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venerdì, 13 giugno 2008
Forse vi chiederete perché non sto scrivendo nulla del Minichino.
Un po' è perché non ho tempo.
Un po' è perché fa solo quello che fa il maschio italiano medio: mangia, dorme, piscia, caga, rutta e scorreggia.

Probabilmente guarderebbe volentieri anche le partite in TV, ma non ce l'abbiamo.
martedì, 03 giugno 2008
Che faccio, me lo gioco all'enalotto?

L'altroieri è nato il Minichino.
Non è andata proprio come volevo, ma nemmeno come non avrei proprio voluto.
Prima o poi arriveranno anche i dettagli.
sabato, 31 maggio 2008
postato da: momatwork alle ore 23:00 | Link | commenti
categoria:aggiornare il blog
martedì, 13 maggio 2008
"Papà, te metti su la musica dell'Amelia nel CD arancio?"
"Mamma, me mostri le foto de Valerio?"
Non so quanto durereranno.
Ma sono bei ricordi.
sabato, 03 maggio 2008
... le famiglie che abbiamo conosciuto oltre lo schermo:
- quella de LaLaura;
- quella de Il Mignolo col Prof.
postato da: momatwork alle ore 12:36 | Link | commenti (1)
categoria:fare festa, aggiornare il blog
mercoledì, 30 aprile 2008
postato da: momatwork alle ore 23:00 | Link | commenti
categoria:aggiornare il blog
giovedì, 24 aprile 2008
Sì, lo so, la Minica non ha nemmeno due anni e mezzo.
Però, diciamoci la verità, quand'altro mai mi capiterà un periodo in cui avrò ore ed ore per fare pasticci indisturbata?
E poi non è il caso che mi metta a fare lavori pesanti.
E poi del preventivo della libreria, stavolta da parte di un falegname, il Grande Lavoro previsto per il pre-Minichino, neanche l'ombra, perciò figuriamoci.
E poi i sandpaper numerals sono stati introdotti anche nella mia newsletter per infants e toddlers. Per farci che cosa? Mah, sostanzialmente questo.
E poi la Minica sa contare fino a otto (a volte dimenticando il sette) in maniera fittizia e fino a tre in maniera reale, quindi, perché no?
E poi è vero che questo potrebbe andare nel novero dei (pochi) lavori finiti, però essendo il primo di una serie che comprende anche le sandpaper letters in varie fogge potrebbe anche essere l'inizio di un lavoro lasciato a metà.
E poi sto raccogliendo idee e materiali per altri progettini, ma sono ancora in alto mare.
E allora? Magari voi siete più brave di me o avete figli più grandi.
E poi si sa che internet è un pozzo senza fondo e io ci continuo a pescare, pescare, pescare e non riesco a mettere in pratica nulla.
Se non farmi dire: "Mamma, basta inte(r)net!" da mia figlia, naturalmente.
Ma questa è un'altra storia.

Un'altra premessa è che io non ho mai visto dal vivo questi sandpaper numerals, quindi mi sono basata solo sulle foto che ho trovato in giro, tipo queste:

numerals_2numerals_1














solo per scoprire che ne esistono di diverse fogge, stampate o corsive, europee o americane, ma sostanzialmente sono 10 tavolette di legno della stessa dimensione indefinita, dipinte di verde, su cui sono attaccati le cifre da 0 a 9 (questo è l'ordine corretto) ritagliate nella carta abrasiva.
Il tutto per una cifra non esattamente modica.
E quindi perché non provare?
Di versioni fai da te ho trovato questa (naturalmente DOPO aver fatto i miei) dove ci sono anche le modalità di presentazione dell'attività (che fa parte integrante dell'attività stessa, se non la si vuole considerare un "giochino") ed alcune varianti, oltre alla confortante informazione che è un'attività plausibile da iniziare a due anni e mezzo.
Ma prima avevo trovato questa a proposito delle sandpaper letters, dove una mamma dopo una serie di esperimenti con la carta abrasiva ha invece utilizzato il feltro adesivo. Allora l'ho cercato, ma l'ho trovato solo di colori infami. Alla fine ho trovato del velluto adesivo, ma solo verde, rosso, blu e nero ed ho pensato di realizzare numeri e lettere in negativo, ossia lasciando il legno del suo colore naturale e ritagliando i numeri nel velluto verde, le vocali nel velluto blu e le consonanti nel velluto rosso. Su queste ultime due esistono due scuole di pensiero (vocali blu/consonanti rosse oppure vocali rosse/consonanti blu),  il rosso è più o meno intenso fino a diventare rosa e la Y può essere sia una vocale sia una consonante.
Io ho adottato la versione vocali blu/consonanti rosse e la Y di grazia che l'ho considerata una consonante. Ma stavamo ancora parlando dei numeri.

