Dove eravamo rimasti?Ah, sì, qui.
E nel frattempo, mammalisa ha realizzato sul suo sito una bellissima sezione sul metodo montessori dove ha raccolto con pazienza certosina link, definizioni e descrizione delle attività e dei materiali e dove ha citato pure me ed il mio stile dissacrante.
E nel frattempo qualcuno si è fatto di me un'idea troppo bucolica, perciò è ora di lasciarvene un altro stralcio:
Decide how much or how little Montessori you are (e qui casca il palco): perché il metodo montessori, o almeno il metodo montessori secondo me e non solo, è rappresentato in minima parte dalle carte tematiche, dai cilindri, le aste e i triangoli.
Il metodo montessori per me è, soprattutto, uno stile di vita.
E mi ritrovo abbastanza nelle parole di Steph, che si colloca “somewhere in the middle” e che “deve” stabilire un momento della giornata per fare delle attività strutturate altrimenti si ritroverebbe piuttosto a passare l’aspirapolvere o a caricare la lavatrice.
Ecco, anch’io mi conosco troppo bene ed anch’io avrei mille cose che mia madre o mia suocera o la mia vicina di casa o probabilmente anche mio marito ritengono più importanti di piantare i bulbi, impastare il pane o fare una passeggiata per raccogliere le foglie, ma se aspetto di finirle tutte a fare la passeggiata mi ci porterà la badante.
Perciò, ho dovuto trovare un equilibrio tra fare tutto quello che vorrei fare e fare tutto quello che dovrei fare, perché non è molto montessoriano nemmeno doversi aprire un varco fra la roba da stirare per poter uscire di casa, camminare sul riso disperso in un qualche travaso e dover aprire la porta per capire il tempo che fa.
Un bel libro (in Italiano) per cominciare è, oltre a quello già citato di Seldin, “Una casa a misura di bambino” di Grazia Honegger Fresco, di cui forse avevo già parlato, perché anche se non si può pensare di ricreare un perfetto ambiente montessoriano (o in italiano, grazie a mammalisa) in una settimana, non bisogna nemmeno dimenticare l’importanza del prepared environment: un ambiente bello, ordinato, piacevole e che permetta al bambino di sentirsi indipendente.
Anche in questo caso secondo me conta più lo “spirito”: basta una libreria bassa per lasciare a disposizione del vostro bambino una gamma sufficientemente ampia (ma non troppo!) di attività di libera scelta, evitando (cosa che invece vedo praticamente in tutte le camerette che frequento) il “cestone raccoglitutto” dove buttare tutto quello che non ha una precisa collocazione.
“Ogni cosa al suo posto ed un posto per ogni cosa”, mi diceva da piccola mio padre, senza peraltro riuscire a convincermi. Ci sono voluti una casa mia, un lavoro incasinato e svariati traslochi perché mi rendessi conto dell’utilità di questa frase.
Adesso ho un posto per quasi tutte le cose.
E quasi tutte le cose fuori posto.
Il nostro angolo montessoriano consiste in una vecchia scarpiera Ikea (purtroppo non più in produzione, altrimenti ne avrei comprata un'altra, visto che sembra fatta apposta):

e una libreria (anche Ikea) che esiste anche in diverse versioni, tra le quali una bassa (ovviamente nell'altro senso...) che sembra fatta apposta, e si completa con un set tavolo e due sedie (sempre Ikea).

In questo momento sto riorganizzando i livelli, perché quel piccolo essere che vedete nella foto, arrampicandosi, ha conquistato nuove altezze e devo dire che non è facile trovare un compromesso tra la libertà di esplorazione, la correzione dell’errore, l’ingestione di oggetti estranei e la percorribilità del pavimento.
Anche in questa prospettiva(che spero migliore di quella delle foto, ma io non sono una grande fotografa d'interni...), non ho mai insistito perché la Minica utilizzasse un tappetino per delimitare il suo spazio di lavoro, visto che tale delimitazione sarebbe risultata troppo blanda per un fratellino in fase esplorativa.
