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sabato, 31 ottobre 2009
Vestita di rosso.
Una rosa tra le dita.
(exit)
mercoledì, 28 ottobre 2009
Non abbiamo mai pensato di poter o voler o nemmeno dover fare tutto da soli. La nostra casa, per il medesimo motivo per cui è un’ottima palestra per bambini che ogni giorno imparano e capiscono qualcosa in più, si è immediatamente rivelata piena di ostacoli, insidie e pericoli mortali (per lei, ma anche per noi, come i rubinetti del gas) per qualcuno che di ora in ora dimentica di aver fatto e disimpara a fare qualcosa.
La sola presenza di bambini che fanno a gara a rincorrersi attorno ad un tavolo e che lasciano una scia di oggetti sul pavimento è incompatibile con una figura traballante che si aggira smarrita in cerca di appigli troppo distanti in una stanza troppo grande. Senza contare il fatto che questa figura, che fino a qualche giorno fa era una figura di riferimento, foriera di mille giochi e iniziative, rischia di venir inconsapevolmente strattonata, spintonata verso attività che non ricorda più.
E, soprattutto, come spiegare questo alla Minica? Chè, almeno, il Minichino per fortuna è ancora ben in là dal capire. Ma quando capirà, che cosa, esattamente capirà?
Anche senza rifarsi a tutti i costi ad una visione dell’educazione in cui gli adulti debbono essere un modello per i giovani (uno dei principali motivi per cui mia suocera mi faceva impazzire, visto che le sembrava che a lei, e di riflesso a sua nipote, tutto fosse non solo concesso, ma addirittura dovuto) che impatto potrebbe avere su di loro, ma anche su di noi come coppia e come famiglia, la convivenza con una persona mentalmente disturbata e (eventualmente) con un’alternarsi di figure assistenziali?
Eppure è questo che secondo alcuni DOVREMMO fare. Per gratitudine, riconoscenza, presunti giovamenti, legge del contrappasso o che ne so. Dovremmo barattare due vite che cominciano con una che finisce. Una casa che ci piace così com’è e dov’è con una che ci serve in un certo modo ed in un certo luogo.

Io credo che quelli che parlano di assistenza familiare in questi termini, non si renadno conto di rifarsi ad un modello di famiglia patriarcale d’altri tempi, con pochi vecchi che per selezione naturale, lavori logoranti ed accesso alle cure a questi stadi non ci arrivano o comunque durano poco, molti figli e soprattutto figlie semi-conviventi di tutte le età e le condizioni (la figlia zitella, la nuora vedova rimasta in casa con scarse prospettive di indipendenza…) e tantissimi nipoti che vivono più fuori che in casa...
Non dico che non si possa fare anche oggi. C’è chi lo fa. C’è chi lo ha fatto, come mia nonna, per tredici anni. Dico solo che, se si sceglie di farlo, bisogna sapere che cosa c’è sull’altro piatto della bilancia e che, nel mio caso, quello che c’è, i miei figli, la serenità della mia famiglia, la nostra prospettiva di vita, pesi incommensurabilmente di più.
Proprio lei, appena qualche settimana fa, vedendomi rotolare sull’erba con i miei figli aveva commentato che la mia è una generazione fortunata: un tempo le signore della buona società (a cui evidentemente crede che io appartenga) affidavano i figli a balie ed istitutrici. Oppure se li portavano a lavorare nei campi, ho aggiunto io, che sono troppo memore delle mie radici di estrema miseria. Ecco, su questa visione del passato come un’età dell’oro in cui i cibi erano genuini e gli affetti autentici, ho i miei dubbi. Come ho dei dubbi sul fatto che esistano degli Eldorado dove queste cose esistono ancora. Del resto, basta fare un viaggio in Sud America per capire che il cibo è forse buono ma troppo poco e che i figli se li tengono sulle spalle perché non sanno dove posarli.