Dunque la prima cosa da decidere è dove li si vuol mettere. I materiali montessori originali, infatti sono sempre corredati di una scatola apposita. Una bella soluzione potrebbero essere i cassetti della cassettiere förhöja, larghi 9 cm internamente (perché non la trovo più nel catalogo? Eppure l'ultima volta che sono stata all'IKEA c'era...) o (più brutta, ma più economica) della cassettiera Fira, larghi invece 10 centimetri, e dove potrebbero starci anche le varie fogge di sandpaper letters (stampatello maiuscolo, stampatello minuscolo, corsivo maiuscolo e corsivo minuscolo).
forhojafira










Va da sè che le tavolette dovrebbero essere un po' meno larghe, ma siccome alla scatola ci ho pensato DOPO, me le sono fatte tagliare esattamente di 10 centimetri di lato.
E per fortuna che ho rimediato un ormai introvabile portacassette (alienando le cassette dell'Uomo dei treni, ma vabbè... sì, le cassette... avete presente quelle cose per ascoltare la musica... quelle che si trovavano srotolate nei fossi dopo che il mangianastri della macchina le aveva fagocitate...).

Quindi:
- 10 tavolette di compensato marino 10 cm x 10 cm (alla fine le ho fatte quadrate) fatte tagliare dal falegname (sì, lo stesso del preventivo, ma queste me le ha fatte subito...) perché la nostra troncatrice non era sufficientemente figa (o forse l'Uomo dei treni non aveva voglia di tagliarmele) e comunque sarebbe stato meglio levigare i bordi (ma l'Uomo dei treni non aveva voglia di fare nemmeno questo);
- 20 cm di velluto adesivo verde (così basterà anche per eventuali ulteriori dieci tavolette con una grafia corsiva);
- PC con stampante;
-forbici, colla a carta.

PC, stampante, forbici, colla e carta servono per stampare le lettere (stampate al contrario naturalmente... lo dico, non si sa mai...) ed appiccicarle al retro del velluto adesivo per ritagliarle.
Per i numeri ho usato banalmente il carattere Arial, mentre sono ancora alla ricerca di una soluzione ottimale per le lettere.
Nel frattempo però ho trovato un velluto adesivo marrone cacchetta e quindi:
- 1 bomboletta spray di colore verde per lavoretti creativi (avendola pagata di più di quelle che compra l'Uomo dei treni voglio illudermi che sia meno tossica)
- 1 metro di velluto adesivo marrone cacchetta (così ne ho anche per le lettere di tutti i formati e non se ne parli più).



Ho seguito più lo stesso procedimento delle lettere di feltro adesivo, ad eccezione dei contrassegno sull'orientamento delle tavolette e dei punti iniziali e finali per tracciare i numeri, tanto si possono sempre aggiungere in seguito.
Et voilà:















E se qualcuno si chiede se alla Minica gliene freghi qualcosa, la risposta è sì:



(E se qualcuno invece si chiede perché se ne stia col giubbino in casa, la risposta è: perché no?
venerdì, 04 aprile 2008
C'è chi sostiene che l'esposizione di crafting on line sia una cosa da donne.
Beh, è effettivamente una cosa prevalentemente da donne.
Però tempo fa ho trovato questo bellissimo sito (in inglese) originariamente dedicato ai papà non conviventi (ma che può essere usato da tutti i papà e, perché no, dalle mamme. Se non vi spaventa usare una pistola per colla a caldo...) di figli maschi (ma le figlie femmine stanno riguadagnado terreno...).
Ci potete trovare (oltre ad un po' di inevitabili americanate) delle idee bellissime con le schede in pdf (scaricabili gratuitamente) per realizzare delle  bacchette magiche più belle di quella di Harry Potter:
More_wands_array_425Se invece, come Tachipirinha, vi siete appassionati ai Gormiti, ecco (attenzione, si aprono finestre indesiderate!) un altro sito di crafting al maschile (in Italiano) tutto a tema Gormiti.
lunedì, 31 marzo 2008

postato da: momatwork alle ore 23:59 | Link | commenti
categoria:aggiornare il blog
venerdì, 21 marzo 2008
Io ve l'ho detto che mi diverto a spezzare le catene di Sant'Antonio e che l'esistenza stessa di un regolamento mi provoca a disobbedirgli, ma se insistete...
E poi Tachipirinha mi ha dato (in privato) della serissima rompicoglioni criticona e allora devo provvedere a smentirla.
E così già qualche tempo fa gallinavecchia mi ha conferito il premio "you make my day" (dai il premio a 10 persone che hanno un blog capace di trasmetterti gioia e ispirazione, un blog che ti faccia sentire bene quando lo visiti. Fai sapere a queste persone di averlo vinto lasciando un commento sul loro blog. Attenzione: lo si puo' vincere piu' volte! ) e mi ero allora ripromessa che sì, che precedentemente avevo favorito dei blog seri e stavolta avrei premiato quelli mi fanno (quasi sempre) sbaccanare e dove veramente passo (quasi) ogni giorno: La Laura, Tachipirinha, (c)assetto variabile, il Mignolo col Prof, Billo, Japhy72, fiammetta 73, le inquiline e serialmama. Sono solo nove, sì. Così non mi smentisco.
E naturalmente nessuno è obbligato a partecipare, soprattutto chi ha pannolini da cambiare...

