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venerdì, 29 febbraio 2008
postato da: momatwork alle ore 23:00 | Link | commenti
categoria:fare festa, aggiornare il blog
Forse un po' d'inquietudine l'ho già espressa timidamente qui, anche se ho cominciato a coglierla molto tempo prima: alcune tra le mammematte più granitiche, quelle che apparentemente non si erano mai poste tutti i dubbi che mi pongo io da un bel po', si stanno sgretolando.
A parte il fatto che ognuna è mammamatta a modo suo. Io ero matta molto prima di essere mamma e perciò essere una mammamatta mi viene abbastanza naturale. Cerco di farlo con un po' (un bel po') di autoironia, procedendo a piccoli passi e senza perdere di vista quello che fanno le mamme non matte.
Che poi, dal punto di vista di una mammamatta non sono mica tanto normali: vestono le loro figlie come bamboline sexy ed i loro figli come piccoli teppisti, alimentano l'ossessione per il proprio aspetto nelle prime e la tendenza alla violenza nei secondi, si abbandonano alla deriva del "tanto lo impara all'asilo" anche se non mi è sembrato che l'incitamento alla violenza, allo spreco e al disordine facesse parte del piano di orientamento formativo.
Tutte cose di cui poi si lamentano ritrovandole elevate a potenza nell'adolescenza.

Io provo ad andare ancora avanti per la mia strada. Nel caso cambiate idea, sapete dove trovarmi.
giovedì, 28 febbraio 2008
La Minica ultimamente chiede che lavoro faccia la gente.
In alcuni casi la risposta è semplice: la signora A. vende il pane, la zia cura gli animali malati, P. insegna ai bimbi che vanno a scuola.
Poi c'è la mamma di Pingu, che fa la casalinga. Ma siccome noi abbiamo letto la Lipperini, la mamma di Pingu è in maternità finché la Pinga è piccola.
Non pensiate che qui ce l'abbiamo contro le casalinghe per scelta, ma siccome, così pare, questo sarà il messaggio prevalente, noi optiamo per un'interpretazione diversa.
E poi anche la mamma starà a casa per un po', finché il Minichino sarà piccolo, come quando era piccola la Minica. Poi, però, tornerà a lavorare. Perché la mamma ed il papà lavorano.
E poi ci sono i lavori difficili.
M., ad esempio, aiuta le persone a ricostruirsi una casa più solida e bella se un lupo gliela soffia via come è successo ai porcellini.
Che non è esattamente l'immagine che generalmente si ha dell'assicuratore.

Ieri blando tagliando dalla ginecologa.
A parte il fatto che i +9 ai quuli mi ero aggrappata con le unghie e coi denti (soprattutto coi denti) hanno ceduto ad un week-end in montagna a base di slitta, salsiccia e polenta e a qualche giorno a casa.
E mancano ancora tre mesi.

 