Sul fatto che mia suocera si sia in qualche modo meritato quello che le è successo non posso essere più in disaccordo. Capisco che posso aver dato più volte l’impressione di non sopportare mia suocera e che mi esasperasse e spesso era effettivamente così. Ma questo è un blog, non il lettino di uno psicanalista e forse non sono riuscita a far capire che quello che volevo non era certo sbarazzarmi di lei, ma trovare un equilibrio in cui lei facesse la nonna e non la mamma, la psicologa, la pedagogista, la nutrizionista, la dottoressa, l’insegnante e chi più ne ha più ne metta. Che mia figlia era sua nipote e non una nipote sua.
E che se proprio dovessi scegliere, mia suocera si sarebbe meritato qualcosa di drammatico e scenografico insieme. Soprattutto qualcosa che preservasse la dignità e le apparenze a cui teneva tanto. Ecco, se proprio c’è una cosa che mi turba più delle altre, è proprio la mancanza di umanità e di rispetto che caratterizza questa vicenda, con questo turbinio di figure che si sono sentite in diritto di avventarsi sulle sue cose non per preservargliele, ma per appropriarsene o servirsene nell’immediato.
martedì, 27 ottobre 2009
E noi restiamo sospesi in questa bolla di irrealtà tra l’incredulità di chi conosce mia suocera e non sa capacitarsi che non sia la solita esagerazione di una signora notoriamente eccentrica e l’incredulità di chi non la conosce e dà per scontato che si tratti di una situazione pregressa, che dura da mesi, forse, anni e da dimettere dal pronto soccorso accompagnata da una ramanzina a base di “genitori che da anziani devono essere assistiti come hanno assistito noi da bambini” e “questa non è una struttura assistenziale” e da un verbale in cui si parla di "caduta senza conseguenze in paziente affetta da demenza".
Impossibile spiegare che la badante non ce l’ha data buca proprio nel week-end e che questa persona fino a pochi giorni fa era non solo indipendente, ma gelosa della sua indipendenza.
Nessuno ci crede.
Dopo una notte agitata e una nuova, rovinosa caduta, mia suocera è stata ricoverata, non senza pressioni, in un reparto generico, dove non c’è un interlocutore che non sia un’infermiera che ha appena montato il turno e non sa niente.
Né se le stiano facendo ulteriori esami.
Né con quale esito.
Ogni tanto una mazza invisibile e silenziosa si abbatte su di lei che qualche giorno fa guidava e sprizzava energia da tutti i pori, il giorno dopo si guardava attorno, già irriconoscibile in quello che si potrebbe definire uno “stato confusionale” ma ancora reattiva, per poi sprofondare in un soliloquio completamente avulso dal presente e forse da un passato realmente accaduto. Due giorni fa un disegno della Minica le ha strappato l’ultimo barlume di lucidità. Da ieri non parla più e fissa il vuoto con la bocca aperta.
Andare a casa sua dove ogni particolare disposto con una cura quasi eccessiva (e non immaginatevi un grazioso appartamentino pieno di ninnoli e di centrini, ma il pied-à-terre di una trentenne single dove il gusto per il design è riscaldato da un tocco etnico) e trovare la lavatrice a fine ciclo, il frigo pieno di acquisti recenti ed il suo profumo che aleggia nell’aria ci schianta.
Come tutte le ipotesi che finora si sono succedute e che sono finite miseramente in cocci in assenza di una diagnosi e di qualsiasi prognosi.
sabato, 24 ottobre 2009
... perché non è detto che ce ne sia uno.
Partendo dallo spunto di Igra, avrei voluto scrivere di come il motivo principale, quello che io considero il motivo principale, ossia che mia suocera ha, ingigantiti dal ruolo, dal sesso e dall'età molti difetti dell'Uomo dei treni: la mancanza di puntualità, il postporre qualsiasi cosa al suo tornaconto del momento, un certo cinismo che mi danno sempre più spesso l'impressione che anche lui pensi soprattutto e forse solo a sè stesso.
Insomma, ogni giorno di più mia suocera mia fa disinnamorare di mio marito.
E non è poco.
C'è poi la faccenda di come lei pretenda dei diritti anzichè suscitare degli affetti.
E di come ci arrabattassimo per arginare le sue iniziative più imbarazzanti per noi e più pericolose per i figli.
E di come trasmettesse agli altri la stessa infelicità e lo stesso astio che le hanno rovinato la vita.