Poi è stata la volta di tachipirinha che mi invita a svelare sette miei segreti e a rifilare l'incombenza ad altri sette sventurati. Ma come sette? ALTRI sette? Nooo, via, questo lo fanno gli stessi di prima se passano di qua.
Intanto i segreti. Oddio, segreti. Cose che ancora non ho spiattellato. Forse.
Il segreto di Erato: non ho mai scritto una poesia d'amore. Non ho mai scritto una poesia. Mai. Beh, a parte quelle per i cartelloni di laurea.
Il segreto di Calliope: non ho nemmeno mai scritto un libro, ma cominciati sì, almeno cinque. L'unico che abbia avuto un titolo è stato "Il volo dei dragoni", un papocchio fantasy che ho cominciato alle medie e in cui ad un certo punto i dragoni sono pure spariti dalla storia (ma non dal titolo). Sono tutti finiti nella raccolta della carta, per cui non diventerò mai famosa dopo morta, ma posso morire senza vergognarmi troppo.
Alcuni capitoli  "salienti" che mi ricordo ancora me li racconto quando non riesco ad addormentarmi. E dire che non mi piace nemmeno, il fantasy. Sarà per quello che funziona.
Il segreto di Melpomene: ho scritto una sola lettera d'amore. All'Uomo dei Treni, quand'è partito militare.
Il segreto di Talia: l'Uomio dei treni ha fatto il militare per tre giorni. Poi, l'hanno riformato. La lettera d'amore la conservo io perché lui l'avrebbe buttata nella raccolta della carta.
Il segreto di Tersicore: io non ballo, mi vergogno da morire. L'ultima volta che ho ballato è stato al concerto degli U2, a Reggio Emilia, nel 1997. L'Uomo dei treni c'era e ve lo può confermare. Anche perché è stata la prima e l'unica volta che me l'ha visto fare.
Il segreto di Euterpe: quand'ero bambina avrei voluto imparare a suonare uno strumento, ma i miei, conoscendo la mia incostanza avrebbero voluto che lo facessi con la banda, che almeno era gratis. Io invece avrei voluto frequentare una scuola di musica e suonare il pianoforte come C. che aveva gli occhi azzurri ed un giacchino diverso per ogni variazione di mezzo grado di temperatura. Oppure il violino come F. che aveva dei bellissimi capelli rossi raccolti in una treccia che le arrivava fin sotto il culo.
Così non sono andata in banda, nè alla scuola di musica.
Fino a 28 anni, quando mi sono iscritta ad un corso di violino ed F. era la mia maestra. Purtroppo ho smesso prima di cominciare a produrre dei suoni gradevoli, ossia dopo quattro anni (nel caso vogliate iscrivere il vostro pargolo a violino, siete avvisati...), subito dopo aver comprato il violino nuovo, perchè la Minica nella panza si imbufaliva.
Il segreto di Polimnia: fino alle elementari però cantavo nel coro della chiesa. Poi delle bambine più grandi mi hanno pestato e non ci sono voluta andare più.

Questi già sarebbero sette, ma ve ne regalo altri due:
Il segreto di Clio: sono appassionata di archeologia. Però industriale. Se li volete vedere, ho dei bellissimi libri fotografici sulle teste da pozzo e le torri di raffreddamento. No, eh?
Il segreto di Urania: la mia professoressa di scienze delle superiori mi ha riso in faccia quando le ho detto a cosa volevo iscrivermi. Adesso potremmo essere colleghe. Per fortuna mia e dei vostri figli, non lo siamo.

postato da: momatwork alle ore 15:04 | Link | commenti (10)
categoria:fare pasticci, aggiornare il blog
lunedì, 17 marzo 2008