Tra i materiali montessoriani propriamente detti, ne ho alcuni comperati tra compleanno e Natale (knobless e knobbed cilinders), altri li ho fatti in casa (dressing frames, sound bottles, touch tables, sewing cards, construction triangles), ed altri sotto forma di “allestimenti” improvvisati (nature tray, mistery bag, cassetta dei travasi).

Altre cose non esplicitamente montessoriane (cassetta dei travestimenti, giochi ad incastro, scaffale dei colori) sono comunque montessorianamente disposte.
Il Minichino ha il suo bravo cestino dei tesori che esplora con voluttà e sta cominciando ad interessarsi alle cose che fanno rumore e ai processi di svuotamento/riempimento, per cui gli ho dato delle cassettine piene di coperchi (grandi), anelli per le tende e ritagli di stoffa.

Altra cosa che lo riempie di gioia è la famosa piccola scarpiera, mentre per fortuna


né capito come aprire i cassetti del “fasciatoio" (qui in un'immagine datata, viste le dimensioni del Minichino che ci sta sopra e pure il fatto che se ne stia lì da solo):

Come potete vedere dalle foto, la camera dei Minici non ha nulla delle atmosfere minimaliste delle nursery americane complete in ogni particolare ben prima che il bambino nasca. La camera dei Minici è sempre stata un ambiente "in divenire", le cui mutazioni avrebbero meritato una serie di post, e che culmineranno, spero tra più di un decennio, con l'apertura di una nuova porta ed una parete in cartongesso a dividere il gineceo dall'androceo, ma...
Ma.
Gran parte delle previsioni di quel post si sono avverate. Il bagnetto fasciatoio alla fine è rimasto stabilmente al piano di sopra ed è diventato il mobiletto del bagno. Il lettino (che, da solo, meriterebbe un post a sè) invece è rimasto al piano di sotto, memori delle bestemmie che ci sono volute per portarcelo. Il che vuol dire che il Minichino, che tuttora si sveglia almeno una volta durante la notte, se non è già da bel principio nel nostro letto, ci viene depositato nottetempo (nel nostro letto). Il divano, che già era sceso di un piano e che per qualche mese è stato il letto della Minica che lo preferiva al lettino, è sceso di un piano ulteriore, probabilmente sempre a suon di bestemmie, ma io non ero a casa e non ho sentito, per far posto a questi catafalchi:

Ok, ci siamo fatti prendere la mano. Ci siamo fatti prendere MOLTO la mano. Eravamo andati solo a vedere. La (s)fortuna ha voluto che proprio quella settimana avessero il 30% di sconto.
Sono enormi.
Sono ingombranti.
Sono pericolosi.
Sono costosi.
Sono molto poco montessoriani.
Ma ci piacevano un sacco.
Start small/Have low expectations/Let the child be your guide: e questo vale per le carte, per i materiali e anche per tutto il resto.
Avete notato anche voi una tendenza comune a proporre tutto troppo presto? Pupazzetti e sonaglini ancora in ospedale (quando un bambino è già sovrastimolato da un ambiente completamente nuovo, ed intendo quello extrauterino, e quindi l’ultima cosa di cui ha bisogno è probabilmente un oggetto enorme e minaccioso che gli viene agitato davanti agli occhi in un tripudio di strilli sovracuti), palestrine multiattività in cui finisce per sonnecchiare il gatto, tappetini e tavolini ipertecnologici e ultrasensoriali che sferragliano a tutte le ore del giorno, dodecaedri che si illuminano e parlano in trentadue lingue ad un bambino che non ne conosce nemmeno una, aggeggi petulanti che ti interrogano, ti valutano ed eventualmente gratificano con un bel “Bravo!” pronunciato da una voce elettronica.
Il triciclo ad un anno.
La bicicletta a due.
La macchina (elettrica) a tre.