postato da: momatwork alle ore 11:38 | Link | commenti
categoria:andare in montagna, andare dal dottore, fare la valigia, darsi una sistemata
martedì, 26 febbraio 2008
Se l'ecomamma (e non solo) ha spesso la mania del cibo, a me è venuta la mania dei piatti. Da quando ho saputo che alla scuola materna, cioè fino ai cinque anni, i bambini mangiano con stoviglie di plastica, spesso usa e getta, su tovaglie di plastica non so darmi pace. Disposizioni ministeriali, mi conferma un'amica educatrice.
Io sono certissima di aver avuto stoviglie frangibili all'asilo (si chiamava asilo o scuola materna ai miei tempi?), anche perché non sono andata a scuola a tempo pieno e quindi non credo di confondermi con la mensa dell'università. Stoviglie frangibili e tovaglie di stoffa a quadretti. Bianchi e rossi, bianchi e gialli, bianchi e verdi e bianchi e  blu. Il colore corrispondeva ad una squadra di apparecchiatori/camerieri/sparecchiatori a rotazione. E poi c'erani i "grandi" e i "piccoli". Ogni "grande" aveva un "piccolo" che doveva aiutare a  vestirsi/svestirsi/mangiare.  I "piccoli " facevano il riposino, i  "grandi" no. I "medi" erano  i più sfigati perchè non li cagava nessuno e dovevano fare il riposino con la testa sul banco, ma questa è un'altra storia. Il mio "piccolo" si chiamava Mario e non lo potevo soffrire. Il mio "grande" non mi ricordo, ma sicuramente mi sarà stato sulle balle anche lui.
Comunque avevamo le stoviglie frangibili.
Anche la Minica usa le stoviglie frangibili, che sarebbe a dire gli stessi piatti e bicchieri che usiamo noi. Le usa da un bel po' visto che non è mai stata una di quelle che lanciano i piatti e che ha sempre mangiato a tavola assieme a noi. Con la tovaglia ed il tovagliolo di stoffa.
Di piatti finora ne ha rotto uno, mettendolo nella lavastoviglie.
Ora, non è solo il fatto della plastica. O dell'usa e getta.
È che un bel rapporto col cibo si costruisce anche col piacere di stare seduti ad una bella tavola apparecchiata.
lunedì, 25 febbraio 2008
C'è la nebbia.
La nebbia c'è perché una nuvolona grande grande e molto pesante era stanca di volare e si è messa a sedere qui per riposarsi un po'.
Ed è per questo che non si vede niente. Perché siamo dentro la nuvolona.
Prima o poi la nuvolona si sentirà di nuovo leggera e se ne andrà.
Nel frattempo, noi non la disturbiamo.

O almeno è così che sto spiegando alla Minica un clima per me sempre più strano e che per lei rischia di diventare sempre più normale.
postato da: momatwork alle ore 21:02 | Link | commenti
categoria:accendere la radio, fare la raccolta differenziata, abbracciare la minica
Non è che io sia una brava donna di casa, anzi.
Non è che io un'ottima cuoca, anzi.
Non è che noi si compri tutto biologico, anzi.

Però, insomma, a mettere insieme un pranzo una e cena cucinati espressi, con una strizzata d'occhio alla dieta mediterranea e un'altra ai prodotti di stagione (ogni tanto l'Uomo dei treni, che mangia pochissime verdure, cede a dei pallidi ed acquosi pomodori invernali, ma vabbè...), ce la posso fare. A fare dei muffin, o meglio delle "tortine" due volte a settimana, anche. Complice il mio forno che ha dichiarato guerra alle torte lievitate di dimensioni convenzionali.

Capita così che la Minica, dopo aver saltato gli omogeneizzati di frutta e prima di cadere nel gorgo delle patatine (per ora egregiamente sostituite dai pop-corn, o meglio dalle "palline", fatti in casa) e dei lecca lecca (che ha scoperto grazie a Pingu, ma che, degna figlia di una madre che, ora più che mai, baratterebbe una fetta di torta per un panino di salame, ancora non chiede) abbia mangiato solo occasionalmente prodotti confezionati (ad eccezione di succhi e latte con la "cocciolata" per niente eco e poco bio che con mio sommo disappunto ormai preferisce a quelli sfusi).

Oggi, mentre stavamo lasciando l'asilo mi ha chiesto cosa fosse quello strano mattoncino che la nonna aveva consegnato a Giacomino.
m@w: "Una merendina"
M. ""Eh?"
m@w: "Una merendina"
M. ""Eh?"
m@w: "Una merendina"
M. ""Eh?"
m@w: "Una specie di torta"

Sguardo di disapprovazione della nonna di Giacomino.
Si vede che con i Giacomini non c'è propro feeling.
mercoledì, 20 febbraio 2008

