte).
Tipo che quest’anno ho intenzione di approfondire direttamente con l’ineffabile maestra di religione cattolica, anche perché il quadretto che vi/mi si è delineato, non combacia perfettamente con l’agnellino d’ovatta e nemmeno con la figuretta tutto sommato gioiosa della giovanissima maestra di religione cattolica a cui la Minica ha dimostrato anche, in occasione della recita, di essere particolarmente affezionata.
Anche perché, dopo averne parlato con le maestre non di religione cattolica e con un'amica musulmana italiana che si è stovata in analoga situazione ma con un'insegnante diversa, mi è venuto il dubbio che queste frasi tutto sommato molto infantili possano essere non il frutto di una sua rielaborazione personale, ma il contributo di una “grande” dell’anno scorso, di famiglia praticante, di cui la Minica si era infatuata.

Ma tutto questo era nato da alcune riflessioni su due pseudo-notizie che campeggiavano sui quotidiani prima della nostra partenza.
La prima è che la stragrande maggioranza degli studenti si avvalgono (e vabbè se son tutti nelle nostre condizioni…) e quindi se la valutazione dell’insegnante di religione cattolica debba o no contribuire alla valutazione complessiva dello studente.
La seconda (erano ancora giorni di gran caldo), se il costume da bagno islamico (e per estensione altri segni esteriori di appartenenza ad una religione non prevalente in qualsiasi contesto) sia o no ammissibile in piscina o al mare.

Per quanto riguarda la prima domanda, la soluzione è banalmente matematica. Ora è chiaro che se uno studente si avvale di una materia d’insegnamento che vogliamo ancora considerare facoltativa è come se frequentasse una qualche attività extra organizzata dalla scuola, ad esempio in orario pomeridiano. Diciamo teatro. Questo studente, per il solo fatto di partecipare, anche se desse intenzionalmente fuoco alle scenografie o vomitasse in testa al suggeritore perché ubriaco in scena riceverà SEMPRE una valutazione maggiore o uguale a zero (eventualmente riceverà una valutazione negativa in condotta, ma questo è un altro discorso).
Da un punto di vista squisitamente matematico, quindi, se vogliamo che la valutazione sempre maggiore o uguale a zero in religione cattolica contribuisca al punteggio finale, una semplice addizione renderebbe sempre vantaggioso l’avvalersi dell’insegnamento, facoltativo, della religione cattolica.
D’altra parte, affermano i sostenitori, uno studente che si è “impegnato tutto l’anno nell’avvalersi” è giusto che veda riconosciuto il suo sforzo. E scusate se mi vien da ridere al pensiero di come si impegnavano i miei compagni mentre io facevo venire i capelli bianchi al mio povero prof di religione cattolica (ricavandone peraltro mai meno di un bel nove in pagella), visto che lo ritenevo molto più interessante che ascoltare le chiacchiere delle bidelle come i non avvalentesi…
Giusto.
Ed ecco che ancora proprio la matematica può fornirci la soluzione.
Se infatti riteniamo che la valutazione in religione cattolica contribuisca alla valutazione per, mettiamo, un massimo di cinque punti su un totale di cento, basterà riportare il punteggio ottenuto dagli studenti non avvalentesi dal totale teorico di novantacinque a cento, con una banale proporzione.
In questo modo si premia l’impegno di chi si è avvalso, senza penalizzare chi no l’ha fatto.
È così tanto più facile a farsi che a dirsi, che, ovviamente, non si farà.

