In Campania c'è la cosiddetta "emergenza rifiuti". È da un bel po' che c'è, quindi forse non ha più senso parlare di emergenza, ma di "drammatica e persistente situazione rifiuti". So di cosa parlo perchè ci sono capitata in pieno nel novembre 2004 ed ho visto i cumuli di immondizia al centro direzionale, i cassonetti bruciati e quelli disinfettati con la calce. Ed un odore... che chi non c'è stato non se lo può immaginare...
Per tamponare la cosiddetta "emergenza rifiuti" verranno prese decisioni arbitrarie ed impopolari, altrimenti non sarebbe vera emergenza, ma normale amministrazione. Mi sforzo di pensare che, per quanto arbitrarie ed impopolari, queste decisioni siano dettate solo da esigenze tecniche.
Per risolvere la "drammatica e persistente situazione rifiuti" bisognerebbe invece fare degli interventi molto più strutturali ed in questo caso, per quanto possa essere ottimista, non riesco a credere che non si vadano a ledere gli interessi della malavita. E non lo dico perchè si parla della Campania: l'illegalità, e non solo quando si parla di rifiuti e di consumi, è ben più diffusa di quanto si voglia (far) credere.
Sì, consumi.... A me è sempre sembrato abbastanza ovvio che rifiuti e consumi fossero logicamente collegati: i rifiuti sono uno scarto dei nostri consumi, quindi orientando diversamente i nostri consumi possiamo produrre diversamente rifiuti, no? Spesso però, ed anche in ambienti sensibili all'argomento, ho visto che c'è una certa confusione tra riciclo e riutilizzo, inceneritori e termovalorizzatori, quindi, a costo di ripetere cose che molti sanno già ed anche se non sono più dell'ambiente, vorrei ribadire qualche concetto che ho imparato quando lo ero.
La legge italiana, derivata con varie traversie e modifiche non proprio inifluenti da quella europea, è ancora abbastanza chiara nel definire come rifiuto "qualsiasi sostanza od oggetto [...] di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l'obbligo di disfarsi", e per prevenirne la produzione promuove in primis "l'immissione sul mercato di prodotti concepiti in modo da non contribuire o da contribuire il meno possibile, per la loro fabbricazione, il loro uso o il loro smaltimento (alla produzione di rifiuti)" e per ridurne l'avvio allo smaltimento finale, nell'ordine: "il riutilizzo, il reimpiego ed il riciclaggio; le altre forme di recupero per ottenere materia prima secondaria dai rifiuti; l'adozione di misure economiche [...] che prescrivano l'impiego dei materiali recuperati dai rifiuti al fine di favorire il mercato di tali materiali; l'utilizzazione dei rifiuti come mezzo per produrre energia."
A me sembra quindi chiaro che i tanto invocati termovalorizzatori siano in realtà l'ultima spiaggia prima della discarica, la scelta che si può adottare per risolvere le emergenze, e non certo la situazione ottimale per una gestione e lungo termine. Però, però... costruire un termovalorizzatore costa, tanto vale farlo bello grande, uno grande per termovalorizzare ha bisogno di grandi quantità di rifiuti, bisogna portarceli anche da molto lontano, coi camion, ed ecco che si innesca un circolo vizioso dove un termovalorizzatore nato per risolvere una sitauzione critica diventa un mostro affamato di rifiuti che ne chiede sempre di più.
Io credo che un certo numero di termovalorizzatori in Italia serva. Ma questa corsa al termovalorizzatore non va nella direzione chiaramente indicata dalla legge che è quella della riduzione dei rifiuti prodotti.
Siccome però nulla viene fatto in questa direzione se non qualche isolata iniziativa subito bollata come una goccia nel mare, facciamolo 'sto termovalorizzatore.
Bene. Dove?
Ah... ovunque, purché non qui... insomma è chiaro, qui non si può... qui ci vivo io, insieme alla mia famiglia, ci ho comprato la casa, no, dai, davvero non si può.
Questo atteggiamento, che si nasconde dietro alla maggior parte delle campagna pseudo-ambientaliste (con grave danno per l'ambientalismo vero) ha un nome. Si chiama NIMBY, acronimo che sta per Not In My Back Yard, non nel giardino di casa mia. Quanto poi sia grande questo giardino, se sia la mia via, il mio rione, la mia città, la mia provincia, il mio Paese o l'Europa dipende dalla scala del progetto. Quello che è chiaro è che un giardino più grande del pianeta Terra, per ora, non c'è.
A braccetto col NIMBY ci va la sindrome del "non sono stato io". Perchè, diciamocelo, anche se io smetto di comprare prodotti usa e getta, che sono così comodi, li butti via e non ci pensi più, non cambia mica un cazzo... certo, se lo facessero tutti... ma non lo faranno mai... ed anche lo facessero, a quel punto cosa cambierebbe se non lo facessi io?
Io non amo gli acromini, ma per l'occasione ne avrei coniati due: il primo è SOBY che è un sinomimo di NIMBY e sta per Somebody Other's Back Yard, perchè è chiaro che se non sono disposto nè a mutare atteggiamento nè ad ospitare un'infrastruttura spiacevole ma necessaria, l'unica è andarla a fare in casa d'altri.
Resta da vedere se, per caso, questi "altri" siamo invece noi.
Il secondo è FIMBY, Forever In My Back Yard, insomma il rifiuto è mio e me lo gestisco io. Naturalmente si tratta di uno schema mentale, più che di un atteggiamento reale (beh, in parte lo è...): come cambierebbero i nostri consumi se tutti i rifiuti che produciamo fossimo costretti a tenerceli in casa? Berremmo acqua minerale in bottiglie di plastica? Compreremmo un cellulare nuovo ogni sei mesi? Un computer nuovo ogni due anni? Montagne di scarpe e vestiti? Useremmo prodotti usa e getta? E per gettarli dove?
Cari amici campani, e non solo, non sareste disposti a cambiare qualche vostro atteggiamento per risolvere per sempre il problema dei rifiuti e non avere nessuna altra emergenza, mai più?
E allora perché la pubblicizzazione di una proposta come questa (ma c'è anche questa) suscita migliaia di commenti di schifo e di scherno a priori , mentre chi l'ha provato se ne dice soddisfatto?