Sono parecchi giorni che penso a quello che hanno scritto l'ecomamma, melanele e soprattutto japhy72 nei suoi commenti.
Anche perchè la notizia (ma leggetene anche gli ulteriori sviluppi qui) mi ha colto in un momento in cui parlavo di diversità ed omologazione in maniera molto più frivola.
E non è mica simpatico passare da essere quella più anticonformista a quella più ipocrita.
Dice japhy72 che le sembrano ipocriti quelli che non ammettono che ad avere un figlio "diverso" ne va soprattutto della LORO vita.
Beh, io lo ammetto.
Ed è per questo che mi sono decisa a fare figli solo quando in famiglia ci sono state le condizioni economiche e di stabilità che mi sembravano sufficienti anche a gestire almeno dal lato pratico, che poi non è così indifferente come può sembrare, una gravidanza problematica, un figlio che dovesse essere accudito a lungo, una malattia grave e la morte. Forse è per questo che l'indipendenza economica e la continuità lavorativa mi sembrano condizioni così irrinunciabili per entrambi i genitori.
Eppure, quando per la prima volta mi sono trovata veramente a dover scegliere non per me, ma per la Minica, tra diversità ed omologazione, ho rinnegato le mie convinzioni capitolando miseramente all'omologazione. E quando abbiamo fatto altre scelte non solo per il Minichino, ma per tutta la famiglia, sono state decisioni veramente sofferte e dall'esito ancora incerto.
Ossia, mi sembra di aver paura non della diversità in sè stessa, ma del fatto che i miei figli soffrano a causa della loro diversità, specie se imposta da scelte e convinzioni mie. E naturalmente temo che, più grande sia la diversità, più grande sia la sofferenza.
Frequentando altre mamme (mainstream oppure no) ho invece avuto l'impressione che siano tutte molto sicure di sè. Sanno quanto e cosa si deve mangiare, quanto e quando si deve dormire, quali esami e cure e vaccini si debbano (o non debbano) fare, quali modelli educativi si debbano adottare.  Questo, naturalmente sulla base della loro esperienza su, generalmente, un solo figlio, sano. Dispensano consigli sulla base del "col mio ho fatto così e non è mica successo niente".
Bene. Brava.
Ma forse hai avuto solo un gran culo.
Io, che non sono sicura di niente, la chiamo la legge del seggiolino: se non se porti in giro tuo figlio allacciato al seggiolino non è detto che muoia. E se ce lo allacci, non è detto che si salvi. 
È la differenza che c'è tra previsione e prevenzione.
Io credo nella prevenzione, l'ho detto in tempi non sospetti, ed è in un ottica di prevenzione che ho fatto (o non ho fatto) alcune diagnosi prenatali. Credo che adottare certi atteggiamenti possa abbassare alcuni rischi, ma il rischio nullo non esiste e ciascuno di noi deve fare i conti con il rischio residuo nel modo che ritiene più opportuno.
A volte, infatti, le supermamme, crollano. Crollano per un parto che non è andato come previsto, stremate dal sonno, sopraffatte da una malattia, sfiancate da un figlio che "nonostante tutto" non si è rivelato all'altezza delle loro aspettative. A volte, a questo punto, ne fanno un altro, sperando che vada meglio.
Normalmente va peggio. A quel punto si lasciano tranquillamente tutte trascinare dal mainstream negli anni bui dell'asilo e della scuola, dove delegano ad altri gran parte delle responsabilità, arrancano nelle tempeste adolescenziali sperando di attraversarle indenni ed approdano al porto tranquillo dell'eterna giovinezza dove i loro bamboccioni (e bamboccione) rimangono placidamente attraccati in attesa che spiri un vento più favorevole.

E poi ci sono le altre. O meglio, gli altri, perché a differenza delle supermamme, le normalmamme lasciano più visibilità ai normalpapà. I normalgenitori spesso hanno un figlio "speciale".
I normalgenitori a volte li conosci di persona e non ci pensi nemmeno da tanto sono normali.
A volte non li conosci se noi da un blog dove parlano di paura e di coraggio.
Cose molto normali, quando si ha un figlio "speciale".

domenica, 17 febbraio 2008
Nel caso qualcuno se lo stesse chiedendo, alla Minica piace molto la sua cucinetta, nonostante non suoni, non s'illumini e non sia in tutti i toni del rosa.
Stamattina si è offerta di prepararmi il pranzo.
Mi ha fatto una minestra di carote.