Qualche tempo fa un'insegnante si era gentilmente offerta di rispondere ad alcuni miei dubbi sul metodo montessori. Ho provato a contattarla privatamente, ma per ora non ho avuto risposta. Vabbè, tanto sarebbe stata dura cercare di esprimere tutte le mie perplessità in maniera organica ed ordinata, perciò tanto meglio se lo faccio confusamente qui. Non si sa mai che ci ripassi.
Dunque, una delle perplessità riguarda come si è evoluto il metodo montessori, dopo la morte della Montessori. In Italiano, oltre ai principi generali, non ho trovato quasi niente, ma forse non ho cercato abbastanza.
Ci sono i libri della Honegger Fresco, Abbiamo un bambino e Una casa a misura di bambino che si ispirano ai principi del metodo montessori e poco più.
L'ambiente americano è molto più vivace. Il metodo montessori sembra molto in voga tra le homeschooler e ci sono mailing list, gruppi di discussione, forum e venditori online di manuali e materiali montessoriani.
Già, i materiali.
Io finora ho comprato dei manuali costosissimi nonostante il cambio favorevole (di cui le homeschooler americane parlano molto bene) e mi sono iscritta ad una economica newsletter.
I primi non prevedono, per ora, l'acquisto di materiale specifico e tutti gli esercizi, che molto all'americana vengono spiegati passo passo, possono essere realizzati con materiali facilmente reperibili in casa o sostituibili con altri. Forse perché una ha già speso tutto per comprare i manuali.
La seconda invece, pur avendo delle sezioni DIY introduce, anche per i piccolissimi, degli esercizi che richiedono dei materiali dai prezzi proibitivi.
Anche perché è abbastanza facile trovare qualcuno che spenda 30€ per regalarci un aggeggio plasticoso che suona s'illumina e parla in sette lingue, molto meno trovare qualcuno disposto a spenderne altrettanti per una scatola di legno con un buco (e qui mi conforta la Grazia Honegger Fresco che sostituisce la regolamentare scatola col buco con un barattolo di caffè). Ma siccome finora ho molto risparmiato sui cosiddetti "giocattoli educativi", che chissà perché vengono regalati a bambini piccolissimi e poi basta, credo che prossimamente mi farò regalare qualcosa spacciandolo per tale.
Qualcosa che non ho la più pallida idea di come fare, ad esempio, come le serie di knobless cilinders e knobbed cilinders (è abbastanza significativo il fatto che in Italiano non sappia nemmeno come si chiamino questi aggeggi...).
E il resto, tempo ed abilità permettendo, proverei a farmelo da me.
Come i vari sandpaper letters e sandpaper numerals.
E siccome se c'è una cosa che proprio non manca in questa casa è la carta vetrata, ho chiesto all'Uomo dei treni se per caso ne avesse di diversa grana ma dello stesso colore.
"Forse", mi ha risposto, intuendo che non intendevo farne un uso ortodosso.
Infatti ne aveva un pacco intero sul tavolo del suo antro.
Infatti avevo intenzione di farne una touch board e delle touch tablets, ovverosia un pezzo di legno con attaccati dei rettangoli di carta abrasiva a grana crescente (quella che ho rubato all'Uomo dei treni era 40-60-80-100-120) e degli altri pezzi di legno su cui sono attaccati a coppie dei fogli di carta abrasiva della stessa grana.
Naturalmente, se avessi fatto a tempo debito quello che ho fatto adesso, ovverosia cercare su google immagini "montessori touch tablets" e "montessori touch board", se non avessi voluto per forza utilizzare pezzi di legno troppo spessi che già avevo in casa, non mi fossi messa ad incollare carta vetrata alle undici di sera, non fosse finito l'attack a metà lavoro e soprattutto non avessi ascoltato l'Uomo dei treni che sosteneva che er incollare carta su legno la cosa migliore era utilizzare abbondante colla vinilica, l'esperimento sarebbe molto più simile agli originali.

 


Comunque, a spesa zero e in un quarto d'ora di lavoro, questo è quanto:


lunedì, 03 marzo 2008
Purtroppo la tentazione è molto forte. Quando si entra nel gorgo delle mammematte (sì, parliamo ancora di mammematte…) se ne trova sempre qualcuna che è un po’ più matta di te. A te sembrava che usando i pannolini lavabili fossi già matta a sufficienza e scopri che oltre a questo ci sono molte altre cose che si possono fare.
Appunto, che si POSSONO fare, non che si DEVONO fare per forza, pena la revoca della patente di mammamatta e la pubblica lapidazione da parte delle altre mammematte. Io sono stata lapidata più volte e devo dire che mi sono anche un po’ stufata di essere sempre la più convenzionale delle mammematte (oltre che la più matta delle mamme normali). Seconde me è più utile essere tutte un pochino più matte, piuttosto che arroccarsi in poche in manicomio.
venerdì, 29 febbraio 2008
postato da: momatwork alle ore 23:00 | Link | commenti
categoria:fare festa, aggiornare il blog
Forse un po' d'inquietudine l'ho già espressa timidamente qui, anche se ho cominciato a coglierla molto tempo prima: alcune tra le mammematte più granitiche, quelle che apparentemente non si erano mai poste tutti i dubbi che mi pongo io da un bel po', si stanno sgretolando.
A parte il fatto che ognuna è mammamatta a modo suo. Io ero matta molto prima di essere mamma e perciò essere una mammamatta mi viene abbastanza naturale. Cerco di farlo con un po' (un bel po') di autoironia, procedendo a piccoli passi e senza perdere di vista quello che fanno le mamme non matte.
Che poi, dal punto di vista di una mammamatta non sono mica tanto normali: vestono le loro figlie come bamboline sexy ed i loro figli come piccoli teppisti, alimentano l'ossessione per il proprio aspetto nelle prime e la tendenza alla violenza nei secondi, si abbandonano alla deriva del "tanto lo impara all'asilo" anche se non mi è sembrato che l'incitamento alla violenza, allo spreco e al disordine facesse parte del piano di orientamento formativo.
Tutte cose di cui poi si lamentano ritrovandole elevate a potenza nell'adolescenza.

