
Una che non ha nessuna risposta.
Però faccio tante domande; andrà bene lo stesso?






Forse un po' d'inquietudine l'ho già espressa timidamente qui, anche se ho cominciato a coglierla molto tempo prima: alcune tra le mammematte più granitiche, quelle che apparentemente non si erano mai poste tutti i dubbi che mi pongo io da un bel po', si stanno sgretolando.
La Minica ultimamente chiede che lavoro faccia la gente.
Ieri blando tagliando dalla ginecologa.
A parte il fatto che i +9 ai quuli mi ero aggrappata con le unghie e coi denti (soprattutto coi denti) hanno ceduto ad un week-end in montagna a base di slitta, salsiccia e polenta e a qualche giorno a casa.
E mancano ancora tre mesi.
Se l'ecomamma (e non solo) ha spesso la mania del cibo, a me è venuta la mania dei piatti. Da quando ho saputo che alla scuola materna, cioè fino ai cinque anni, i bambini mangiano con stoviglie di plastica, spesso usa e getta, su tovaglie di plastica non so darmi pace. Disposizioni ministeriali, mi conferma un'amica educatrice.
C'è la nebbia.
Non è che io sia una brava donna di casa, anzi.
Sono parecchi giorni che penso a quello che hanno scritto l'ecomamma, melanele e soprattutto japhy72 nei suoi commenti.
Anche perchè la notizia (ma leggetene anche gli ulteriori sviluppi qui) mi ha colto in un momento in cui parlavo di diversità ed omologazione in maniera molto più frivola.
E non è mica simpatico passare da essere quella più anticonformista a quella più ipocrita.
Dice japhy72 che le sembrano ipocriti quelli che non ammettono che ad avere un figlio "diverso" ne va soprattutto della LORO vita.
Beh, io lo ammetto.
Ed è per questo che mi sono decisa a fare figli solo quando in famiglia ci sono state le condizioni economiche e di stabilità che mi sembravano sufficienti anche a gestire almeno dal lato pratico, che poi non è così indifferente come può sembrare, una gravidanza problematica, un figlio che dovesse essere accudito a lungo, una malattia grave e la morte. Forse è per questo che l'indipendenza economica e la continuità lavorativa mi sembrano condizioni così irrinunciabili per entrambi i genitori.
Eppure, quando per la prima volta mi sono trovata veramente a dover scegliere non per me, ma per la Minica, tra diversità ed omologazione, ho rinnegato le mie convinzioni capitolando miseramente all'omologazione. E quando abbiamo fatto altre scelte non solo per il Minichino, ma per tutta la famiglia, sono state decisioni veramente sofferte e dall'esito ancora incerto.
Ossia, mi sembra di aver paura non della diversità in sè stessa, ma del fatto che i miei figli soffrano a causa della loro diversità, specie se imposta da scelte e convinzioni mie. E naturalmente temo che, più grande sia la diversità, più grande sia la sofferenza.
Frequentando altre mamme (mainstream oppure no) ho invece avuto l'impressione che siano tutte molto sicure di sè. Sanno quanto e cosa si deve mangiare, quanto e quando si deve dormire, quali esami e cure e vaccini si debbano (o non debbano) fare, quali modelli educativi si debbano adottare. Questo, naturalmente sulla base della loro esperienza su, generalmente, un solo figlio, sano. Dispensano consigli sulla base del "col mio ho fatto così e non è mica successo niente".
Bene. Brava.
Ma forse hai avuto solo un gran culo.
Io, che non sono sicura di niente, la chiamo la legge del seggiolino: se non se porti in giro tuo figlio allacciato al seggiolino non è detto che muoia. E se ce lo allacci, non è detto che si salvi.
È la differenza che c'è tra previsione e prevenzione.
Io credo nella prevenzione, l'ho detto in tempi non sospetti, ed è in un ottica di prevenzione che ho fatto (o non ho fatto) alcune diagnosi prenatali. Credo che adottare certi atteggiamenti possa abbassare alcuni rischi, ma il rischio nullo non esiste e ciascuno di noi deve fare i conti con il rischio residuo nel modo che ritiene più opportuno.
A volte, infatti, le supermamme, crollano. Crollano per un parto che non è andato come previsto, stremate dal sonno, sopraffatte da una malattia, sfiancate da un figlio che "nonostante tutto" non si è rivelato all'altezza delle loro aspettative. A volte, a questo punto, ne fanno un altro, sperando che vada meglio.
Normalmente va peggio. A quel punto si lasciano tranquillamente tutte trascinare dal mainstream negli anni bui dell'asilo e della scuola, dove delegano ad altri gran parte delle responsabilità, arrancano nelle tempeste adolescenziali sperando di attraversarle indenni ed approdano al porto tranquillo dell'eterna giovinezza dove i loro bamboccioni (e bamboccione) rimangono placidamente attraccati in attesa che spiri un vento più favorevole.