E poi l'ha messa in un tupperware.
postato da: momatwork alle ore 10:28 | Link | commenti (4)
categoria:cucinare, andare a lavorare, abbracciare la minica, comperare i regali
giovedì, 14 febbraio 2008
Oggi sono andata in ospedale per i prelievi di routine. Toxoplasmosi, urine, test di Coombs e Citomegalovirus. Di routine fino ad un certo punto perché le risposte negative non possono arrivare solo dopo un'amniocentesi o un'ecografia, ma anche e nonostante tutte le precauzioni, con una banale analisi del sangue.
Sarà per questo che sono sempre andata a prendere i risultati con una certa apprensione.
La folla che attende il suo turno nell'atrio dell'ospedale come se i numeri rossi sul display fossero quelli giocati al superenalotto meriterebbe un post. Un post divertente.
Ma oggi non era il caso.
Oggi c'era una ragazza, anche lei visibilmente incinta, in lacrime allo sportello.
Voleva a tutti i costi prenotare un'amniocentesi per la settimana successiva. Riga rossa o non riga rossa, ero seduta nella prima fila di sedie e non ho potuto fare a meno di ascoltare.
"Non si può" le spiegava l'addetta "lei non ne ha diritto nè per età, nè per predisposizione familiare, nè sulla base dei risultati della traslucenza nucale".
"Ma io voglio farla lo stesso, è mio figlio" gridava "io devo sapere se è sano".

Vorrei saperlo anch'io, ho pensato.
E poi ho pensato che stiamo tutti perdendo la testa.
postato da: momatwork alle ore 14:48 | Link | commenti (18)
categoria:andare dal dottore, parlare con altre mamme
martedì, 12 febbraio 2008
...quello che chiamano rispetto della vita?
E al diritto al rispetto di quella donna, di quella madre, del suo dolore, ci ha pensato nessuno?
Questo paese mi fa sempre più schifo.
postato da: momatwork alle ore 21:47 | Link | commenti (14)
categoria:andare a votare, andare dal dottore, accendere la radio
DIY
Mentre quella frase della Lipperini sulle mani operose ancora mi frullava in testa, qualche giorno fa si parlava (di nuovo) dei piaceri e dei vantaggi del far da sè.
Adesso che di tempo ne ho poco, ho ribadito che i miei "lavoretti" devono necessariamente avere una loro utilità, ossia:
1) non devono essere equivalenti a qualcosa che esiste in commercio;
2) e/o non devono costare più di qualcosa che esiste in commercio;
3) e/o non devo perderci troppo tempo a meno che non consistano di per sè in un gioco.
Altrimenti lo considero crafting compulsivo.
Certo che devo aver perso parecchi punti quando spiegando quanto ci avevo messo per le diverse fasi di un certo progetto la mia interlocutrice ha chiesto (scherzando): "Ma che è? ti sei cronometrata?" ed io ho risposto: "Maccerto. Altrimenti come farei a saperlo?"

Io credo di aver trascurato nella mia vita davvero poche tecniche e materiali, con risultati diversamente apprezzabili. Ma se c'è una cosa che accomuna tutti o quasi i miei "lavoretti" è che sono incompiuti: disegni lasciati a metà, maglioni a cui manca solo il collo, tovaglie da orlare, sculture abbozzate, burattini da vestire, tesi di dottorato abbandonate in dirittura d'arrivo... il perché non lo so... forse ho sempre sovrastimato le mia capacità o mi sono lanciata in imprese troppo faraoniche oppure semplicemente ho la testa più veloce delle mani e non sono mai riuscita a portare a termine un progetto prima di averne pensati altre dieci, più belli, faraonici ed interessanti. Insomma le mie opere compiute si contano davvero sulle dita (di due mani). E in gran parte sono riuscita a finirle perchè le dovevo regalare.
Ma che male c'è?
Secondo me, nessuno.
Intanto perché mi son divertita mentre le facevo e quando non mi sono divertita più le ho abbandonate senza rimpianti. Poi perché ho acquisito una manualità che mi ha permesso di lasciare incompiuti lavoretti sempre più belli. E poi perché erano, appunto un passatempo e, passato il tempo hanno assolto la loro funzione.
Recentemente però mi è capitato di finire ben due cose, la borsa per i cambi della Minica da consegnare in asilo, con tanto di nome ricamato (quelle che avevo trovato erano rigorosamente a quadretto rosa o azzurri) e cinque, dico cinque, bavaglini, sempre per il nido e sempre con nome ricamato ed iniziale addirittura floreale.
"Ma è un peccato!" ha detto la maestra alla quale li ho consegnati "Finiranno distrutti...!"
E allora? Che me ne faccio?
Io lo so benissimo come si chiama mia figlia. Minica, no?
venerdì, 08 febbraio 2008
M.: "Non mi piace questo pesce. Ha la pelliccia."
m@w: "???"

