
Vabbè, la storia la sapete.
Quando ho dovuto scegliere tra amare il prossimo mio (nella figura della Minica che non avrebbe capito, a due anni e mezzo, perché fosse l’unica bambina a non incollare dell’ovatta su una fotocopia dell’agnellino, della sue maestre che me lo chiedevano imploranti e dei suoi compagni che avrebbero potuto godere di un paio d’ore in più di quella compresenza che sembra così superflua al Ministro Gelmini) ed amare me stessa (nella figura delle mie convinzioni)
ho scelto il prossimo mio.
Non ci faccio una bella figura nei confronti dei martiri cristiani di un tempo che per non rinnegare la loro fede affrontavano le belve; io mi sono cagata addosso davanti a dei bambini dell’asilo.
Ma ci faccio lo stesso una bella figura davanti ai martiri cristiani di oggi che nel nome della loro fede se ne strafottono di maciullare bambinetti tra gli ingranaggi del sistema scolastico e di dilaniare i loro genitori tra quello che credono e
come spiegarlo ai propri figli.
E così la Minica si è avvalsa di un anno di “insegnamento della religione cattolica” (chissà perché se ne dimenticano sempre i giornali di specificare quel “cattolica” e gli opinionisti del momento quando difendono il valore culturale di tale insegnamento, come se conoscere gli usi di altre religioni non lo fosse), ha portato a casa un agnellino impiastrato di colla e ovatta e pure qualcos’altro.
Tipo il fatto che prima di mangiare si possa dire: “Ti ringrazio
Giovanni di questo cibo”.
Giovanni?
Sì, Giovanni, quello che sta in chiesa.
Giovanni o
Gesù?
Ah, no, ecco, Gesù.
E che quindi si possa anche ripetere insieme, non so in quale altra occasione: “Ti ringrazio Gesù di cuore”.
E se non lo fai, è perché sei cattiva?
Tipo il fatto che nonostante io non solo non le abbia mai vietato di visitare chiese ed edifici di culto di varie confessioni e di assistere a funzioni religiose, ma ce l’abbia anche intenzionalmente portata, ritenendolo, appunto, un fatto culturale, e mi sia spinta anche ad esporre ed esplicare un natalizio presepe peruano, abbia colto una mia eccessiva curiosità per quello che fa con una maestra che io (come la altre mamme del resto)
ho visto solamente in occasione della recita di fine anno e ciononostante le ho affidato mia figlia per due ore a settimana opportunamente collocate a metà mattina così era pure improponibile qualsiasi alternativa autogestita.
Tipo che ho probabilmente sbagliato il tempo ed il modo in cui alla domanda “Ma noi in che Gesù crediamo?” le ho risposto che noi (io e l’udt) non crediamo in nessun Dio, ma che se lei lo vorrà, potrà pensarla diversamente e che da allora un velo di omertà ha avvolto le misteriose attività della maestra di religione cattolica (visto che, contrariamente alla normale programmazione esposta nel corso di una riunione di inizio anno, sviscerata in due incontri calendarizzati e in quattro chiacchiere alla consegna/ritiro nonché affissa all’albo, la programmazione di religione cattolica non è consultabile da nessuna parte).
Tipo che quest’anno ho intenzione di approfondire direttamente con l’ineffabile maestra di religione cattolica, anche perché il quadretto che vi/mi si è delineato, non combacia perfettamente con l’agnellino d’ovatta e nemmeno con la figuretta tutto sommato gioiosa della giovanissima maestra di religione cattolica a cui la Minica ha dimostrato anche, in occasione della recita, di essere particolarmente affezionata.
Anche perché, dopo averne parlato con le maestre non di religione cattolica e con un'amica musulmana italiana che si è stovata in analoga situazione ma con un'insegnante diversa, mi è venuto il dubbio che queste frasi tutto sommato molto infantili possano essere non il frutto di una sua rielaborazione personale, ma il contributo di una “grande” dell’anno scorso, di famiglia praticante, di cui la Minica si era infatuata.