Da questa smania non si salvano nemmeno i vestiti, ed infatti si vedono spesso bambini con dieci centimetri di risvolto sul pantaloni e triplo giro di maniche. Anzi, ho l’impressione che i bambini abbiano SEMPRE vestiti palesemente troppo grandi e mai della taglia giusta.
E lasciamo perdere il fatto che a partire dai due anni l’offerta di rivolga a delle micro-adolescenti o a dei micro-teppistelli.
Per stavolta.
Nonostante qualcuno mi abbia vista come una mamma iperattiva, credo di essere sempre partita abbastanza al rallentatore, dopo aver lasciato la Minica libera di esplorare una casa già naturalmente priva di oggetti fragili o di valore e sorprendentemente molto più sicura di quanto non sembri a prima vista. Ho cominciato con qualche idea sbirciata ai nidi a cui l’iscrivevo senza nessuna speranza che c’entrasse: il cestino dei tesori, scatole piene di ritagli di tessuto o di coperchi, mestoli da cucina da sbatacchiare ovunque e poi pasta per modellare (sempre nella versione “base”, più mattarello e formine, non in quelle in cui un pagliaccio a grandezza naturale espelle playdough da tutti gli orifizi), immagini e oggetti da incollare, materiali sempre più piccoli da manipolare, travasare ed infilare nelle fessure tra le tavole del pavimento ad imperitura memoria.
E naturalmente alcuni giochi classici: anelli da infilare, forme e buchi corrispondenti, mattoncini da sovrapporre, prevalentemente nella variante legnosa/non parlante, mentre i giochini diversamente interagenti, che, seppur in maniera non massiccia, sono comunque arrivati, sono stati prevalentemente occultati in attesa di identificazione di un destinatario plausibile ed espulsione.
Un percorso che sto riproponendo paro paro al Minichino, con la complicazione che alcuni giocattoli indesiderati sono stati intercettati dalla Minica e perciò tolti dall’involucro originale e, talvolta, addirittura richiesti a qualche giorno dalla misteriosa sparizione.
In compenso l’effetto secondogenito ha di molto ridimensionato i quantitativi in arrivo.
Ad un certo punto, però, la Minica aveva circa un anno, un anno e mezzo, abbiamo cominciato a frequentare regolarmente altri bambini, altre famiglie e lei a subire altre significative influenze. Perché, c’è poco da fare, i bambini sono effettivamente attirati dai giocattoli colorati/rumorosi/plasticosi.
O comunque la Minica lo era.
Lo è.
È anche possibile che i bambini siano solo attirati dai giocattoli diversi da quelli a cui sono abituati, e che in breve tempo le verrebbero a noia anche quelli, se fossero suoi.
Fatto sta che i giocattoli rumorosi/plasticosi (colorati mi può andar bene…) il cui unico scopo sembra quello di dare fastidio, danno fastidio prevalentemente a me, e quindi la mia attività di prevenzione e soppressione non si collocava esattamente in un’ottica “let the child be your guide”; se effettivamente mi fossi fatta guidare incondizionatamente dalla Minica, anche la mia casa alla fine sarebbe piena di giocattoli rumorosi/plasticosi, cosa che invece (per ora) non è.
Quello che abbiamo cercato di darle è la famosa “freedom within limits”, proponendole una certa gamma di materiali ed attività, ma non contrastando apertamente eventuali guizzi che andassero in un’altra direzione. Ed infatti ieri si è fatta prestare una borsetta della Bella Addormentata, rosa e glitterata, fatta in Cina presumibilmente da bambini con materiali presumibilmente tossici, ma vabbè. Allo stesso modo, se lei propone di guardare un DVD della nostra ristretta collezione, compatibilmente con i tempi ed i modi, l’accontentiamo proprio per non ammantare la TV del fascino del proibito.
Insomma, abbiamo esteso ai giochi il motto "non offrire, non rifiutare".