Io provo ad andare ancora avanti per la mia strada. Nel caso cambiate idea, sapete dove trovarmi.
mercoledì, 20 febbraio 2008

Sono parecchi giorni che penso a quello che hanno scritto l'ecomamma, melanele e soprattutto japhy72 nei suoi commenti.
Anche perchè la notizia (ma leggetene anche gli ulteriori sviluppi qui) mi ha colto in un momento in cui parlavo di diversità ed omologazione in maniera molto più frivola.
E non è mica simpatico passare da essere quella più anticonformista a quella più ipocrita.
Dice japhy72 che le sembrano ipocriti quelli che non ammettono che ad avere un figlio "diverso" ne va soprattutto della LORO vita.
Beh, io lo ammetto.
Ed è per questo che mi sono decisa a fare figli solo quando in famiglia ci sono state le condizioni economiche e di stabilità che mi sembravano sufficienti anche a gestire almeno dal lato pratico, che poi non è così indifferente come può sembrare, una gravidanza problematica, un figlio che dovesse essere accudito a lungo, una malattia grave e la morte. Forse è per questo che l'indipendenza economica e la continuità lavorativa mi sembrano condizioni così irrinunciabili per entrambi i genitori.
Eppure, quando per la prima volta mi sono trovata veramente a dover scegliere non per me, ma per la Minica, tra diversità ed omologazione, ho rinnegato le mie convinzioni capitolando miseramente all'omologazione. E quando abbiamo fatto altre scelte non solo per il Minichino, ma per tutta la famiglia, sono state decisioni veramente sofferte e dall'esito ancora incerto.
Ossia, mi sembra di aver paura non della diversità in sè stessa, ma del fatto che i miei figli soffrano a causa della loro diversità, specie se imposta da scelte e convinzioni mie. E naturalmente temo che, più grande sia la diversità, più grande sia la sofferenza.
Frequentando altre mamme (mainstream oppure no) ho invece avuto l'impressione che siano tutte molto sicure di sè. Sanno quanto e cosa si deve mangiare, quanto e quando si deve dormire, quali esami e cure e vaccini si debbano (o non debbano) fare, quali modelli educativi si debbano adottare.  Questo, naturalmente sulla base della loro esperienza su, generalmente, un solo figlio, sano. Dispensano consigli sulla base del "col mio ho fatto così e non è mica successo niente".
Bene. Brava.
Ma forse hai avuto solo un gran culo.
Io, che non sono sicura di niente, la chiamo la legge del seggiolino: se non se porti in giro tuo figlio allacciato al seggiolino non è detto che muoia. E se ce lo allacci, non è detto che si salvi. 
È la differenza che c'è tra previsione e prevenzione.
Io credo nella prevenzione, l'ho detto in tempi non sospetti, ed è in un ottica di prevenzione che ho fatto (o non ho fatto) alcune diagnosi prenatali. Credo che adottare certi atteggiamenti possa abbassare alcuni rischi, ma il rischio nullo non esiste e ciascuno di noi deve fare i conti con il rischio residuo nel modo che ritiene più opportuno.
A volte, infatti, le supermamme, crollano. Crollano per un parto che non è andato come previsto, stremate dal sonno, sopraffatte da una malattia, sfiancate da un figlio che "nonostante tutto" non si è rivelato all'altezza delle loro aspettative. A volte, a questo punto, ne fanno un altro, sperando che vada meglio.
Normalmente va peggio. A quel punto si lasciano tranquillamente tutte trascinare dal mainstream negli anni bui dell'asilo e della scuola, dove delegano ad altri gran parte delle responsabilità, arrancano nelle tempeste adolescenziali sperando di attraversarle indenni ed approdano al porto tranquillo dell'eterna giovinezza dove i loro bamboccioni (e bamboccione) rimangono placidamente attraccati in attesa che spiri un vento più favorevole.

E poi ci sono le altre. O meglio, gli altri, perché a differenza delle supermamme, le normalmamme lasciano più visibilità ai normalpapà. I normalgenitori spesso hanno un figlio "speciale".
I normalgenitori a volte li conosci di persona e non ci pensi nemmeno da tanto sono normali.
A volte non li conosci se noi da un blog dove parlano di paura e di coraggio.
Cose molto normali, quando si ha un figlio "speciale".