Ma tutto questo era nato da alcune riflessioni su due pseudo-notizie che campeggiavano sui quotidiani prima della nostra partenza.
La prima è che la stragrande maggioranza degli studenti si avvalgono (e vabbè se son tutti nelle nostre condizioni…) e quindi se la valutazione dell’insegnante di religione cattolica debba o no contribuire alla valutazione complessiva dello studente.
La seconda (erano ancora giorni di gran caldo), se il costume da bagno islamico (e per estensione altri segni esteriori di appartenenza ad una religione non prevalente in qualsiasi contesto) sia o no ammissibile in piscina o al mare.
Per quanto riguarda la prima domanda, la soluzione è banalmente matematica. Ora è chiaro che se uno studente si avvale di una materia d’insegnamento che vogliamo ancora considerare facoltativa è come se frequentasse una qualche attività extra organizzata dalla scuola, ad esempio in orario pomeridiano. Diciamo teatro. Questo studente, per il solo fatto di partecipare, anche se desse intenzionalmente fuoco alle scenografie o vomitasse in testa al suggeritore perché ubriaco in scena riceverà SEMPRE una valutazione maggiore o uguale a zero (eventualmente riceverà una valutazione negativa in condotta, ma questo è un altro discorso).
Da un punto di vista squisitamente matematico, quindi, se vogliamo che la valutazione sempre maggiore o uguale a zero in religione cattolica contribuisca al punteggio finale, una semplice addizione renderebbe sempre vantaggioso l’avvalersi dell’insegnamento, facoltativo, della religione cattolica.
D’altra parte, affermano i sostenitori, uno studente che si è “impegnato tutto l’anno nell’avvalersi” è giusto che veda riconosciuto il suo sforzo. E scusate se mi vien da ridere al pensiero di come si impegnavano i miei compagni mentre io facevo venire i capelli bianchi al mio povero prof di religione cattolica (ricavandone peraltro mai meno di un bel nove in pagella), visto che lo ritenevo molto più interessante che ascoltare le chiacchiere delle bidelle come i non avvalentesi…
Giusto.
Ed ecco che ancora proprio la matematica può fornirci la soluzione.
Se infatti riteniamo che la valutazione in religione cattolica contribuisca alla valutazione per, mettiamo, un massimo di cinque punti su un totale di cento, basterà riportare il punteggio ottenuto dagli studenti non avvalentesi dal totale teorico di novantacinque a cento, con una banale proporzione.
In questo modo si premia l’impegno di chi si è avvalso, senza penalizzare chi no l’ha fatto.
È così tanto più facile a farsi che a dirsi, che, ovviamente, non si farà.
Per quanto riguarda le seconda, fermo restando che il gestore di una struttura può decidere nel rispetto dell’igiene gli eventuali obblighi e divieti da far rispettare e nel rispetto del decoro anche un’eventuale metratura minima dei costumi dei bagnanti (obblighi e divieti che dovranno pertanto applicarsi anche nei confronti degli eventuali bambini nordici con tutine anti-eritema e degli eventuali ragazzotti con costume ipertecnologico), non mi risulta alcuna norma che vieti di fare il bagno vestiti nel mare o nei fiumi, se è, ovviamente, concessa la balneazione.
Né che impedisca di portare un copricapo o un vestito vistoso, altrimenti si dovrebbe multare pure la regina d’Inghilterra.
Quindi fermo restando che è vietato, questo sì, coprire integralmente o parzialmente il viso rendendosi irriconoscibile (ad eccezione del casco integrale limitatamente alla conduzione di motoveicoli, cosa che aveva a suo tempo posto il non-problema del turbante dei sikh) e che a mio giudizio, se si decide di vivere in un paese si possono anche non abbracciare le sue consuetudini, ma le sue leggi (quindi mi spiace per i sikh, ma se vogliono andare in motorino in Italia, devono togliersi il turbante e chiedere una deroga alla loro autorità religiosa e non all’autorità civile del paese in cui vivono) invece sì, non capisco quale sia il problema, se non nella nostra visione occidentale contemporanea, peraltro puntualmente smentita dalle dirette interessate, che portare il velo sia un’imposizione da cui le donne islamiche non vedano l’ora di affrancarsi, visto che non ho mai sentito di un’analoga iniziativa a proposito della kippah ebraica.
