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mercoledì, 09 luglio 2008
1+1
Se pensate che quella della coppietta mi sia passata, sbagliate di grosso.
L' "idea" della coppietta la odio e non riesco a nascondere il mio disappunto quando, spesso, mi fanno notare quanto sia stata "fortunata". Come se chi ha due femmine o due maschi abbia avuto sfiga.
L' "idea" della coppietta la odio a tal punto che ad un certo punto ho smesso di pensarci. Ho comperato qualche tutina verdolina ed ho chiuso il cassetto fino a quando siamo tornati a casa.
Ma se pensavate che col tempo sarei riuscita ad innamorarmi o almeno ad affezionarmi anche al Minichino, sbagliate ancora di più.
Col Minichino è stato un colpo di fulmine.
Giusto il tempo di controllare che avesse effettivamente il pisello (non si sa mai, pure questo ero arrivata a pensare, nonostante l'ecografista non avesse avuto la minima esitazione...).
Sarà perchè me lo volevano portare via subito (e a maggior ragione dovevo "riconoscerlo" prima che mi riportassero un bambino "estraneo" lavato e vestito, per cui, anche quando, dopo tre quarti d'ora, è tornata l'infermiera-gentile ho insistito perché l'Uomo dei Treni li seguisse al nido, anzichè restare a sorvegliare il ginecologo con l'hobby del ricamo).
Sarà perchè questo secondo parto è stato così diverso dal primo, più desiderato, più combattuto, più veloce, più fisico, anche più sofferto, ma forse ancora più mio.
Sarà.
E la Minica? La Minica ha avuto una tenerissima reazione di timida felicità al primo incontro per poi impossessarsene velocemente e cominciare, come tutte le femmine della sua specie, ad elargirgmi consigli su quando e come allattarlo (con dimostrazioni pratiche), quando e quanto tenerlo in braccio, se farlo piangere o "viziarlo", come vestirlo, dove metterlo e soprattutto ricordarmi di non dimenticarmelo lì dove l'ho messo.
E c'è da dire che i suoi sono i meno strampalati tra quelli che ricevo. Anzi, la Minica si trova nella fortunata condizione di poter dare consigli anche al fratello, ad esempio " fa' bene la bocona" oppure "non fare pastroci con quell'ahm" o ancora "non piangere, adesso riva la mamma".
Certo, a volte le sue dimostrazioni d'affetto sono un po' eccessive (Sì, puoi dargli un bacino, UNO SOLO, ma PIANO, perché DORME. NON lo svegliare, va bene? PIANISSIMO... ma mamma, non dorme, ha gli occhi aperti... Sì, ADESSO ha gli occhi aperti...) ed è un po' più nervosa del solito, soprattutto in quella terra di nessuno tra il sonno e la veglia (e viceversa) ma più che gelosa delle attenzioni che vengono riservate al fratello sembra gelosa del fratello, infatti nessuno può toccarlo se non noi della famiglia ristretta.
E allora beccatevi questa:



Insomma sembriamo la famiglia del Mulino Bianco.
Abbiamo pure la coppietta.
lunedì, 16 giugno 2008
Eravamo rimasti che la Minica aveva smesso di ciucciare da qualche mese, ma che l'ahm, il nostro nome familiare, era rimasto un fatto ed un ricordo importante.
Come già negli ultimi mesi di allattamento "vero", carezze e bacini erano però riservati a momenti di intimità intra moenia, tanto che la Minica ogni tanto mi si sedeva in braccio, accennava ad infilarmi le mani nella scollatura e mi chiedeva con aria furbetta: "Semo casaaaa?" già sapendo, ovviamente, la risposta che sarebbe arrivata, comunque, accompagnata da un sorriso.
Naturalmente in questi mesi è stata fatta molta pubblicità progresso sull'argomento, cercando di non entrare nel vicolo cieco dei "bambini piccoli/bambini grandi" e di dire come sempre la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità.
Con esiti fra i più disparati; da un primo secco "no, lui mangerà la pasta" ad un inorridito "ma mamma, noi non abbiamo un biberon per il fratellino" di qualche giorno fa, ai quali ho ribadito con quanta più calma mi fosse possibile, che no, il fratellino non mangerà la pasta, non da subito, e non avrà bisogno di nessun biberon, perché farà l'ahm, come l'hai fatto tu.
E a questo punto facciamo partire un filmato. O le diapositive.
Ecco la Minica che fa l'ahm. Ecco la Minica che fa l'ahm. Ecco la Minica che fa l'ahm. Ecco la Minica che fa l'ahm. Ecco la Minica che assaggia un banana. Ecco la Minica che fa di nuovo l'ahm. Ecco la Minica che sgranocchia un grissino di riso con i suoi due denti. Ecco la Minica che fa il bagno nella minestra. Ecco la Minica che fa l'ahm. Ecco la Minica che fa ancora l'ahm. Ecco la Minica che mangia la sua torta di compleanno. Ecco la Minica che continua a fare l'ahm. Ecco la Minica che mangia il gelato, le trenette al pesto, gli gnocchi con lo scorfano, la pizza, il fritto di pesce, gli arrosticini, la sachertorte e, appena prima della sua seconda torta di compleanno, dell'ahm non ne vuole sapere più.
E nemmeno la mamma avrebbe voluto saperne di allattarne due contemporaneamente, sia chiaro, soprattutto dopo che il nostro allattamento si era concluso spontaneamente e felicemente.
Solo che ad una richiesta esplicita non avevo ancora deciso cosa rispondere, fin quando ho letto sull'ultimo libro di Gonzales che è possibile che i bambini che hanno ciucciato fino a pochi mesi prima chiedano di riprovare, ma che nella maggior parte dei casi, se li si lascia provare non ricordano più come si fa. Quello che chiedono, insomma, è una "prova d'amore".

Ed ho rischiato.
Ed è andata bene.

Dettagli tecnici:
Non sono riuscita a filmare il breast crawl (l'avevo deciso da tempo, ma all'Uomo dei treni l'ho detto solo qualche giorno prima in modo che credesse fosse uno strano effetto degli ormoni) e nemmeno ad attaccarlo in sala travaglio (ve l'ho già detto che non sono riuscita ad arrivarci, in sala parto?) perchè ho avuto il mio bel daffare a litigare con l'ostetrica-ragazzetta che voleva portarmelo subito via per ripulire il luogo del misfatto prima del cambio turno.
Sono stata scortese ed indisponente con l'ostetrica-ragazzetta quando è passata a vedere come stava andando. Mancava solo che le dicessi: "Lei non sa come allatto io", ma ero ancora troppo incazzata per il mancato parto in acqua e poi, si sa, si può sempre dare la colpa agli ormoni.
Il Minichino non si è subito attaccato bene, perchè non apriva abbastanza la bocca, ma a suon di prova e riprova alla fine ha imparato: niente dolore, niente ragadi. Anche se fonti autorevoli ritengono che preparare il seno sia inutile se non dannoso e che la cosa più importante sia un buon attacco, a me l'altra volta era andata bene (leggero fastidio i primi giorni, niente ragadi) e sentendo che allattatrici più scafate di me avevano comunque avuto problemi, l'ho rifatto (anche se con meno  perseveranza e convinzione). Il che, ovviamente, non significa niente se non che a me è andata bene così.
Contro il parere di tutti ho insistito per la dimissione anticipata e siamo tornati a casa il giorno dopo: non ne potevo più della mia lamentosa compagna di stanza e dei suoi amici, parenti, conoscenti sempre pronti a fare commenti e a dare consigli a lei, ma anche a me: ma quanto lo attacchi (quanto gli pare), ma dove lo metti (nella fascia), ma adesso non hai latte (no, ma presto ce l'avrò), che nome strano (in realtà volevamo prenderci un cane, ma poi sono rimasta incinta...), ma come vai già a casa (sìììììììììì!!!!!!!!!!!). E soprattutto non ne potevamo più di non poter dividere la nostra gioia con la Minica.
Come mi ha detto l'ostetrica-amica, me l'han fatta pagare salata, 'sta dimissione.
Stavolta la montata è arrivata, sotto forma di due tette che l'Uomo dei treni se le sognerà finchè campa. Peccato che l'effetto Fujiko sia durato solo poche ore e che le mie tette a tenuta stagna mi avessero fatto rischiare un ingorgo, prontamente risolto alternando da antrambi i lati la posizione classica e quella a rugby. Giusto perché non si dica che ho solo avuto fortuna e bla bla bla, bla bla bla.
Il Minichino per ora ha uno stile diverso dalla Minica, che ciucciava poco e ad intervalli ravvicinati di veglia (di giorno) o sonno leggerissimo (d notte). Lui invece fa una anche due ore di attacca-stacca (di giorno) o una poppata voracissima (di notte) e poi dorme per molte ore filate ovunque lo si metta, il che mi permette di fare un sonno notturno "di qualità" e di dedicare un tempo diurno "di qualità" alla Minica.
E magari pure di mangiare seduta e fare una doccia, via.
venerdì, 13 giugno 2008
Forse vi chiederete perché non sto scrivendo nulla del Minichino.
Un po' è perché non ho tempo.
Un po' è perché fa solo quello che fa il maschio italiano medio: mangia, dorme, piscia, caga, rutta e scorreggia.

