
Se non ve lo ricordate (
ma ve lo ricordo io), ho scelto di fidarmi della medicina convenzionale. Ho fatto vaccinare i miei figli per le vaccinazioni da noi ancora obbligatorie e quelle fortemente consigliate, ci avvaliamo con moderazione di strutture pubbliche e di medici pubblici.
Privatamente vado dal dentista, ma solo perché è un mio amico e mi fa ridere anche durante un’otturazione.
Adesso non vorrei scatenare un dibattito su questo argomento e soprattutto sul discorso vaccinazioni sì/vaccinazioni no, sul quale, lo confesso, sono pressocchè impreparata. Teoricamente in campo medico potrei essere a favore della libertà di scelta, visto che, sia che uno decida di curarsi con l’acqua fresca sia imbottendosi di farmaci, sembrerebbero affari suoi. In pratica, poiché ad un certo punto è possibile che questa sua scelta vada a gravare su tutti gli altri, ossia sul sistema sanitario pubblico, trovo giusto che questo sistema fornisca e sostenga una certa linea di condotta, scoraggiando almeno economicamente le pratiche che se ne discostano eccessivamente.
Quindi, quando ho dovuto decidere, ho scelto semplicemente di credere ad alcuni ( e non capisco perché i grandi organismi nazionali ed internazionali che vengono sempre tirati in ballo come fonti autorevolissime quando si parla di allattamento, di parto naturale, di alimentazione, in altre occasioni diventino dei faccendieri proni agli interessi delle multinazionali del farmaco) e non ad altri; perché, comunque, a qualcuno avrei pur dovuto finire per credere, e sulla base di quali credenziali, non si sa. E mentre quando mi rivolgo ad una struttura pubblica ho l’impressione che quello che mi viene detto non sia necessariamente quello che voglio sentirmi dire (anche se ho cercato delle strutture pubbliche dove questo fosse più probabile), o che comunque per loro sia indifferente dire una cosa o l’altra, visitarmi o meno, farmi una ricetta, prescrivermi un esame oppure no, mi rimarrebbe sempre il dubbio che per 100 e passa euro a botta uno disposto a dirti e a farti fare qualsiasi cosa prima o poi lo trovi.
Naturalmente mia suocera
non condivide la mia linea non interventista.
Quando si ha un qualche malanno (e anche quando non lo si ha) bisogna prendere assolutamente QUALCOSA. QUALSIASI COSA. Uno sciroppo o delle pastiglie per la tosse. Un antibiotico, uno qualsiasi. Un decongestionante nasale. Degli impacchi caldi. O freddi, dipende dall’ultima cazzata che ha sentito in TV. Fermenti lattici a tonnellate. E integratori a pacchi. Di vitamine, di minerali, di, la sua ultima scoperta, OLIGOELEMENTI. L’importante è intervenire, subito ed in maniera massiccia. E poi mangiare alcune cose di cui lei ci rifornisce parcamente ma amorevolmente (tazze di brodo di gallina, pompelmi, ribes ma solo se nero) e non altre (che è impossibile conoscere a priori, ed che ho il sospetto diventino nocive nel momento esatto in cui le metto in un piatto).
E siccome alla domanda “Hai preso/le avete dato QUALCOSA?” l’uomo dei treni invece di rispondere “Sì mamma, ho preso/le abbiamo dato esattamente quello che mi davi tu trent’anni fa anche se adesso se lo dai ad un bambino con meno di dodici anni ti tolgono la patria potestà” mugugna, lei si fionda dal suo farmacista di fiducia e ci riempie la casa di farmaci non richiesti. Perché per farsi dare un farmaco lei non va dal medico, che, con rare eccezioni di alcuni suoi specialisti di fiducia ancora non caduti in disgrazia, non capisce niente, ma dal “suo” farmacista “di fiducia”, ossia uno che finora le ha sempre dato tutto quello che voleva ed anche di più, evidentemente anche senza ricetta, purché paghi.
E poi me lo porta e me lo deposita IN CUCINA. In cucina! Io odio vedere farmaci in cucina!
In cucina, si cucina, si tiene il pane, la frutta, una torta di cioccolato.
I farmaci, nella più rosea delle ipotesi, sanno di termometri infilati in pliche innominabili e sudaticce, di culetti che scappano rincorsi da mamme amorevoli armate di supposte, di fazzoletti che da morbidi e candidi diventano sculture solide e verdognole abbandonate sul pavimento mentre in sottofondo
ronza l’areosol.
I farmaci, nella peggiore delle ipotesi, ti ricordano che non solo prima o dopo devi, ma presto puoi morire.
I farmaci sono mal tollerati in frigo se assolutamente necessario, appena consentiti fuori dall’apposito contenitore per lo stretto periodo di utilizzo e MAI, MAI e poi MAI ammessi in cucina, men che meno DENTRO IL CESTINO DEL PANE, fossero anche le gocce di fluoro per i denti.
A casa dei miei suoceri c’era più roba dentro il cestino del pane, che sullo scaffale di una farmacia.