Ma avidentemente una persona alla fine non può sopportare tanta infelicità e tanto astio, e in un gran finale col botto, si è risvegliata dopo un mancamento e un, inutile e soprattutto irrisolutorio trasporto in ospedale, creatura dolce e smarrita, che mormora incessantemente frasi che non hanno nè capo nè coda, sposta e sistema oggetti non suoi, vede persone che non ci sono, aspetta persone che non verranno e si meraviglia dell'assenza di persone che non ci sono mi state.
Soprattutto, riconosce a sprazzi quella signora gentile che l'ha accolta in casa, le ha preparato un letto e la veglia alle tre di mattina. Più spesso si chiede che sia quel signore con gli occhiali e l'aria preoccupata che si chiede cosa e come fare e di chi quei bambini che trotterrellano in cucina.
Una la guarda con gli occhi spalancati e, forse, ne ha un po' paura.

Non sappiamo, e forse nessuno può sapere, quali saranno gli sviluppi e le difficili decisioni da prendere nei prossimi giorni, mesi, anni.
Quello che so è che l'affetto non si prende, si dà.
E che, nonostante tutto, adesso che non è più lanciata in un'assurda, disperata, competizione con me, le voglio bene.
Pippi Calze lunghe o, come lo chiama la Minica Pippi Calzettelunghe.pippi
Perché lo ha "scelto" lei, parlandomene pochi giorni dopo aver finito Pinocchio.
E che le sta piacendo abbastanza, anche se, rispetto a Pinocchio, fa un sacco di domande in più.
Ed anche se, ovviamente, la mamma muore nella prima pagina (il papà pure, ma col dubbio).
postato da: momatwork alle ore 02:19 | Link | commenti (3)
categoria:abbracciare la minica, riportare i libri in biblioteca
martedì, 20 ottobre 2009
Casa mia pure.
Sarà per questo che i miei figli imparano prestissimo a farle. Almeno in salita.
Sarà per questo che imparano prestissimo anche a dire due importantissime, fondamentali parole.
Ssu.
E zgiù-zgiù.
postato da: momatwork alle ore 20:32 | Link | commenti
categoria:abbracciare il minichino
lunedì, 19 ottobre 2009
Tempo fa si parlava di bilinguismo.
E tempo fa ho finito il famoso libro, di cui vi consiglio la lettura, che siate o meno direttamente interessati. Ne vale la pena se non altro per la conclusione (che non vi svelerò), di una sincerità quasi commovente.
Vi svelo invece alcune perplessità ed alcune illuminazioni che a quel tempo mi aveva suscitato.
La prima perplessità riguarda il fatto che dopo tutto un gran parlare di bilinguismo “perfetto”, partecipazione a due culture, ecc… l’autrice ammette che un bambino bilingue avrà comunque una lingua principale ed una lingua secondaria. A seconda dei casi (genitori della stessa nazionalità che vivono in un paese straniero, genitori di diversa nazionalità, ecc…), peraltro non esaustivi, nella maggioranza dei casi questa sarà inizialmente la lingua materna e poi (se diversa) quella del paese in cui il bambino vive. Questo lo dico a vostro uso e consumo perché il mio caso di “bilinguismo”, anche se riconosciuto (prima illuminazione: l’autrice considera tecnicamente bilinguismo anche il saper parlare due idiomi della stessa lingua), ossia la coesistenza di diverse lingue (o, come nel mio caso, di una lingua e del dialetto) nella stessa area geografica, non è (intenzionalmente) tra i casi contemplati.
La seconda, ovvia, illuminazione, è che una lingua non è semplicemente un’accozzaglia di parole che si possono riversare e tradurre senza danno. Ma questo lo sanno (o dovrebbero saperlo) non solo i bilingui o i linguisti, ma, almeno il linea teorica, tutti quelli che si accingono ad imparare una lingua diversa dalla propria.
La terza, ancora più ovvia, illuminazione riguarda il fatto che siccome il bilinguismo male non fa, ciascun genitore dovrebbe esprimersi con il proprio figlio non necessariamente nella sua lingua madre, ma nella lingua che sente più “naturale”. E a questo proposito, quando si era parlato dell’opportunità o meno di leggere storie o parlare intenzionalmente in una lingua straniera anche se la si conosce bene, avevo già espresso le mie perplessità sulla naturalità di questa scelta, ossia sul fatto di veicolare delle parole vuote di significato, di storia di sentimento, in una mal interpretata smania di internazionalità.
Insomma, è un libro molto attento agli aspetti psicologici dei bambini che si trovano a vivere una situazione di bilinguismo.