Probabilmente guarderebbe volentieri anche le partite in TV, ma non ce l'abbiamo.
lunedì, 09 giugno 2008
Stiamo felicemente e forzatamente coslippando da una settimana.
Felicemente, perché per ora il Minichino dorme quanto il neonato standard dei libri di puericultura, perché l'Uomo dei treni nemmeno lo sente quando si sveglia per ciucciare e perché rispetto ai 10-12 risvegli della Minica quando aveva la sua "età" tre o quattro, mi sembrano davvero uno scherzo.
Potere del fattore scala.

Forzatamente, perché la bellissima culla in cotone fu biologico, lana fu non trattata e fibra di cocco fu naturale che mi fu già prestata dalla Vicina per la Minica, nei mesi in cui non è stata utilizzata è stata amorevolmente custodita da sua suocera.

In naftalina.
lunedì, 26 maggio 2008
Ai produttori di costumi da bagno per bambine impuberi

Egregi signori,
Vi scrivo per informarvi che, nell'ottica della prevenzione dei rifiuti ancorché riciclabili, preferirei non comprare a mia figlia (oggi di due anni e mezzo scarsi) il reggiseno del costume da bagno solo per doverlo buttare fino al momento in cui non avrà delle tette degne di tale nome e rivestimento.
Il che, se va dietro a me, potrebbe capitarle non prima dell'estate tra la prima e la seconda superiore, quando all'improvviso passerà dallo stato di tavola da stiro a quello di maggiorata.
Naturalmente è possibile che ben prima di allora me ne chieda uno, ma anche qualora il 50% più una delle sue coetanee fosse già fornita di apposite tette, le consiglierei comunque di indossare un costume intero come se fosse un vezzo piuttosto che nascondere due tettine abbozzate in un reggiseno pateticamente imbottito.
Ritengo infatti che la situazione attuale di sostegno ai giovani ed alle famiglie non sia destinata a cambiare, se non in peggio, e che quindi l'età in cui le donne decidono di avere figli (o meglio, decidono che se aspettano ancora probabilmente non ne avranno) sarà destinata ancor più a salire ed il numero di figli a scendere. Le rimarrà pertanto un numero di anni sufficiente per godersi le Vostre proposte per acquirenti post adolescenziali prima di trasformarsi, come me, in una potenziale cliente di costumi a fantasie floreali presso i negozi di articoli sanitari.
A questo proposito vi ricordo che per soddisfare la nicchia di mercato in cui due gravidanze ed un allattamento mi hanno collocato, non basta produrre reggiseni identici dalla prima alla quarta (o se hai proprio culo alla quinta), solo più grandi, perché una quinta (abbondante) non ha la stessa forma di una prima, solo più grande, ma servono modelli e sostegni diversi.
Fiduciosa in un positivo riscontro,
Vi porgo distinti saluti.
mercoledì, 21 maggio 2008
Sto leggendo un libro così palloso, ma così palloso, che non riesco nemmeno a soffrire d'insonnia.