Che mia suocera abbia ragione?
postato da: momatwork alle ore 09:28 | Link | commenti (5)
categoria:aspettare la suocera, abbracciare la minica
giovedì, 07 febbraio 2008
Il fatto è che mi diverto troppo ad ascoltare quello che dice la Minica per preoccuparmi di "insegnarle" qualcosa di ineccepibile.
Ieri ad esempio "leggevamo" un libro dove c'è una pagina con una grande luna e moltissime stelle.
M.: "Cosa sono questi buchi?"
m@w: "Sono crateri"
M. "E si mangiano?"
m@w: "(???) No, non si mangiano."
M.: "E le stelle si mangiano?"
m@w: "No, nemmeno le stelle si mangiano."
M.: "Perché sono crude?"
m@w: "???"
postato da: momatwork alle ore 15:06 | Link | commenti (3)
categoria:abbracciare la minica

In una confusa telefonata all'Uomo dei treni, mia suocera ci illumina sul fatto che alla Minica non bisogna insegnare le cose sbagliate. Ad esempio bisogna spiegarle che "le galline fanno l'uovo dal culetto".
Interessante.
A parte il fatto che non penso di averle mai detto nemmeno che le galline facciano le uova.
Vabbè, siccome ultimamente sono più edotta in fisiologia umana che animale, una volta verificato con l'esperta (se proprio devo insegnarle una cosa, prendiamoci la briga di indagare) che nelle galline il tratto uro-genitale converge e prende il nome di cloaca, chiediamo alla diretta interessata.
m@w: "Chi fa le uova?"
M.: "La gallina"
m@w: "E come le fa?"
M.: "Col culetto"
Mi sembra vada tutto bene.
M.: "E poi le mangia. Col becco."
Hem... no... ancora non ci siamo...

postato da: momatwork alle ore 12:06 | Link | commenti (4)
categoria:aspettare la suocera, abbracciare la minica
mercoledì, 06 febbraio 2008