Ma torniamo a noi, cioè a me. In uno dei miei attacchi di inguaribile ottimismo, quando mi illudo che, nonostante tutto si possa ricondurre mia suocera alla ragione, ho provato a dirle: "Ha visto che il suo timore sul fatto che le parlassimo in dialetto si è rivelato infondato?"
Infatti da un bel po', da ben prima della fine dell'asilo nido per l'esattezza , la Minica ha cominciato a separare le due "lingue". All'inizio in maniera quasi impercettibile, adesso con una sistematicità che non si può non notare. E se con noi, fratellino compreso, parla prevalentemente in dialetto, in asilo, adesso a scuola, con gli altri bambini e con gli estranei in generale parla prevalentemente in Italiano. E anche se parla della scuola o lungo la strada da e per la scuola, ha una predilezione per l'Italiano.
Quando conosce una persona nuova, registra la forma in cui le si rivolge, generalmente l’Italiano anche se dialettofona, perché si dà per scontato che ai bambini si debba parlare in Italiano, dopodiché è impossibile liberarla da questo imprinting: anche se la persona comincerà a parlarle in dialetto, la Minica risponderà sempre e solo in Italiano.

Parla, ovviamente in maniera leggermente imperfetta, visto che non ha nemmeno quattro anni.
Appunto, dice mia suocera.
Dice "bevere".
Dice "anche io ce l'ho i muratori*".
Dice "a me mi" ed anche "gli ho detto, alla maestra".
E voi che le parlavate in dialetto mentre erano qui quei vostri amici (sì, voi...) e non vi vergognavate.
Vergognarci? E di che cosa?
Ma non ha nemmeno quattro anni, commette degli errori anche quando pronuncia qualche parola identica in Italiano e dialetto (ad esempio “caràncora” invece di “àncora”, “lastoviglie” invece di “lavastoviglie” e “clàclons” invece di “clacson” e, se vogliamo, anche il suo dialetto è pieno di “italianismi”.
E poi sento tantissimi bambini, anche più grandi e non dialettofoni, fare gli stessi o altri errori e, per amor di precisione, ho anche chiesto recentemente ad un'altra logopedista (con cui ho avuto modo di parlare in tutt'altro contesto) se non le sembrasse il caso di correggere almeno i più evidenti dialettismi.
No, mi ha risposto, i bambini che imparano a parlare non si devono correggere MAI, eventualmente si può ripetere la frase pronunciando la parola in maniera corretta, ma nemmeno questo sistematicamente.
Ed infatti, ogni giorno di più la definizione dei due ambiti si fa più netta.
Ormai la Minica è in grado di dissertare su come qualcosa si dica in Italiano o in dialetto, notando assonanze, dissonanze e giochi di parole (oggi mi ha chiesto spiegazioni sul perché si dica “un caldo infernale” ma non “un freddo infernale” e quindi su inverno/inferno, invernale/infernale e se al “caldo infernale” si contrapponga perciò il “freddo invernale”); è in grado di cogliere una singola parola sconosciuta all’interno di una frase, letta o pronunciata da me o da altri, o sentita alla radio; è, soprattutto, in grado di accorgersi dei suoi errori e di chiedere come si pronunci correttamente una certa parola.

Premesso questo, come dialettofona madre di dialettofona, mi sento perfettamente titolata per dire la mia sull’(eventuale) insegnamento del dialetto a scuola di cui si parla in questi giorni: “xè una cagàda”.

Ovverosia, è una stronzata.

*Perché, voi non ce li avete dei muratori che vi girano perennemente per casa?

giovedì, 08 ottobre 2009
Volevate provocarmi?
Eccovi accontentati!