Invece non ho ancora trovato un libro così poco palloso, ma così poco palloso da meritare un posto nella mia valigia da parto. Ai tempi dell'influenza ho già fatto svaligiare le poche librerie della zona in cui si potevano trovare degli Agatha Christie in lingua originale.
Sia accettano suggerimenti.gonzales

Ho comprato l'ultimo libro si Carlos Gonzàles sull'allattamento. Non che ne avessi un gran bisogno, intendiamoci. Ma, nonostante l'argomento paradossalmente mi interessi meno, quasi sempre mi piace come scrive, lo trovo equilibrato, obbiettivo, onesto, con quel pizzico di ironia che non guasta.
È vero, non l'ho ancora finito, ma sono a metà ed, anche se l'argomento è meno vasto di Bésame mucho e più discusso (nel bene e nel male) de Il mio bambino non mi mangia (di cui, mannaggia, ancora non sono riuscita a tessere le lodi come dovrei) devo dire che finora mi piace meno degli altri due.
A partire dalla quarta di copertina, dove i due libri precedenti sono definiti dei "bestseller".
Beh, non credo lo siano. Almeno non in Italia.
Purtroppo.

È vero che sull'argomento la pensiamo in maniera tutto sommato diversa: lui considera l'allattamento un diritto assolutamente fisiologico, una parte del ciclo sessuale e riproduttivo della donna. Io invece confesso che, nonostante non abbia mai visto l'allattamento come un obbligo, uno sforzo o un sacrificio, continuo a trovare estremamente convincenti, oltre all'ovvietà fisiologica, le prove scientifiche a supporto dell'allattamento.
Ma, si sa, ognuno è fatto a modo suo ed è sensibile ad alcuni argomenti e non ad altri.
Poi, mi sembra troppo calato nella realtà spagnola (assai più penalizzante di quella italiana, con sole dieci settimane di astensione obbligatoria post parto... chissà se nel frattempo qualcosa è cambiato...) anche se ci sono i riferimenti a documenti e normative italiane. Ad esempio, spero per i bambini spagnoli che i loro nidi non siano tutti dei lager come quelli che lui descrive, anche perché le sue "alternative" (astensione prolungata dal lavoro, nonni, bambinaie, conoscenti che hanno scelto di restare a casa ad accudire i loro, di figli...) mi sembrano molto soggettive, oltre che aleatorie.
Non so... sarà la tristezza per questa meravigliosa esperienza del nido che sta per concludersi, sarà il ricordo delle martellate sui coglioni che sono andata a farmi dare a Reggio Emilia vedendo i loro asili (così sostiene l'Uomo dei treni), sarà la mia solita vena equo-polemica ma mi sembra che un gruppetto di genitori un po' esigenti (ciascuno con le sue esigenze, s'intende) possa ottenere a beneficio di tutti molto più di quanto un singolo possa ottenere a beneficio del suo solo figlio/a.
Fatto sta che non siamo certo ai livelli de LaLaura, ma tra inserimento, visite a casa, colloqui individuali e corali, cene, compleanni, festicciole in giardino, papà e mamme al nido, progetti in piccoli gruppi, documentazione fotografica delle attività, prestito libri, laboratori di pittura-incollatura, gite di fine anno e altre giornate "speciali" (una mamma musicista che organizza delle matinée musicali, una maestra in pensione che dedica un giorno a settimana ad esperimenti culinari...) non posso certo dire di aver parcheggiato la Minica  in un asilo dove qualcuno le dà distrattamente un'occhiata.
E mi chiedo anche come questo possa rapidamente cambiare togliendo la più delocalizzata delle pressioni fiscali e come questo si concili con le pretese della Lega. Mah...