Diciamocelo, a me la Binetti mi fa un baffo. Rispetto a lei e a quelli come lei io sono avanti anni luce. O indietro, dipende dai punti di vista.
Sì, perché secondo me la vita inizia prima, molto prima del concepimento. Inizia prima ancora del desiderio di avere un figlio, inizia dalla possibilità stessa di averne.
Se a diciott'anni, quando la possibilità e l'intenzione di diventare madre di una famiglia numerosa erano pari a quelle di ottenere il Nobel per la medicina, cioè praticamente nulle, mi avessero detto che per una malattia, un'operazione, una malformazione o un incidente non avrei potuto procreare dei figli, quei figli sarebbero stati in qualche modo dei "figli non nati".
A trent'anni, quando avevo già sotto mano "il padre dei miei figli", ma comunque la possibilità e l'intenzione di diventare madre di una famiglia, ormai difficilmente numerosa, ancora non mi passavano per l'anticamera del cervello (mentre quelle di ottenere il Nobel per la medicina erano da tempo definitivamente sfumate...), ho cominciato a riflettere su come conciliare l'immagine futura che avevo di me, con una qualche forma di discendenza, e l'eventuale impossibilità di procreare naturalmente.
Personalmente non mi sarei sottoposta ad accertamenti specialistici e poi a tecniche di fecondazione assisitita, autologa od eterologa, ancora possibile all'epoca. Mi sarebbero sembrate delle pratiche innaturali, un voler ricercare delle "responsabilità", un istillare il dubbio che questo figlio fosse più di uno che dell'altro, un minare dall'interno la nostra parità di genitori e, perché no, un voler mantenere le apparenze verso l'esterno, come se la sterilità o l'impossibilità di portare a termine una gravidanza non fossero un accidente, ma una vergogna.
Naturalmente, a differenza della Binetti e di quelli come lei, non pretendo che le mie opininioni personali diventino per tutti legge morale e non solo. Se una coppia se la sente di intraprendere la strada della fecondazione assisitita, sono ben felice che lo possa fare nei limiti degli attuali progressi in campo medico e non delle paturnie del baciapile di turno e della propria disponibilità economica. Non per niente sono andata a votare sì per il referendum sulla procreazione assistita quando già cominciava a vedersi una discreta pancetta di quattro mesi. Perché i figli delle coppie che non potranno accedere alla fecondazione eterologa, le gravidanze trigemellari che non arriveranno a buon fine, gli embrioni abortiti perché affetti da un'anomalia genetica che avrebbe potuto essere benissimo diagnosticata in fase di pre-impianto, secondo me sono dei "figli non nati".
La strada che avrei scelto io sarebbe stata quella lunga e difficile dell'adozione, perché è una strada che mi sarebbe comunque piaciuto percorrere, a prescindere e parallelamente alla possibilità di avere dei figli biologici. Forse è per questo che ho deciso per il matrimonio (civile) e non per la convivenza. All'epoca, ma nel frattempo la normativa è cambiata, la domanda di disponibilità all'adozione poteva infatti essere presentata solo dalle coppie sposate da almeno tre anni. Come a dire che, se avessimo intrapreso questa strada saremmo forse in dirittura d'arrivo. Forse.
Invece è una strada che non abbiamo intrapreso perché, quando ne parlai all'Uomo dei treni, lui non era convinto. E i figli, biologici o adottivi, secondo me, bisogna farli in due.
Adesso che so cosa significa portare in grembo, partorire ed allattare un figlio biologico, non ho cambiato idea dull'adozione. Ma non l'ha cambiata nemmeno l'Uomo dei treni, quando il Minichino stentava a venire e gliene ho riparlato.
Se mai avremo un terzo figlio, quasi sicuramente non sarà un figlio adottivo.
Perciò i "miei" figli adottivi, figli che ho desiderato e che avrei amato quanto i miei figli biologici, sono, in qualche modo, almeno per me, dei "figli non nati".
Già, i miei figli. La Minica ed il Minichino. E forse pure il/la Minichetto/a.
Una figlia nata, uno ancora non nato ed uno che non si sa se verrà mai concepito, ma che ai miei occhi sono tutti uguali. Tutti con gli stessi diritti. Il diritto di nascere, il diritto di nascere sani ed il diritto di essere curati ed assistiti dignitosamente se nascessero malati o prematuri o con un'altra malformazione non diagnosticabile o statisticamente improbabile.
Perché dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei quando lanciano le loro improponibili proposte, che una famiglia con un figlio in condizioni di difficoltà ha bisogno di ben altro che di una benedizione. E che, non ricevendo altro, difficilmente avranno il coraggio o la possibilità di avere altri figli, di nuovo dei "figli non nati".
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che un aborto tardivo non si fa per "sbarazzarsi" di una gravidanza indesiderata, ammesso che la maggior parte degli aborti precoci si faccia per questo motivo, magari perché lei e quelli come lei osteggiano un'efficace politica di prevenzione delle gravidanze indesiderate, ma perché la diagnosi prenatale ha evidenziato delle malformazioni che i genitori giudicano incompatibili con una vita decorosa.
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che a quel punto un feto ha già una dimensione considerevole anche nel cuore dei genitori, che forse ha già un nome e qualche pezzo di corredino, che sicuramente sarà un "figlio non nato", perché, con una dolorosa e personalissima decisione, i suoi genitori preferiscono che non nasca.
Perché dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che se non dovesse funzionare il terribile ricatto nei confronti dei genitori biologici, questi "aborti rianimati" assommerebbero le conseguenze di una estrema prematurità al motivo che ha indotto i genitori ad una decisione così terribile come quella di un aborto tardivo e difficilmente troverebbero dei genitori adottivi disposti ad accoglierli. Chissà, forse vuole tenerseli tutti la signora Binetti.
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che ci sarebbe sempre la possibilità per le famiglie più facoltose di rivolgersi all'estero e per quelle meno facoltose a qualche personaggio privo di scrupoli e garanzie.
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che se tirano troppo un lato di una coperta troppo corta, sottrarranno risorse a prematuri di cui i genitori desiderano la sopravvivenza, a neonati che necessitano di cure intensive, al miglioramento delle tecniche di diagnosi prenatale, privando di fatto dei "figli già nati" del diritto alla vita ed alla salute.
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che la sola possibilità di accedervi non abbliga nessuno a sottoporsi ad indagini prenatali, nè tantomeno ad un aborto.