Dicevo che ad un certo punto abbiamo avuto non solo la sensazione che, a lasciarci guidare dalla Minica, saremmo confluiti di lì a poco nel mainstream perché la nostra influenza cominciava a non essere non solo predominante, ma neppure particolarmente significativa, ma anche che vi fosse un drastico calo dell’offerta di giocattoli mainstream “educativi” o presunti tali rivolti a quell’età, ed che molti genitori, mainstream e non (me compresa), a questo punto, avessero deciso di mettere in cantiere un secondo figlio. I giocattoli educativi mainstream rifaranno la loro comparsa più avanti, sotto forma di puzzle e sapientini, probabilmente regalati da persone meno informate sui gusti dei destinatari, e con quale esito non saprei, dopo un biennio di distrazione più o meno inconsapevole.
Ed è stato più o meno in questo momento che ho scoperto l’alternativa offerta del metodo Montessori, che mi è sembrato la naturale persecuzione del nostro, ahi, “stile genitoriale” in cerca di conferme. Perché se c’è una cosa (ma ce n’è più d’una) che non mi convince nell’ homeschooling/unschooling è la presunzione che una madre sappia cos’è meglio per i suoi figli.
Intanto, tra il sapere ed il poter mettere in pratica, c’è di mezzo altro che il mare, quindi eventualmente una madre potrebbe sapere cos’è il meno peggio per quel particolare figlio tra le opzioni umananamente percorribili e che non si escludono vicendevolmente.
Poi, se il meglio è esclusivo appannaggio della madre, il padre sembrerebbe non avere nessuna voce in capitolo.
Poi, se quella di sapere cos’è meglio per i propri figli è una prerogativa di tutte le madri e non solo di quelle un po’ pazzerellone, potremmo desumere statisticamente che il meglio per la stragrande maggioranza dei bambini è guardare la TV, mangiare schifezze, collezionare gormiti (per i maschi) e vestirsi da zoccola (per le femmine), a meno di non voler considerare tutte le madri dentro il mainstream delle imbecilli irretite dalla TV, dalla pubblicità, dal pediatra, dalle nonne, dal libretto di puericultura spicciola del momento, dalle amiche e dalla commessa della profumeria.
E, in entrambi i casi, non c’è un cazzo da ridere.
Poi, anche al di fuori dal mainstream, dovremmo riconoscere un ugual diritto all’autodeterminazione alle creazioniste, alle nazionaliste, alle razziste e a tutte le altre seguaci di aberrazioni etnico/religioso/politico ovunque dislocate, mentre la funzione che io riconosco ad una scuola pubblica ancorché disastrata, e che pretendo da questa, è quella di fornire un minimo comune denominatore di conoscenze culturali, sanitarie e sociali condivise almeno a livello di singola nazione che possano garantire sì, il diritto all’autodeterminazione, ma di tutti i bambini una volta adulti.
Quello che invece viene spesso imputato alle homeschooler, ossia di voler proteggere i propri figli, lo considero un diritto sacrosanto, e non solo delle homeschooler. Tutti i genitori proteggono, o meglio, cercano di proteggere, i loro figli; credo sia un nostro istinto animale più che umano. Tutto sta a vedere da che cosa li proteggiamo ed in che modo.
Ci sono quelli che li proteggono vaccinandoli contro tutte le malattie conosciute e quelli non vaccinandoli affatto, quelli che li proteggono allattandoli fino a dieci anni e quelli svezzandoli a tre mesi, quelli che li proteggono col cappellino, con la crema alla calendula, con la paura dell’uomo nero, con la collanina d’ambra, col telefonino a sei anni, col pediatra antroposofico, col metodo estivill, con la lettura ad alta voce, coi DVD educativi.
Io credo che tutti quelli che fanno qualcosa per i propri figli lo fanno, non dico scientemente per proteggerli, ma nemmeno con l’intento di danneggiarli.