Comunque, nonostante il titolo un po' melenso, è, come i precedenti, un libro molto scientifico, ricco di bibliografia e per nulla incline all'estasi da allattamento, anche se resto dell'opinione che difficilmente un libro possa essere d'aiuto più di una brava consulente.
Brava soprattutto a capire quali sono le corde sensibili di chi ha davanti.

gaskin_2E, già che ci sono, non me ne vogliano le entusiaste, faccio le pulci anche al libro della Ina May Gaskin: un libro bello e utile, ma non equilibrato, obbiettivo ed onesto. Un libro che già dalle primissime pagine fornisce dei dati discutibili e fuorvianti, confrontando la bassissima percentuale di cesarei e parti operativi del centro nascita The Farm con quelli medi degli Stati Uniti, omettendo però di specificare che i parti effettuati in ospedale comprendono anche quelle gravidanze patologiche che non sarebbero accettate a The Farm. Ecco, forse sono l'unica ad aver notato questa piccola "disonestà" in mezzo a tanti incantevoli racconti di parto, ma, appunto, perché voler a tutti i costi tirare acqua al proprio mulino facendo questi pasticci?
KITZINGER-S_bambino0
E, già che ci sono, attacco altri due mostri sacri, vittime inconsapevoli di traduttori approssimativi. La prima è Sheila Kitzinger, autrice della mia bibbia durante la prima gravidanza che avevo già decantato a suo tempo (e che mi sono rifatta prestare, ma che consulto con assai meno timore ed entusiasmo).
Bene, quale cosa più normale di comprare quella che dal titolo alla copertina si spacciava per il suo prosieguo? Invece Il bambino, il primo anno di vita (titolo originale The Year after Childbirth), non è affatto, come pensavo io, il classico libro di puericultura in versione orientata alla genitorialità naturale (quello che eventualmente è Abbiamo un bambino di Grazia Honegger Fresco) e nemmeno "un libro ricco di consigli pratici per imparare a comprendere le esigenze del piccolo senza trascurare il vostro equilibrio fisico e psicologico", ma un libro essenzialmente matricentrico, che a saperlo prima, avrebbe anche potuto essere interessante, ma che per fortuna ho potuto restituire in libreria nonostante l'avessi appositamente ordinato, spacchettato e sfogliato quanto basta per capire che non era quello che volevo, cioè un libro non sulla madre, ma sul bambino.

searsAltre vittime innocenti di una traduzione fuorviante sono il buon Dottor Sears e consorte che hanno scritto un libro (sull'allattamento) che si chiama "Keys to Breastfeeding" a cui hanno aggiunto, bontà loro, 10 (dieci) facciate sullo svezzamento senso stretto (cioè sulla fine dell'allattamento) e sull'introduzione dei cibi solidi.
Allora perché tradurlo come allattamento e SVEZZAMENTO?
Ancora una volta cercavo un libro su un argomento (lo svezzamento in senso lato di bambini allattati al seno) e ne ho comprato uno che parlava, prevalentemente d'altro.
E vabbè.
Qualcuno ha ancora voglia di consigliarmi un libro?

Allora parliamo di quaderni.
Il primo quaderno, la prima "idea" di quaderno l'ho trovata qui e loro la chiamano "il libro dei libri": è, dicono, "il libro che si costruisce in casa e che racchiude ricordi, cimeli, storie, vere o inventate che documentano i vari momenti della crescita [...] pratica abituale di molti asili nido e scuolelibro deilibri dell'infanzia particolarmente sensibili ed attente regalare ai genitori [...] un librone gonfio di foto, disegni (dai primi scarabocchi alle prime consapevoli produzioni artistiche), elaborati, oggetti, ma anche racconti di attività, gite, eventi, gesta e bizzarrie del bambino [...].
Finora le "produzioni" della Minica sono state estrememente limitate: quelle del centro gioco, eccessive e non significative per la sua età, sono state senza rimpianti distribuite tra nonni entusiasti e raccolta della carta, quelle del nido sono lavori di gruppo appesi alle pareti. Però credo che dal prossimo anno ci sarà una produzione assai prolifica e quindi vorrei attrezzarmi in questo senso, magari seguendo le idee di questo libro.