giovedì, 31 gennaio 2008
postato da: momatwork alle ore 23:00 | Link | commenti
categoria:aggiornare il blog
lunedì, 21 gennaio 2008
Ultimamente mi è capitato di leggere un sacco di cose.
I soliti libri della Lipperini e della Gianini Belotti e la discussione che ne sta seguendo.
Qualche post sul blog careerandkids. Poi questo post dell'ecomamma.
E poi che alla scuola dell’infanzia dove iscriveremo la Minica non sono previsti né un preaccoglimento, né un orario prolungato, perciò qualcuno dovrà portare la Minica alla scuola dell'infanzia non prima delle otto e qualcuno andarla a riprendere non dopo le sedici. Che sono otto ore. Ma chi lavora, come me, con un orario di otto ore sa che in realtà le ore diventano otto e mezzo, minimo, essendo la pausa pranzo obbligatoria di almeno mezz'ora. Al netto dello spostamento, naturalmente, che, spesso, non sono proprio bruscolini. Anche le elementari a tempo pieno finiscono alle 16.00, ma, per allora, la Minica avrà le chiavi di casa.
Come le ho avute io. A sei anni.
Ovviamente è anche possibile che da qui al settembre 2009 cambino tante cose (non necessariamente in meglio) e che tutte queste pianificazioni non si rivelino altro che seghe mentali, ma per ora non sembra che avere dei figli sia compatibile con l’essere entrambi lavoratori a tempo pieno, per giunta pendolari, senza un consistente aiuto dall’esterno.
Cosa faremo e chi lo farà lo decideremo al momento e sulla base dell’opportunità. Forse una richiesta di avvicinamento o di orario alternativo. Forse sarà necessario che uno di noi due chieda il part-time.
Già, il part-time.
Il part-time, dice la Lipperini supportata dai dati, lo chiedono soprattutti le madri.
E perché? Perché in fondo in fondo i padri non lo vogliono e se lo vogliono difficilmente glielo concedono, risponde l’ecomamma. Ma anche perché, suggeriscono altre voci nei commenti, non tutti possono economicamente permettersi una paternità/maternità a stipendio ridotto o senza stipendio, o perché i padri non sempre desiderano questo piacere/dovere, soprattutto nei primissimi mesi quando un bambino richiede moltissime attenzioni fisiche dando apparentemente poco in cambio (se non cacca e rigurgiti, ma vabbè…), oppure perché il papà guadagna di più e quindi sarebbe ancora una volta poco economico per il bilancio familiare che fosse lui a subire una riduzione dello stipendio.
E, ancora, gli uomini non utilizzano la paternità perché, questo lo aggiungo io, in Italia non è culturalmente accettato né dall’azienda né dallo stesso lavoratore che un uomo rinunci (temporaneamente) alla carriera per la famiglia, mentre una donna, si sa, già di carriera ne farà poca, se poi si sogna addirittura di restare incinta…
Queste ultime condizioni mi sembrano emblematiche del divario tra i sessi nella nostra società: mio marito guadagna più di me perché lui è ingenere ed io bidella o perché lui è idraulico ed io ingenere (sob) oppure siamo entrambi ingegneri (medici, avvocati, …) ma INSPIEGABILMENTE lui guadagna più di me?

La soluzione, propone qualcuno, è quella di lasciare il dannato lavoro per aprire un micro-nido o per “inventare” un lavoro che permetta di conciliare gli impegni familiari. Ecco. Bene. Smettiamo di fare quello che stavamo facendo, magari bene, ed apriamo un micro-nido anche se siamo architetti o periti agrari.
Per i figli di chi, poi, chissà.
Oppure inventiamoci un lavoro, magari creativo: facciamo coperte patchwork o figurine in cernit e lasciamo che a lavorare “davvero” ci vadano i nostri compagni o quelle che non hanno figli.
Ora, io non ho nulla contro il patchwork o il cernit. Anzi, quando ho letto la frase citata anche da japhy72 (a proposito… doppio gulp… nientepopò di meno che commenti dalla Lipperini in persona…) sulle mani operose ne avevo provato un po’ di fastidio e mi ero chiesta: ma cosa dovranno mai fare secondo lei queste donne per essere “rilevanti”? Progettare dighe? Autostrade, gallerie? Mah, io che ci vado parecchio vicino mi sentirei molto più rilevante se mi lasciassero fare ciò che saprei fare meglio, ma la penserei ugualmente se fossi un uomo. Perciò, se ci sono persone che nella vita sanno fare o credono di saper fare meglio di tutto gli educatori di asilo-nido, bene, è giusto che possano realizzarsi. Che ricevano finanziamenti per acquistare una struttura, adeguarla a misura di bambino, assumere del personale, fare corsi di formazione, comperare materiali educativi, giochi, arredamenti, materiali di consumo, cibi di qualità… ma, per favore, non si improvvisino “educatori” solo perché non hanno trovato uno straccio di soluzione per conciliare lavoro e famiglia e in fondo “se riesco a star dietro al mio perché non a quelli degli altri”, raffazzonando un appartamento ed aprendo un baby parking. Ma vi rendete conto? Baby PARKING. Ma chi se l’è inventato ‘sto termine?
Nelle mie recenti peregrinazioni per asili nido e scuole dell’infanzia (pubbliche) ho avuto modo di verificare che i trent’anni che sono passati dal libro della Gianini Belotti non sono passati invano. Ho conosciuto molte educatrici motivate, entusiaste, appassionate al loro lavoro. Altro che baby parking!
E se invece uno crede di saper fare particolarmente bene qualcosa che normalmente rientra tra le attività hobbistiche e riesce a farne un lavoro che gli consente l’indipendenza economica, bene, che lo faccia. Ma per tutti gli altri, invece, rimanga un’attività per rilassare la mente ed occupare le mani, magari facendo qualcosa di utile o semplicemente piacevole, ma senza illudersi che sia sostenibile una società in cui tutti si occupano di bricolage, découpage e cartonage a prescindere dall’abilità. Sarebbe come se chiunque avesse un blog pretendesse di tirarci fuori un libro e magari farci dei soldi.
Qualcuno, forse sì. Tutti, sicuramente no.
lunedì, 07 gennaio 2008
Causa "riparazione" del mio PC (che prima funzionava male e dopo l'intervento dell'esperto non funziona affatto), è possibile che nei prossimi giorni, ricchi di inserimenti e rivelazioni, non sia in grado nè di leggere, nè di scrivere.
Voi continuate pure senza di me, eh?
postato da: momatwork alle ore 12:45 | Link | commenti (3)
categoria:aggiornare il blog, andare dal dottore, portare la minica al nido
venerdì, 04 gennaio 2008
Non allatto più.
Ok, l’ho detto.
Era ora, dirà (più di) qualcuno.
Come, di già? Dirà qualcun altro.

