Non abbiamo mai pensato di poter o voler o nemmeno dover fare tutto da soli. La nostra casa, per il medesimo motivo per cui è un’ottima palestra per bambini che ogni giorno imparano e capiscono qualcosa in più, si è immediatamente rivelata piena di ostacoli, insidie e pericoli mortali (per lei, ma anche per noi, come i rubinetti del gas) per qualcuno che di ora in ora dimentica di aver fatto e disimpara a fare qualcosa.La sola presenza di bambini che fanno a gara a rincorrersi attorno ad un tavolo e che lasciano una scia di oggetti sul pavimento è incompatibile con una figura traballante che si aggira smarrita in cerca di appigli troppo distanti in una stanza troppo grande. Senza contare il fatto che questa figura, che fino a qualche giorno fa era una figura di riferimento, foriera di mille giochi e iniziative, rischia di venir inconsapevolmente strattonata, spintonata verso attività che non ricorda più.
E, soprattutto, come spiegare questo alla Minica? Chè, almeno, il Minichino per fortuna è ancora ben in là dal capire. Ma quando capirà, che cosa, esattamente capirà?
Anche senza rifarsi a tutti i costi ad una visione dell’educazione in cui gli adulti debbono essere un modello per i giovani (uno dei principali motivi per cui mia suocera mi faceva impazzire, visto che le sembrava che a lei, e di riflesso a sua nipote, tutto fosse non solo concesso, ma addirittura dovuto) che impatto potrebbe avere su di loro, ma anche su di noi come coppia e come famiglia, la convivenza con una persona mentalmente disturbata e (eventualmente) con un’alternarsi di figure assistenziali?
Eppure è questo che secondo alcuni DOVREMMO fare. Per gratitudine, riconoscenza, presunti giovamenti, legge del contrappasso o che ne so. Dovremmo barattare due vite che cominciano con una che finisce. Una casa che ci piace così com’è e dov’è con una che ci serve in un certo modo ed in un certo luogo.
Io credo che quelli che parlano di assistenza familiare in questi termini, non si renadno conto di rifarsi ad un modello di famiglia patriarcale d’altri tempi, con pochi vecchi che per selezione naturale, lavori logoranti ed accesso alle cure a questi stadi non ci arrivano o comunque durano poco, molti figli e soprattutto figlie semi-conviventi di tutte le età e le condizioni (la figlia zitella, la nuora vedova rimasta in casa con scarse prospettive di indipendenza…) e tantissimi nipoti che vivono più fuori che in casa...
Non dico che non si possa fare anche oggi. C’è chi lo fa. C’è chi lo ha fatto, come mia nonna, per tredici anni. Dico solo che, se si sceglie di farlo, bisogna sapere che cosa c’è sull’altro piatto della bilancia e che, nel mio caso, quello che c’è, i miei figli, la serenità della mia famiglia, la nostra prospettiva di vita, pesi incommensurabilmente di più.
Proprio lei, appena qualche settimana fa, vedendomi rotolare sull’erba con i miei figli aveva commentato che la mia è una generazione fortunata: un tempo le signore della buona società (a cui evidentemente crede che io appartenga) affidavano i figli a balie ed istitutrici. Oppure se li portavano a lavorare nei campi, ho aggiunto io, che sono troppo memore delle mie radici di estrema miseria. Ecco, su questa visione del passato come un’età dell’oro in cui i cibi erano genuini e gli affetti autentici, ho i miei dubbi. Come ho dei dubbi sul fatto che esistano degli Eldorado dove queste cose esistono ancora. Del resto, basta fare un viaggio in Sud America per capire che il cibo è forse buono ma troppo poco e che i figli se li tengono sulle spalle perché non sanno dove posarli.
Sul fatto che mia suocera si sia in qualche modo meritato quello che le è successo non posso essere più in disaccordo. Capisco che posso aver dato più volte l’impressione di non sopportare mia suocera e che mi esasperasse e spesso era effettivamente così. Ma questo è un blog, non il lettino di uno psicanalista e forse non sono riuscita a far capire che quello che volevo non era certo sbarazzarmi di lei, ma trovare un equilibrio in cui lei facesse la nonna e non la mamma, la psicologa, la pedagogista, la nutrizionista, la dottoressa, l’insegnante e chi più ne ha più ne metta. Che mia figlia era sua nipote e non una nipote sua.
E che se proprio dovessi scegliere, mia suocera si sarebbe meritato qualcosa di drammatico e scenografico insieme. Soprattutto qualcosa che preservasse la dignità e le apparenze a cui teneva tanto. Ecco, se proprio c’è una cosa che mi turba più delle altre, è proprio la mancanza di umanità e di rispetto che caratterizza questa vicenda, con questo turbinio di figure che si sono sentite in diritto di avventarsi sulle sue cose non per preservargliele, ma per appropriarsene o servirsene nell’immediato.
postato da: momatwork alle ore 14:01 | Link | commenti (11)
categoria:aggiornare il blog, andare dal dottore, aspettare la suocera, sbaciucchiare l udt, abbracciare la minica, abbracciare il minichino
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