Il secondo quaderno è quello del nido, un diario giornaliero dove viene annotato il "chi fa cosa" (ed anche il "chi ha mangiato cosa", ma questo non mi turba molto, visto che la mini-Minica è solitamente una buona forchetta...) e il "chi ha detto cosa".

Il terzo quaderno è l'idea di una mamma. Perché i bambini dicono cose che le mamme non sentono quando sono al nido, ma dicono cose (sul nido) che le maestre non sentono quando sono a casa. E questa mamma ha pensato di comperare un quaderno dove annotare, a turno, i commenti dei nostri bambini sul nido.

Alla scuola dell'infanzia dove la Minica andrà a settembre non credo si faccia nulla di simile, perciò ho intenzione di rompere alla mamme che conosco perchè si rompa alle maestre e si faccia.
E poi vediamo come va.
sabato, 22 marzo 2008
Per quanto possano promuoverla, trovi sempre l'uomo della strada* che ti dice che tanto buttano tutto in discarica.

* La "donna della strada" effettivamente suona peggio...
postato da: momatwork alle ore 10:18 | Link | commenti (4)
categoria:allattare, fare la raccolta differenziata, andare al corso pre parto
mercoledì, 06 febbraio 2008

Diciamocelo, a me la Binetti mi fa un baffo. Rispetto a lei e a quelli come lei io sono avanti anni luce. O indietro, dipende dai punti di vista.
Sì, perché secondo me la vita inizia prima, molto prima del concepimento. Inizia prima ancora del desiderio di avere un figlio, inizia dalla possibilità stessa di averne.
Se a diciott'anni, quando la possibilità e l'intenzione di diventare madre di una famiglia numerosa erano pari a quelle di ottenere il Nobel per la medicina, cioè praticamente nulle, mi avessero detto che per una malattia, un'operazione, una malformazione o un incidente non avrei potuto procreare dei figli, quei figli sarebbero stati in qualche modo dei "figli non nati".
A trent'anni, quando avevo già sotto mano "il padre dei miei figli", ma comunque la possibilità e l'intenzione di diventare madre di una famiglia, ormai difficilmente numerosa, ancora non mi passavano per l'anticamera del cervello (mentre quelle di ottenere il Nobel per la medicina erano da tempo definitivamente sfumate...), ho cominciato a riflettere su come conciliare l'immagine futura che avevo di me, con una qualche forma di discendenza, e l'eventuale impossibilità di procreare naturalmente.
Personalmente non mi sarei sottoposta ad accertamenti specialistici e poi a tecniche di fecondazione assisitita, autologa od eterologa, ancora possibile all'epoca. Mi sarebbero sembrate delle pratiche innaturali, un voler ricercare delle "responsabilità", un istillare il dubbio che questo figlio fosse più di uno che dell'altro, un minare dall'interno la nostra parità di genitori e, perché no, un voler mantenere le apparenze verso l'esterno, come se la sterilità o l'impossibilità di portare a termine una gravidanza non fossero un accidente, ma una vergogna.
Naturalmente, a differenza della Binetti e di quelli come lei, non pretendo che le mie opininioni personali diventino per tutti legge morale e non solo. Se una coppia se la sente di intraprendere la strada della fecondazione assisitita, sono ben felice che lo possa fare nei limiti degli attuali progressi in campo medico e non delle paturnie del baciapile di turno e della propria disponibilità economica. Non per niente sono andata a votare sì per il referendum sulla procreazione assistita quando già cominciava a vedersi una discreta pancetta di quattro mesi. Perché i figli delle coppie che non potranno accedere alla fecondazione eterologa, le gravidanze trigemellari che non arriveranno a buon fine, gli embrioni abortiti perché affetti da un'anomalia genetica che avrebbe potuto essere benissimo diagnosticata in fase di pre-impianto, secondo me sono dei "figli non nati".