Ah, ma io non ho fatto niente, eh? Ha fatto tutto lei, un po’ più di un mese fa. Ha cominciato abbandonando una tetta, la destra.
E poi, mentre eravamo in Germania ed un certo punto ci siamo chiesti: “ma ‘sta bambina, non ciuccia più?”
Sembrerebbe di no.

Se non ho fermato subito il contagiorni ticchettante là sotto (toh, è sparito!) è perché mi ci è voluto qualche giorno per realizzare che era davvero finita e che l’”ahm” era diventato un qualcosa di morbido da accarezzare, da salutare, in cui nascondere la faccia e su cui scaldare le mani e qualche volta anche i piedi, ma che di ciucciare, davvero, non se ne parlava più.
Per qualche giorno ancora mi sono illusa che accogliendo le idee sarei riuscita anch’io a scrivere un post bello come quello dell’ecomamma, ma non è proprio il caso, lei è molto più brava in queste cose.
Qualcuno potrebbe chiedersi che effetto mi fa e se sono contenta.
Bah, non mi fa nessun effetto, nessuna nostalgia. Appunto, all’inizio non me ne sono neanche accorta.
Contenta sì, lo sono, perché francamente la prospettiva di allattarne due in contemporanea mi spaventava un po’. Una prospettiva non del tutto scongiurata, in verità, saranno passati solo pochi mesi. Ma se penso a quanto ciucciava o a come dormiva pochi mesi fa mi rendo conto che per lei pochi mesi sono un’eternità.

E con questo ho detto tutto, o forse ancora non ho detto niente. Avrei voluto raccontare di come ho superato le mie difficoltà iniziali con il tiralatte. Avrei voluto raccontare di come ho organizzato il mio rientro al lavoro ed il prosieguo dell’allattamento. Avrei voluto raccontare di come abbiamo condotto, o meglio, assecondato, lo svezzamento.
Ma il tempo vola ed è sempre poco.

E poi ho sempre detto come la penso: niente comincia e niente finisce con l’allattamento.
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categoria:allattare, aggiornare il blog, abbracciare la minica
lunedì, 31 dicembre 2007
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categoria:aggiornare il blog
lunedì, 24 dicembre 2007
Come effetto del mio interrogarmi sulle differenze reali e presunte tra maschi e femmine, qualche giorno fa ho finito di leggere “Ancora dalla parte delle bambine” di Loredana Lipperini, uscito qualche settimana fa, ed ancora prima “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Belotti che risale invece agli anni settanta.
Uno mi è piaciuto di più (quello della Gianini Belotti) ed uno di meno, uno mi ha convinto di più (sempre la Gianini Belotti) ed uno di meno ed uno mi ha turbato di più (stavolta la Lipperini) ed uno di meno.
A questo proposito è stato illuminante l’intervento della creatrice di un thread di discussione a proposito del libro della Lipperini che dopo un po’ di alti e bassi ora si sta facendo veramente interessante. Ne riporto una sintesi, per chi non ha voglia di andarselo a cercare:

“La lettura della Belotti mi ha suscitato pensieri lineari, seppur preoccupanti, e facilmente condivisibili.
Alla fine del libro della Lipperini mi sono ritrovata con meno risposte in mano e con tanti - TANTI – dubbi. Più di quanti ne avessi prima di iniziare la lettura. […]Leggere il libro della Belotti oggi, a distanza di 30 anni da quando fu scritto (se non di più), ha stimolato un genere di pensieri e di riflessioni che, nel corso di questi decenni, hanno avuto tutto il tempo di trovare il posto nelle nostre menti. Il risultato è che le domande sollevate da una lettura contemporanea del testo, hanno trovato le loro risposte in modo apparentemente spontaneo. Ma questo succede, secondo me, perché le risposte si sono andate formando nel corso di questi anni, e non perché il libro della Belotti sia più chiaro tout court e quello della Lipperini più “distorto”.
Leggere il libro della Lipperini, libro che a mio giudizio fotografa minuziosamente la variegata realtà delle differenze di genere, provoca sensazioni che non hanno ancora risposte. Per una semplice ragione. Queste sono in via di definizione.
Nel libro della Lipperini queste risposte le ho cercate fino all’ultima pagina, ma senza successo. Fino a capire, a lettura ultimata, che non ce n’erano.
Per ora. Ovviamente.
Alla fine dell’esperienza di lettura di “Ancora dalla parte delle bambine”, è facile trovarsi d’accordo su alcune cose, in disaccordo su altre o addirittura in conflitto su altre ancora.
Leggere, oggi, il libro della Belotti, trova magicamente tutti/tutte d’accordo.”


Ciò nonostante sarebbero ancora da leggere entrambi, possibilmente nell’ordine. Non perché, come suggerisce il titolo, uno sia il prosieguo o l’aggiornamento dell’altro. Ho scritto nel thread che la ripresa del titolo non la considero una furba operazione commerciale, ma piuttosto una limitazione del libro (della Lipperini) che ha un argomento molto più vasto del primo, parlando di bambine, ma anche di bambini, di bambine, ma anche di adolescenti, di bambine, ma anche delle loro mamme. Ed è per questo che non condivido nemmeno il consiglio sintetico di gran parte dei lettori (lettrici?): “Avete una figlia? Allora leggetelo!”.
Leggetelo, anzi, leggeteli, se avete figli o se non li avete, perché con questi presupposti sta crescendo la prossima generazione e la prospettiva mi sembra terrificante.
Se non sono stata molto tenera con il mio giudizio sul libro della Lipperini è perché, per gli argomenti che tratta, avrebbe potuto avere la diffusione di uno dei libri di chick lit di cui parla (mi viene in mente “Il mio shopping per il baby” di Sophie Kinsella, nonostante non l’abbia letto) e tentare di influenzare il futuro di una generazione meglio di molti “Manuali per genitori” ed invece lo si ritrova nascosto tra la saggistica e promosso troppo in alcuni ambienti e troppo poco in altri.
Con Lanterna, che lo ha letto, ci eravamo ripromesse di riparlarne. E poi ci sono alcuni approfondimenti che mi piacerebbe lasciare qui piuttosto che in giro per il web.

Effettivamente il periodo non è dei migliori per intavolare discussioni avvincenti... intanto, buone feste!
lunedì, 17 dicembre 2007
Avvertenza: questo post, come spesso mi succede, per avere un senso compiuto avrebbe dovuto far riferimento a numerosi altri post scritti in precedenza che, però, come sempre mi succede, non sono mai stati scritti.
Risulterà più incasinato e sconclusionato di altri. Pazienza.


La Minica parla. Parla tanto. Parla, per la sua età, più della media.
Parla in dialetto.

Come la maggior parte degli adulti di queste parti, io e l'Uomo dei treni siamo dialettofoni: io da sempre, lui invece "di ritorno". Il dialetto non è proprio lo stesso, ma è molto simile, perciò sarebbe per lo meno "strano" che non lo usassimo per parlare tra noi. Per la maggior parte degli adulti, il dialetto, se non è stata la prima lingua sentita in casa, è stato un rito di iniziazione obbligato all'ingresso nella scuola pubblica, figli di immigrati inclusi. Il dialetto si parla sul lavoro, nei negozi, in banca. In dialetto si parla di politica, di scienza, di teatro. Il dialetto è ancora vivo nella fascia d'età "produttiva".
Però.
A partire dagli anni settanta, gli anni in cui io e l'Uomo dei treni eravamo bambini, è cominciata la "moda" di parlare ai figli in Italiano, anzi, "in Lingua". Quello stesso dialetto che di usava con gli amici, con i propri genitori, all'interno della coppia, è diventato "vergognoso": un vecchiume da eliminare, un retaggio di un passato povero ed incolto. I risultati sono stati da inutili a tragicamente comici: adolescenti che si rivolgevano ai genitori in Italiano ed ai fratelli in dialetto, nonni che coniavano strampalati neologismi, adulti incapaci di distinguere fantasiose traduzioni ed improbabili costruzioni, convinti com'erano di parlare "in Lingua".
Serve che lo dica? I miei suoceri all'Uomo dei treni ha