E ci tengo a specificare quel contemporanea, perché mia nonna, morta alla fine degli anni ‘80 non si sarebbe mai sognata di uscire di casa a capo sconvenientemente scoperto.
Se ve n'è venuta la curiosità, posso dirvi che la mia amica musulmana non porta il velo perché lo ritiene una consuetudine successiva e non obbligatoria, ma è sempre completamente vestita e al mare o in piscina non ci va.
Ma l’Italia, si sa, è quel paese dove la memoria è sempre troppo corta e la legge non è mai uguale per tutti.
E qui veniamo ad un ulteriore dunque.
Avevo già accennato al fatto di avere
un passato da credente piuttosto ingombrante.
Ad un certo punto di questo passato, che ha coinciso con l'adolescenza (per cui questo "cercare quello che non avevo perso" può anche essere stato ingigantito dalla lente di un periodo da tutti considerato "difficile") ho capito che mi era impossibile vivere anche solo teoricamente "da brava Cattolica".
Inoltre, frequentando ambienti non solo, ma anche, cattolici ho visto che questa consapevolezza sembrava turbare solo me e che gli ambienti cattolici, in quanto ad invidie, ritorsioni e cattiverie non erano migliori (semmai peggiori) di quelli non confessionali.
Anche in seguito, ho avuto la sfortuna di incrociare spesso persone molto impegnate in ambienti cattolici la cui condotta nei confronti di un prossimo che non distasse qualche decina di migliaia di km o che non fosse in posizione socialmente subordinata o che non appartenesse alla loro ristretta cerchia di amici cattolici lasciava alquanto a desiderare.
Ho avuto anche la fortuna di conoscere persone molto impegnate in ambienti cattolici che erano invece delle ottime persone e che hanno obiettato il fatto che sono appunto le persone che deludono, non Dio.
Ma nel mio ingombrante passato avevo anche attraversato un momento di conversione, durante il quale mi ero avvicinata al mondo protestante (che tuttora preferisco al cattolico) per scoprire solamente che non avevo bisogno di un altro Dio, ma semplicemente di Dio.
Insomma anch'io non credo che l'appartenenza ad una certa religione sia una conditio sine qua non per una certa condotta morale. Resta il fatto che la religione cattolica trasmette una serie di valori morali, che peraltro condivido ampiamente, che, quando non sono rispettati da chi si professa credente e praticante (ed implicitamente migliore di chi non lo è, perché questo è il nocciolo di tutte le religioni) creano un contrasto che a me risulta insopportabile.
Se la percentuale di persone che si professa credente, anche se non praticante, è davvero così alta, come si spiega l'età (bassa) del primo rapporto sessuale con l'età (alta) dell'abbandono del nido familiare con il numero (basso) di figli medi per donna, con il numero (alto) di divorzi?
Si spiega, secondo me, con il fatto che la maggior parte di chi predica bene, razzola male.
Ed in questa dicotomia tra la legge morale e la condotta reale, nella pratica della confessione, nel pentimento, nelle indulgenze, nell'assoluzione, nelle intercessioni che non trovano corrispondenza, ad esempio, nella liturgia protestante ci ritrovo il germe del piegare la legge alla propria morale, dei patteggiamenti, dei condoni, degli indulti, delle amnistie, delle raccomandazioni.
Insomma secondo me la religione cattolica di per sè stessa non è la causa di tutti i mali d'Italia, ma la mentalità catto-italiana che si possa considerarsi nel giusto anche disobbedendo alle regole, e che pervade capillarmente tutti gli ambienti, sì.