Ecco, io non credo di sapere ciò che è meglio per i miei figli, ma so di volerli proteggere. Vorrei naturlmente proteggerli dalle malattie, dagli incidenti d’auto, dagli infortuni domestici ed anche, non crediate che questa eventualità, per quanto statisticamente più remota delle precedenti, non spaventi anche me, dall’orco cattivo. Vorrei soprattutto proteggerli dall’infelicità, quella cronica, che vedo in molti adulti. Non so nemmeno se le strategie che sto mettendo in atto basteranno, probabilmente no, e che tutto quello che ha fatto il mio istinto di madre è stato farmi comprare alcuni libri e non altri, apprezzare alcuni metodi e non altri, ascoltare alcune voci e non altre.
Insomma, non ho creduto a me stessa. Ho creduto ad alcune fonti molto più autorevoli di me ed in ciò si esaurisce l’esercizio del mio libero arbitrio.
Direi quindi che le mie aspettative a lungo termine non sono esattamente low, mentre quelle a breve lo sono sicuramente e sono sicuramente subordinate al gioco, al divertimento, allo stare in compagnia di altri bambini, allo stare all’aria aperta e, perché no, anche al vedere per l’ennesima volta “La Bella Addormentata nel Bosco”.
A chi mi chiedeva suggerimenti, consiglierei man mano che vengono delle idee di fare delle liste tipo “Cosa fare quando piove”, “Cosa fare quando c’è bel tempo”, “Cosa fare in casa” e “Cosa fare fuori” da consultare all’occorrenza e soprattutto di non farsi prendere dall’ansia di prestazione. Non serve siano avventure mirabolanti: una visita ad un piccolo museo, una passeggiata in un parco, una torta, degli impasti con l’acqua… ed anche per una bambina vivace come la Minica, un paio di iniziative di questo tipo a settimana, comprese quelle che si materializzano in maniera estemporanea, sono più che sufficienti, anche perché disponendo di molte “attività di libera scelta” il più delle volte non è necessario mettere altra carne al fuoco.
Don’t correct their mistakes: da definizione, i materiali montessoriani dovrebbero essere autocorrettivi. Questo significa che, se vengono usati in modo improprio il bambino dovrebbe accorgersene da solo. Se questo non accade, vuol dire che il bambino non è pronto per l’attività.
Ora qui io mi trovo un po’ in difficoltà, perché, per la solita cronica mancanza di tempo, la Minica mi vede armeggiare e mi chiede di giocare con ogni nuovo aggeggio ben prima che sia finito. Quindi una vera presentazione formale, mostrandole l’utilizzo canonico dell’aggeggio non gliel’ho fatta mai. Forse, se gliela facessi, le sembrerebbe pure strano, mentre presentata da un’insegnante o vista fare dai compagni, un’attività ha tutta un’altra importanza.
Prendiamo ad esempio le sound bottles, che nel mio caso sono dei tubetti di vitamine rivestiti di carta vellutata adesiva (avanzo delle sandpaper letters), riempiti di semi/pasta/ghiaia a granulometria diversa, incollati e contrassegnati da un colore sul fondo: stesso rumore, stesso colore.

Bene, il Minichino li prende e li scuote felice. È ovviamente troppo piccolo per capire. Bene.
La Minica ha capito che ce ne sono due, uno rosso ed uno blu, che producono lo stesso suono, ma non ha capito che il colore sul fondo serve da “controllo”. Quindi lei li accoppia sulla base del colore di controllo, poi li scuote e verifica compiaciuta che facciano lo stesso rumore.
È ancora troppo piccola o gliele ho proposte male?
Ci arriverà da sola o varrebbe la pena “rispiegargliele”?
Ci sono anche materiali non espressamente montessoriani che possono essere auto-correttivi: i puzzle, i giochi ad incastro o in cui ricostruire una sequenza; anche in questo caso penso valga la regola che se non ci arrivano da soli vuol dire che non sono pronti per quell’attività. Eppure mi capita regolarmente di vedere adulti che “aiutano” i bambini a trovare la tessera mancante, il buco giusto, l’ordine corretto.