E poi ci sono le altre. O meglio, gli altri, perché a differenza delle supermamme, le normalmamme lasciano più visibilità ai normalpapà. I normalgenitori spesso hanno un figlio "speciale".
I normalgenitori a volte li conosci di persona e non ci pensi nemmeno da tanto sono normali.
A volte non li conosci se noi da un blog dove parlano di paura e di coraggio.
Cose molto normali, quando si ha un figlio "speciale".
Nel caso qualcuno se lo stesse chiedendo, alla Minica piace molto la sua cucinetta, nonostante non suoni, non s'illumini e non sia in tutti i toni del rosa.
Oggi sono andata in ospedale per i prelievi di routine. Toxoplasmosi, urine, test di Coombs e Citomegalovirus. Di routine fino ad un certo punto perché le risposte negative non possono arrivare solo dopo un'amniocentesi o un'ecografia, ma anche e nonostante tutte le precauzioni, con una banale analisi del sangue.
...quello che chiamano rispetto della vita?
Mentre quella frase della Lipperini sulle mani operose ancora mi frullava in testa, qualche giorno fa si parlava (di nuovo) dei piaceri e dei vantaggi del far da sè.
Il fatto è che mi diverto troppo ad ascoltare quello che dice la Minica per preoccuparmi di "insegnarle" qualcosa di ineccepibile.
In una confusa telefonata all'Uomo dei treni, mia suocera ci illumina sul fatto che alla Minica non bisogna insegnare le cose sbagliate. Ad esempio bisogna spiegarle che "le galline fanno l'uovo dal culetto".
Interessante.
A parte il fatto che non penso di averle mai detto nemmeno che le galline facciano le uova.
Vabbè, siccome ultimamente sono più edotta in fisiologia umana che animale, una volta verificato con l'esperta (se proprio devo insegnarle una cosa, prendiamoci la briga di indagare) che nelle galline il tratto uro-genitale converge e prende il nome di cloaca, chiediamo alla diretta interessata.
m@w: "Chi fa le uova?"
M.: "La gallina"
m@w: "E come le fa?"
M.: "Col culetto"
Mi sembra vada tutto bene.
M.: "E poi le mangia. Col becco."
Hem... no... ancora non ci siamo...
Diciamocelo, a me la Binetti mi fa un baffo. Rispetto a lei e a quelli come lei io sono avanti anni luce. O indietro, dipende dai punti di vista.
Sì, perché secondo me la vita inizia prima, molto prima del concepimento. Inizia prima ancora del desiderio di avere un figlio, inizia dalla possibilità stessa di averne.
Se a diciott'anni, quando la possibilità e l'intenzione di diventare madre di una famiglia numerosa erano pari a quelle di ottenere il Nobel per la medicina, cioè praticamente nulle, mi avessero detto che per una malattia, un'operazione, una malformazione o un incidente non avrei potuto procreare dei figli, quei figli sarebbero stati in qualche modo dei "figli non nati".
A trent'anni, quando avevo già sotto mano "il padre dei miei figli", ma comunque la possibilità e l'intenzione di diventare madre di una famiglia, ormai difficilmente numerosa, ancora non mi passavano per l'anticamera del cervello (mentre quelle di ottenere il Nobel per la medicina erano da tempo definitivamente sfumate...), ho cominciato a riflettere su come conciliare l'immagine futura che avevo di me, con una qualche forma di discendenza, e l'eventuale impossibilità di procreare naturalmente.
Personalmente non mi sarei sottoposta ad accertamenti specialistici e poi a tecniche di fecondazione assisitita, autologa od eterologa, ancora possibile all'epoca. Mi sarebbero sembrate delle pratiche innaturali, un voler ricercare delle "responsabilità", un istillare il dubbio che questo figlio fosse più di uno che dell'altro, un minare dall'interno la nostra parità di genitori e, perché no, un voler mantenere le apparenze verso l'esterno, come se la sterilità o l'impossibilità di portare a termine una gravidanza non fossero un accidente, ma una vergogna.
Naturalmente, a differenza della Binetti e di quelli come lei, non pretendo che le mie opininioni personali diventino per tutti legge morale e non solo. Se una coppia se la sente di intraprendere la strada della fecondazione assisitita, sono ben felice che lo possa fare nei limiti degli attuali progressi in campo medico e non delle paturnie del baciapile di turno e della propria disponibilità economica. Non per niente sono andata a votare sì per il referendum sulla procreazione assistita quando già cominciava a vedersi una discreta pancetta di quattro mesi. Perché i figli delle coppie che non potranno accedere alla fecondazione eterologa, le gravidanze trigemellari che non arriveranno a buon fine, gli embrioni abortiti perché affetti da un'anomalia genetica che avrebbe potuto essere benissimo diagnosticata in fase di pre-impianto, secondo me sono dei "figli non nati".