Lui lo usa.
Io lo pago.
Più family di così...

postato da: momatwork alle ore 10:51 | Link | commenti
categoria:fare benzina, andare a lavorare, sbaciucchiare l udt
domenica, 03 febbraio 2008
Va da sè che, sebbene ci siano de bambini intorno ai 18 mesi che la superano in stazza, la Minica sia anagraficamente la più grande del corso. Poco male, se ancora si diverte, io non ho mai avuto smanie di anticipazione (ci devo scrivere un post, ci devo scrivere un post, ci devo scrivere un post...). Però a me sembra piuttosto ovvio che faccia cose che i bambini di dieci o quattordici mesi non fanno, soprattutto avendo cominciato da piccolissima e non avendo mai avuto un periodo di rifiuto.
Invece ci sono quelli che la considerano una specie di prodigio (mamme o, qualche volta, nonne) e quelli che schiattano d'invidia (papà). E c'è un'altra cosa che ho cominciato a notare: i pochi papà superstiti accompagnano quasi sempre figli maschi.
Ierimi sono di nuovo trovata accanto un papà che non accettava la spiegazione "ma ha già due anni" come valido motivo perché il suo virgulto di dieci mesi se ne stesse curvo seduto a bordo vasca, comprensibilmente indeciso o incapace di decidere il da farsi, mentre la Minica era già all'ennesimo tuffo con tanto di "Uno... due... tre...via!".
Questo papà non ha trovato nulla di meglio da dire, per incitare il figlio, che "Su, dai, non fare la femminuccia..." ed io nulla di meglio per irritare il papà che "Su, dai, mostriamogli come si tuffa una femminuccia..." casomai fosse stato tratto in inganno dal costume azzurro e dalla cuffia da squaletto.

Vabbè, io non sono mai stata buona.
E la gravidanza non mi rende certamente migliore
postato da: momatwork alle ore 12:46 | Link | commenti (11)
categoria:andare in piscina, abbracciare la minica
Ieri c'era l'ultima lezione del bellissimo corso di acquaticità che ho fatto con la Minica da quando aveva due mesi e mezzo. Ed è per questo che adesso sta male, direbbe mia suocera.
Dalla prossima settimana (e con qualche mese di ritardo rispetto all'età canonica, ma non c'era posto) passeremo al corso successivo. Il confronto con i corsi per gestanti e piccolissimi tenuti dall'ostetrica, mi dice chi l'ha già fatto, è impietoso, ma apparentemente non ho trovato di meglio.
Stavolta avrei voluto almeno fare con lei il corso pre-parto, ma è più incinta di me e quindi lo sospenderà tra poco.
Molte altre mamme del corso sono più incinte di me. O come me. O un po' meno di me.
Il che significa che i pochi papà che ancora resistono lo fanno perchè temono che la gravidanza sia contagiosa o l'acqua della piscina miracolosa.

O forse nell'acqua non ci fanno solo la pipì.
postato da: momatwork alle ore 11:42 | Link | commenti (3)
categoria:andare dal dottore, aspettare la suocera, andare al corso pre parto
Gastroenterite virale.
Cela.

postato da: momatwork alle ore 11:14 | Link | commenti
categoria:andare dal dottore, portare la minica al nido, abbracciare la minica
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