Riassunto delle puntate precedenti:
m@w è figlia di un tassista.
m@w è una maniaca, tra le altre cose, della sicurezza stradale.
Vabbè, m@w forse è più maniaca sulla sicurezza stradale che su molte altre cose.
m@w guida spesso, tanto e (poco) volentieri, spesso coi figli e ne vede ogni giorno di cotte e di crude.
m@w per sua figlia ha comprato il seggiolino auto che a quel tempo aveva ottenuto il punteggio più altro in tutti i crash test possibili e immaginabili nella categoria 0-13 kg tra quelli senza sistema isofix, perché due delle tre macchine su cui avrebbe dovuto montarlo non avevano il sistema isofix.
m@w, complici le ridotte dimensioni della Minica, ha utilizzato il seggiolino della categoria 0-13 kg il più a lungo possibile, ossia quando non c'è più stata letteralmente dentro (in lunghezza), perché la posizione più sicura in assoluto è comunque quella in senso contrario a quello di marcia.
m@w non ha mai montato il seggiolino sul sedile anteriore, che è una situazione consentita disattivando l'airbag, (ma non consigliata essendo il sedile a fianco del guidatore tristemente famoso come "il posto del morto") perché, a scanso di equivoci, entrambe le macchine che guida attualmente non hanno gli airbag disattivabili.
m@w per sua figlia ha comprato il seggiolino auto che a quel tempo aveva ottenuto il punteggio più altro in tutti i crash test possibili e immaginabili anche nella categoria 9-18 kg tra quelli senza sistema isofix, perché una delle tre macchine su cui avrebbe dovuto montarlo ancora non aveva il sistema isofix.
m@w aveva scelto un seggiolino che fosse anche anche facile da smontare, solo per scoprire che smontarlo e rimontarlo due volte al giorno è comunque una camurria e che per gli stessi soldi avrebbe potuto comprarne due di un altro modello ma ugualmente ben piazzati nei test.
m@w ne ha comprato uno solo. Quello, c'era.
m@w per sua figlio ha riutilizzato il seggiolino auto della Minica (anno di fabbricazione 2005) che a quel tempo aveva ottenuto il punteggio più altro in tutti i crash test possibili e immaginabili nella categoria 0-13 kg tra quelli senza sistema isofix, anche se, nel frattempo tutte le macchine su cui avrebbe dovuto montarlo avevano il sistema isofix, perché anche se il sistema isofix sembra il non plus ultra in fatto di sicurezza,non solo l'aggeggio ulteriore costa quanto era costato a suo tempo il seggiolino, non solo è incompatibile col seggiolino medesimo, che dev'essere non solo modello Cabrio, ma modello Cabriofix ma anche, perché sia comodo, oltre che sicuro, sembra che si debba tenere un aggeggio per macchina.
m@w, complici le ridotte dimensioni pure del Minichino, ha utilizzato il seggiolino della categoria 0-13 kg il più a lungo possibile, ossia quando non c'è più stata letteralmente dentro, sempre in lunghezza.
m@w quando è arrivato il momento fatidico era, per la prima volta in vita sua, indecisa sul seggiolino da prendere.
Perché il maxi-cosi tobi della Minica, che fortunatamente non è stato mai testato in efficacia, per quel che riguarda gli altri aspetti non si è comportato affatto bene.
Si è orrendamente scolorito più per il sole che per l'usura.
È difficilissimo da pulire ed ha degli anfratti raggiungibili solo dalle briciole.
Ci vuole una laurea per sfoderarlo.
Due per rifoderarlo.
Esistono dei rivestimenti in spugna in colori orrendi, costosi e difficili da montare, ma non c'è la possibilità di acquistare una fodera di ricambio.
Quasi subito si è spezzato un pezzetto di plastica della chiusura che, ovviamente, non ne ha apparentemente precluso la sicurezza.
D'altra parte, i sistemi di sollevamento delle cinture (che ha l'unico difetto, come avevo già detto, di favorire lo sfilamento di bambini meno irreprensibili dei miei) e di fissaggio, a confronto con quelli del maxi-cosi priori, sono eccezionali.
Alla fine m@w ha scelto.
Ed ha preso DUE seggiolini.
Un altro maxi-cosi tobi, che si autoproclama new and improved.toby
Un nuovo maxi-cosi rodi XR per la Minica, che ha da poco doppiato la boa dei 15 kg, ma che lo usa ancora in maniera sporadica perchè io non ho fretta di vederla crescere in niente, men che meno nei seggiolini.
Dello stesso colore.
Bellissimi.
Finché durano...
Tango_Red
Detto questo, dove li mette m@w tutti questi seggiolini?
Sul sedile posteriore, ok.
E nonostante si trovi scritto in giro che il posto più sicuro per un seggiolino sia il sedile centrale (immagino perché più protetto dagli urti laterali), sulla sua macchina c'è invece scritto di collocare i seggiolini preferibilmente sui due posti laterali, che, tra l'altro, sono quelli muniti di isofix.
La Minica dietro il posto del passeggero, che statisticamente e il "posto del primo figlio" e il Minichino dietro il posto del guidatore, che statisticamente è il "posto del secondo figlio".
Se mai m@w avesse un terzo figlio, anche lui probabilmente viaggerebbe sullo stesso seggiolino auto che a quel tempo aveva ottenuto il punteggio più altro in tutti i crash test possibili e immaginabili nella categoria 0-13 kg tra quelli senza sistema isofix, collocato nell'unica posizione ancora libera, ossia al centro, che poi è anche l'unica posizione in cui è possibile incastrare un seggiolino 0-13 con un seggiolino 9-18 ed uno 15-36. Almeno per quel che riguarda la mia macchina, che non è proprio un'utilitaria ed è munita di cintura a tre punti in tutte e tre le posizioni ed i miei seggiolini, che non sono proprio piccoli.
Peccato che in quella posizione sia difficilissimo incastrarci un passeggero adulto magro e consenziente. Figuriamoci un seggiolino con dentro un neonato. E peccato che una volta che vi fosse riuscito di collocare il seggiolino, col cavolo che ce lo togliete col neonato dentro, dimodoché viene a mancare la comodità del seggiolino 0-13 asportabile, quella cioè di lasciarne indisturbato l'occupante.
E peccato che una volta collocato il suddetto seggiolino sia altrettanto difficile allacciare la cintura della macchina facendola passare attraverso le guide del seggiolino 15-36, specie se è come quella della mia macchina che alla minima esitazione si blocca e bisogna riavvolgerla completamente per poi svolgerla di nuovo.
Insomma, peccato.
Perché è chiaro che m@w non farà mai un metro senza legare i figli al seggiolino.
E non perché è una maniaca della sicurezza stradale.
Semplicemente perchè non è un'incosciente.