La strada che avrei scelto io sarebbe stata quella lunga e difficile dell'adozione, perché è una strada che mi sarebbe comunque piaciuto percorrere, a prescindere e parallelamente alla possibilità di avere dei figli biologici. Forse è per questo che ho deciso per il matrimonio (civile) e non per la convivenza. All'epoca, ma nel frattempo la normativa è cambiata, la domanda di disponibilità all'adozione poteva infatti essere presentata solo dalle coppie sposate da almeno tre anni. Come a dire che, se avessimo intrapreso questa strada saremmo forse in dirittura d'arrivo. Forse.
Invece è una strada che non abbiamo intrapreso perché, quando ne parlai all'Uomo dei treni, lui non era convinto. E i figli, biologici o adottivi, secondo me, bisogna farli in due.
Adesso che so cosa significa portare in grembo, partorire ed allattare un figlio biologico, non ho cambiato idea dull'adozione. Ma non l'ha cambiata nemmeno l'Uomo dei treni, quando il Minichino stentava a venire e gliene ho riparlato.
Se mai avremo un terzo figlio, quasi sicuramente non sarà un figlio adottivo.
Perciò i "miei" figli adottivi, figli che ho desiderato e che avrei amato quanto i miei figli biologici, sono, in qualche modo, almeno per me, dei "figli non nati".
Già, i miei figli. La Minica ed il Minichino. E forse pure il/la Minichetto/a.
Una figlia nata, uno ancora non nato ed uno che non si sa se verrà mai concepito, ma che ai miei occhi sono tutti uguali. Tutti con gli stessi diritti. Il diritto di nascere, il diritto di nascere sani ed il diritto di essere curati ed assistiti dignitosamente se nascessero malati o prematuri o con un'altra malformazione non diagnosticabile o statisticamente improbabile.
Perché dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei quando lanciano le loro improponibili proposte, che una famiglia con un figlio in condizioni di difficoltà ha bisogno di ben altro che di una benedizione. E che, non ricevendo altro, difficilmente avranno il coraggio o la possibilità di avere altri figli, di nuovo dei "figli non nati".
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che un aborto tardivo non si fa per "sbarazzarsi" di una gravidanza indesiderata, ammesso che la maggior parte degli aborti precoci si faccia per questo motivo, magari perché lei e quelli come lei osteggiano un'efficace politica di prevenzione delle gravidanze indesiderate, ma perché la diagnosi prenatale ha evidenziato delle malformazioni che i genitori giudicano incompatibili con una vita decorosa.
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che a quel punto un feto ha già una dimensione considerevole anche nel cuore dei genitori, che forse ha già un nome e qualche pezzo di corredino, che sicuramente sarà un "figlio non nato", perché, con una dolorosa e personalissima decisione, i suoi genitori preferiscono che non nasca.
Perché dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che se non dovesse funzionare il terribile ricatto nei confronti dei genitori biologici, questi "aborti rianimati" assommerebbero le conseguenze di una estrema prematurità al motivo che ha indotto i genitori ad una decisione così terribile come quella di un aborto tardivo e difficilmente troverebbero dei genitori adottivi disposti ad accoglierli. Chissà, forse vuole tenerseli tutti la signora Binetti.
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che ci sarebbe sempre la possibilità per le famiglie più facoltose di rivolgersi all'estero e per quelle meno facoltose a qualche personaggio privo di scrupoli e garanzie.
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che se tirano troppo un lato di una coperta troppo corta, sottrarranno risorse a prematuri di cui i genitori desiderano la sopravvivenza, a neonati che necessitano di cure intensive, al miglioramento delle tecniche di diagnosi prenatale, privando di fatto dei "figli già nati" del diritto alla vita ed alla salute.
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che la sola possibilità di accedervi non abbliga nessuno a sottoporsi ad indagini prenatali, nè tantomeno ad un aborto.
Lui lo usa.
Io lo pago.
Più family di così...
Va da sè che, sebbene ci siano de bambini intorno ai 18 mesi che la superano in stazza, la Minica sia anagraficamente la più grande del corso. Poco male, se ancora si diverte, io non ho mai avuto smanie di anticipazione (ci devo scrivere un post, ci devo scrivere un post, ci devo scrivere un post...). Però a me sembra piuttosto ovvio che faccia cose che i bambini di dieci o quattordici mesi non fanno, soprattutto avendo cominciato da piccolissima e non avendo mai avuto un periodo di rifiuto.
Ieri c'era l'ultima lezione del bellissimo corso di acquaticità che ho fatto con la Minica da quando aveva due mesi e mezzo. Ed è per questo che adesso sta male, direbbe mia suocera.
Gastroenterite virale.