Devo dire che, le prime volte, mi sarebbero servite le mani legate dietro la schiena per impedirmi di intervenire, ma la soddisfazione che le si è dipinta sul volto quando ha completato il suo primo puzzle o quando ha ordinato per la prima volta una serie di dodici scatole cinesi con coperchio (Ikea, 5.90 euro, purtroppo non più in produzione…), mi ha fatto capire che ne è valsa la pena.


Altri materiali autocorrettivi sono semplicemente un pennarello e qualche confezione di playdough lasciati aperti. Anche in questo caso le mani legate dietro la schiena e qualche pennarello immolato sull’altare della Montessori sono serviti più di mille ripetizioni (e soprattutto di mille riordini coatti).
Col tempo credo di essere diventata abbastanza montessoriana, anche se non le presento il vassoio da destra verso sinistra piuttosto che da sinistra verso destra; certo qualche volta (spesso) mi sfilo le scarpe senza slacciarle, non ripiego i vestiti e non rifaccio il letto ogni mattina, ma cerco di preparare tutto ciò che mi servirà per un’attività (mia, non sua), di riordinare quando ho finito, e soprattutto di farlo VOLENTIERI, perché fa parte dell’attività, perché la casa è più bella, perché mi fa stare bene ed alla fine, toh, pure mi piace.
E poi, ripero, io non HO trovato il metodo montessori, ma mi SONO ritrovata in esso.
Appreciate the value of Practical Life and Sensorial Development: bene, ormai spero si sia capito dove voglio andare a parare. Il mio viaggio nel metodo montessori non aveva e tuttora non ha una meta; è stato un percorso senz’altro piacevole (come spero continui ad essere negli anni a venire), ma non esente da intoppi, deviazioni e delusioni. Ogni volta che mi sono “incartata” sono ritornata a rileggere queste ultime frasi e, soprattutto, mi sono concentrata sugli aspetti di Practical Life e Sensorial Development che davvero rappresentano la principale differenza rispetto a quello che offre il mainstream.
La stagione è propizia (non che l’inverno ci abbia in quelche modo fermati), il tempo quasi (ma nemmeno quello ci ha mai fatto paura) per immergersi nei colori, nei suoni, negli odori, nelle texture e nei gusti della natura: se non avete un bosco, basta un parco, se non avete un parco, basta un giardino, se non avete un giardino, basta un terrazzo, se non avete un terrazzo, basta un vaso sulla finestra.
Se non avete una finestra, c’è il piano casa.
Questo post, che si candida come il più lungo del mondo, è stato scritto a rate in un paio di mesi. Ogni volta che ci rimettevo mano era successo un qualcosa che mi costingeva ad aggiornarlo/modificarlo.
Mi rendo conto che ne è uscito un papocchio dispersivo e che ogni sezione meriterebbe una discussione a sè.
Nello stesso tempo avevo bisogno di un qualcosa di sufficientemente vasto per organizzare il mio montessori-pensiero.
Spero di non avervi troppo inibito e invito chiunque passi di qua ad aggiungere, chiedere, contestare.
postato da: momatwork alle ore 11:24 | Link | commenti (34)
categoria:fare pasticci, non guardare la tv, scrivere la recensione, andare a lavorare, aggiornare il blog, sistemare il giardino, passare in libreria, lavare i pannolini, riordinare la camera dei minici, scaricare le foto, fare un giro, comprare mobili nuovi, parlare con altre mamme, restituire i vestitini, fare la raccolta differenziata, sbaciucchiare l udt, passare l aspirapolvere, abbracciare la minica, comperare i regali, riparare la casa, portare la minica allasilo, abbracciare il minichino, portare il minichino al nido, portare la minica a scuola
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is over.
Questa settimana mi sono goduta tre giorni da SAHM* ovverosia Stay At Home Mom.
Qualche settimana fa mi hanno regalato un'azalea grande come un albero di Natale.
La scorsa settimana i Minici sono stati colpiti dell’ennesimo “virus delle festività” nell’inedita combinazione prima il Minichino-poi la Minica.