La strada che avrei scelto io sarebbe stata quella lunga e difficile dell'adozione, perché è una strada che mi sarebbe comunque piaciuto percorrere, a prescindere e parallelamente alla possibilità di avere dei figli biologici. Forse è per questo che ho deciso per il matrimonio (civile) e non per la convivenza. All'epoca, ma nel frattempo la normativa è cambiata, la domanda di disponibilità all'adozione poteva infatti essere presentata solo dalle coppie sposate da almeno tre anni. Come a dire che, se avessimo intrapreso questa strada saremmo forse in dirittura d'arrivo. Forse.
Invece è una strada che non abbiamo intrapreso perché, quando ne parlai all'Uomo dei treni, lui non era convinto. E i figli, biologici o adottivi, secondo me, bisogna farli in due.
Adesso che so cosa significa portare in grembo, partorire ed allattare un figlio biologico, non ho cambiato idea dull'adozione. Ma non l'ha cambiata nemmeno l'Uomo dei treni, quando il Minichino stentava a venire e gliene ho riparlato.
Se mai avremo un terzo figlio, quasi sicuramente non sarà un figlio adottivo.
Perciò i "miei" figli adottivi, figli che ho desiderato e che avrei amato quanto i miei figli biologici, sono, in qualche modo, almeno per me, dei "figli non nati".
Già, i miei figli. La Minica ed il Minichino. E forse pure il/la Minichetto/a.
Una figlia nata, uno ancora non nato ed uno che non si sa se verrà mai concepito, ma che ai miei occhi sono tutti uguali. Tutti con gli stessi diritti. Il diritto di nascere, il diritto di nascere sani ed il diritto di essere curati ed assistiti dignitosamente se nascessero malati o prematuri o con un'altra malformazione non diagnosticabile o statisticamente improbabile.
Perché dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei quando lanciano le loro improponibili proposte, che una famiglia con un figlio in condizioni di difficoltà ha bisogno di ben altro che di una benedizione. E che, non ricevendo altro, difficilmente avranno il coraggio o la possibilità di avere altri figli, di nuovo dei "figli non nati".
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che un aborto tardivo non si fa per "sbarazzarsi" di una gravidanza indesiderata, ammesso che la maggior parte degli aborti precoci si faccia per questo motivo, magari perché lei e quelli come lei osteggiano un'efficace politica di prevenzione delle gravidanze indesiderate, ma perché la diagnosi prenatale ha evidenziato delle malformazioni che i genitori giudicano incompatibili con una vita decorosa.
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che a quel punto un feto ha già una dimensione considerevole anche nel cuore dei genitori, che forse ha già un nome e qualche pezzo di corredino, che sicuramente sarà un "figlio non nato", perché, con una dolorosa e personalissima decisione, i suoi genitori preferiscono che non nasca.
Perché dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che se non dovesse funzionare il terribile ricatto nei confronti dei genitori biologici, questi "aborti rianimati" assommerebbero le conseguenze di una estrema prematurità al motivo che ha indotto i genitori ad una decisione così terribile come quella di un aborto tardivo e difficilmente troverebbero dei genitori adottivi disposti ad accoglierli. Chissà, forse vuole tenerseli tutti la signora Binetti.
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che ci sarebbe sempre la possibilità per le famiglie più facoltose di rivolgersi all'estero e per quelle meno facoltose a qualche personaggio privo di scrupoli e garanzie.
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che se tirano troppo un lato di una coperta troppo corta, sottrarranno risorse a prematuri di cui i genitori desiderano la sopravvivenza, a neonati che necessitano di cure intensive, al miglioramento delle tecniche di diagnosi prenatale, privando di fatto dei "figli già nati" del diritto alla vita ed alla salute.
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che la sola possibilità di accedervi non abbliga nessuno a sottoporsi ad indagini prenatali, nè tantomeno ad un aborto.

venerdì, 04 gennaio 2008
Non allatto più.
Ok, l’ho detto.
Era ora, dirà (più di) qualcuno.
Come, di già? Dirà qualcun altro.