(notare la Minica che riesce a sfilarsi per "interagire")
postato da: momatwork alle ore 20:01 | Link | commenti (14)
categoria:fare acquisti, fare benzina, abbracciare la minica, abbracciare il minichino
sabato, 03 ottobre 2009
Notizia buona: nonostante i gufaggi dell'Uomo dei treni, sono riuscita a far entrare in macchina tre seggiolini. Più per colpa dei seggiolini che della macchina.

Notizia cattiva: se un giorno avessi tre figli, ci metterei mezz'ora a legarli tutti.
postato da: momatwork alle ore 20:05 | Link | commenti (4)
categoria:fare benzina, riordinare la camera dei minici
venerdì, 02 ottobre 2009
Il Progetto Ambizioso # 2 è stata la lettura integrale di Pinocchio, nell'edizione con le bellissime illustrazioni di Roberto Innocenti.
Un libro che "ha i capitoli", ha spiegato la Minica alla nonna.
Siamo arrivate al momento in cui Pinocchio, ormai trasformato in ciuchino, si azzoppa durante lo spettacolo e l'esperimento, quindi, può dirsi riuscito.
A questo punto, nell'attesa di introdurla al libro che ho adorato quand'ero piccola, La collina dei conigli, urge trovare un altro libro "a capitoli" quando questo sarà finito.
Avevo pensato ad Alice nel paese delle meraviglie, tanto per restare sul classico, ma non mi è mai piaciuto. Nemmeno Pinocchio, a dir la verità, con quella morale serpeggiante sui ragazzi svogliati che non vogliono studiare, ma quello l'aveva scelto lei.

Qualche suggerimento?
Il libro Cuore?
Con buona pace della Gelmini, il Bambino di maestri ne ha quattro.
Quello prevalente.
Quello non prevalente che non si è capito se si divida le mterie col prevalente o se rispieghi le stesse cose in un altro modo.
Quello di Inglese.
Quello di IRC.

Tre hanno già annunciato che il prossimo anno daranno forfait.
"Poco male" ha commentato alla Vicina un'altra mamma "la mia grande, che adesso è in quinta, ha già cambiato diciannove maestri"

Alla faccia del maestro unico.
Lilypie 5° comp Ticker
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