Per quanto riguarda le seconda, fermo restando che il gestore di una struttura può decidere nel rispetto dell’igiene gli eventuali obblighi e divieti da far rispettare e nel rispetto del decoro anche un’eventuale metratura minima dei costumi dei bagnanti (obblighi e divieti che dovranno pertanto applicarsi anche nei confronti degli eventuali bambini nordici con tutine anti-eritema e degli eventuali ragazzotti con costume ipertecnologico), non mi risulta alcuna norma che vieti di fare il bagno vestiti nel mare o nei fiumi, se è, ovviamente, concessa la balneazione.
Né che impedisca di portare un copricapo o un vestito vistoso, altrimenti si dovrebbe multare pure la regina d’Inghilterra.
Quindi fermo restando che è vietato, questo sì, coprire integralmente o parzialmente il viso rendendosi irriconoscibile (ad eccezione del casco integrale limitatamente alla conduzione di motoveicoli, cosa che aveva a suo tempo posto il non-problema del turbante dei sikh) e che a mio giudizio, se si decide di vivere in un paese si possono anche non abbracciare le sue consuetudini, ma le sue leggi (quindi mi spiace per i sikh, ma se vogliono andare in motorino in Italia, devono togliersi il turbante e chiedere una deroga alla loro autorità religiosa e non all’autorità civile del paese in cui vivono) invece sì, non capisco quale sia il problema, se non nella nostra visione occidentale contemporanea, peraltro puntualmente smentita dalle dirette interessate, che portare il velo sia un’imposizione da cui le donne islamiche non vedano l’ora di affrancarsi, visto che non ho mai sentito di un’analoga iniziativa a proposito della kippah ebraica.
E ci tengo a specificare quel contemporanea, perché mia nonna, morta alla fine degli anni ‘80 non si sarebbe mai sognata di uscire di casa a capo sconvenientemente scoperto.
Se ve n'è venuta la curiosità, posso dirvi che la mia amica musulmana non porta il velo perché lo ritiene una consuetudine successiva e non obbligatoria, ma è sempre completamente vestita e al mare o in piscina non ci va.

Ma l’Italia, si sa, è quel paese dove la memoria è sempre troppo corta e la legge non è mai uguale per tutti.
E qui veniamo ad un ulteriore dunque.
Avevo già accennato al fatto di avere un passato da credente piuttosto ingombrante.
Ad un certo punto di questo passato, che ha coinciso con l'adolescenza (per cui questo "cercare quello che non avevo perso" può anche essere stato ingigantito dalla lente di un periodo da tutti considerato "difficile") ho capito che mi era impossibile vivere anche solo teoricamente "da brava Cattolica".
Inoltre, frequentando ambienti non solo, ma anche, cattolici ho visto che questa consapevolezza sembrava turbare solo me e che gli ambienti cattolici, in quanto ad invidie, ritorsioni e cattiverie non erano migliori (semmai peggiori) di quelli non confessionali.
Anche in seguito, ho avuto la sfortuna di incrociare spesso persone molto impegnate in ambienti cattolici la cui condotta nei confronti di un prossimo che non distasse qualche decina di migliaia di km o che non fosse in posizione socialmente subordinata o che non appartenesse alla loro ristretta cerchia di amici cattolici lasciava alquanto a desiderare.
Ho avuto anche la fortuna di conoscere persone molto impegnate in ambienti cattolici che erano invece delle ottime persone e che hanno obiettato il fatto che sono appunto le persone che deludono, non Dio.
Ma nel mio ingombrante passato avevo anche attraversato un momento di conversione, durante il quale mi ero avvicinata al mondo protestante (che tuttora preferisco al cattolico) per scoprire solamente che non avevo bisogno di un altro Dio, ma semplicemente di Dio.
Insomma anch'io non credo che l'appartenenza ad una certa religione sia una conditio sine qua non per una certa condotta morale. Resta il fatto che la religione cattolica trasmette una serie di valori morali, che peraltro condivido ampiamente, che, quando non sono rispettati da chi si professa credente e praticante (ed implicitamente migliore di chi non lo è, perché questo è il nocciolo di tutte le religioni) creano un contrasto che a me risulta insopportabile.
Se la percentuale di persone che si professa credente, anche se non praticante, è davvero così alta, come si spiega l'età (bassa) del primo rapporto sessuale con l'età (alta) dell'abbandono del nido familiare con il numero (basso) di figli medi per donna, con il numero (alto) di divorzi?
Si spiega, secondo me, con il fatto che la maggior parte di chi predica bene, razzola male.
Ed in questa dicotomia tra la legge morale e la condotta reale, nella pratica della confessione, nel pentimento, nelle indulgenze, nell'assoluzione, nelle intercessioni che non trovano corrispondenza, ad esempio, nella liturgia protestante ci ritrovo il germe del piegare la legge alla propria morale, dei patteggiamenti, dei condoni, degli indulti, delle amnistie, delle raccomandazioni.
Insomma secondo me la religione cattolica di per sè stessa non è la causa di tutti i mali d'Italia, ma la mentalità catto-italiana che si possa considerarsi nel giusto anche disobbedendo alle regole, e che pervade capillarmente tutti gli ambienti, sì.
Affidereste per un paio d’ore vostro figlio ad un perfetto sconosciuto a fare non si sa bene cosa?

Probabilmente no. Eppure è quello che ho fatto io (e fanno quasi tutte le mamme che scelgono di “avvalersi”), una volta a settimana, per un anno intero.

Nel frattempo ho avuto modo di sfogliare i libri di IRC (Insegnamento della Religione Cattolica) del Bambino. Sì, ben tre, di cui uno equivalente al catechismo dei miei tempi, ma in cui la parola "cristiano" è sempre sinonimo di "cattolico", uno travestito da guida turistica della Regione, con tappe esclusivamente nei luoghi di culto cattolici (nonostante siano noti e presenti anche luoghi di culto pre-cristiani, non cristiani e cristiani non-cattolici) ed un terzo "di verifiche", con simpatiche domande del tipo:
"Dove va un bravo Cristiano ogni domenica?"
Risposta: "A M_ _ _ A"
mercoledì, 09 settembre 2009
Come si fa a riconoscere un bambino che sta facendo l'inserimento al nido da uno che l'ha già completato?

Soluzione: il primo ha ancora la mamma, il secondo già il naso che cola.
Da quest'anno (e SOLO da quest'anno, mi assicurano le maestre della scuola della Minica) ci sarebbe un altro "unico" bambino a non fare religione cattolica.
Siccome anche lui è l'unico, pare che anche lui la farà.
Siccome ci sono stati degli sviluppi recenti (ovviamente indesiderabili ed indesiderati e di cui parlerò nei prossimi giorni, spero) nella faccenda della religione speravo di poter avere un sostegno per avere dei chiarimenti con la finora ineffabile insegnante.
Ma siccome l'altra mamma è così polemica su tutto che io sembro un principe della diplomazia, non me ne può venire che danno.
lunedì, 07 settembre 2009
Ed eccoci di ritorno, con alle spalle una vacanza di quelle che da molti anni "ci volevano" (nonostante qualcuno tempo fa mi avesse messo il dubbio che alcune mie insoddisfazioni ricorrenti fossero lo specchio di un fastidio più profondo e nonostante le nostre aspettative decisamente alte), di quelle che non saremmo mai voluti tornare a casa, di quelle che sicuramente "ci torneremo".
Ed eccoci di ritorno, con molti buoni propositi, tra cui quello di perdere i quattro - ! - kg misteriosamente acquisiti negli ultimi due mesi di cui due grazie all'ottima cucina pugliese che, tanto per terrorizzare l'Uomo dei treni, ho attribuito ad un'ipotetica, improbabilissima, gravidanza.
Ed eccoci di ritorno, con una montagna di cosa da fare, tra cui oltre un migliaio di foto da sistemare (il numero delle foto è solitamente un attendibile indice di gradimento delle mie vacanze), qualche post lasciato in sospeso ed ormai non più d'attualità e la prospettiva di un mese di maternità in cui dare una sistemata a tutte quelle cose che da mesi giacciono inevase.
Ed eccoci di ritorno con il Minichino che  - glob - col solo corredo di ma-ma, brumm-brumm, gno-gno-gno e da'-da' oggi inizia l'asilo nido o, come dice l'Uomo dei treni tanto per stemperare l'atmosfera, "può per sempre dire addio alla libertà".


sabato, 22 agosto 2009
E così mi ritrovo a pensare a cosa mettere in valigia e che questi, tempo meteorologico e cronologico permettendo, sono gli ultimi giorni di mare dei Minici.
Ci sarebbe di che esserne contenti, perché stiamo partendo per le vacanze, il Minichino è strato preso al meraviglioso già asilo nido della Minica e finora il tempo, quello meteorologico, è stato clemente.
E invece, la sensazione del tempo, quello cronologico, che fugge sempre più veloce mi mette addosso una certa tristezza.
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