Ah, ma io non ho fatto niente, eh? Ha fatto tutto lei, un po’ più di un mese fa. Ha cominciato abbandonando una tetta, la destra.
E poi, mentre eravamo in Germania ed un certo punto ci siamo chiesti: “ma ‘sta bambina, non ciuccia più?”
Sembrerebbe di no.

Se non ho fermato subito il contagiorni ticchettante là sotto (toh, è sparito!) è perché mi ci è voluto qualche giorno per realizzare che era davvero finita e che l’”ahm” era diventato un qualcosa di morbido da accarezzare, da salutare, in cui nascondere la faccia e su cui scaldare le mani e qualche volta anche i piedi, ma che di ciucciare, davvero, non se ne parlava più.
Per qualche giorno ancora mi sono illusa che accogliendo le idee sarei riuscita anch’io a scrivere un post bello come quello dell’ecomamma, ma non è proprio il caso, lei è molto più brava in queste cose.
Qualcuno potrebbe chiedersi che effetto mi fa e se sono contenta.
Bah, non mi fa nessun effetto, nessuna nostalgia. Appunto, all’inizio non me ne sono neanche accorta.
Contenta sì, lo sono, perché francamente la prospettiva di allattarne due in contemporanea mi spaventava un po’. Una prospettiva non del tutto scongiurata, in verità, saranno passati solo pochi mesi. Ma se penso a quanto ciucciava o a come dormiva pochi mesi fa mi rendo conto che per lei pochi mesi sono un’eternità.

E con questo ho detto tutto, o forse ancora non ho detto niente. Avrei voluto raccontare di come ho superato le mie difficoltà iniziali con il tiralatte. Avrei voluto raccontare di come ho organizzato il mio rientro al lavoro ed il prosieguo dell’allattamento. Avrei voluto raccontare di come abbiamo condotto, o meglio, assecondato, lo svezzamento.
Ma il tempo vola ed è sempre poco.

E poi ho sempre detto come la penso: niente comincia e niente finisce con l’allattamento.
postato da: momatwork alle ore 11:31 | Link | commenti (4)
categoria:allattare, aggiornare il blog, abbracciare la minica
venerdì, 09 novembre 2007
Non dirò che non volevo più scrivere nulla sull'allattamento.
Però non era più tra le mie priorità. È vero, allatto-ancora, ma ci sono così tanti argomenti molto più interessanti e meno dibattuti che star lì ancora a parlare dell'importanza dell'allattamento al seno quando tua figlia sbrana coscette di pollo mi sembra un non saper superare certi arroccamenti.
Poi però...
Però c'è un bellissimo post dell'ecomamma sulla conclusione del suo allattamento.
Un post bellissimo, un post che tutte le mamme che hanno allattato felicemente avrebbero voluto o vorrebbero un giorno scrivere.
Capita però che il post abbia uno strascico di commenti, molti entusiastici (tra cui, ovviamente voleva esserci il mio) e alcuni un po' scettici e si deteriori in polemica.
Polemica che mi ha visto involontaria protagonista prima e spettatrice volontaria poi.
Nei giorni successivi mi è capitato di imbattermi spesso in persone reali e virtuali che indipendentemente l'una dall'altra hanno ribadito più o meno velatamente l'idea che il latte artificiale sia sinonimo di libertà, comodità, modernità, emancipazione.
Ecco, a me quest'idea sta immensamente sulle balle. Ma siccome non mi va di intasare i blog altrui di consigli non richiesti e polemiche che non portano a nulla, mi sono astenuta dal controbattere. Però, siccome questo blog è il mio...
È vero, allattare al seno è fisicamente e psicologicamente impegnativo, soprattutto nei primi mesi.
È vero, allattare al seno vincola la mamma ad una presenza quasi costante nei primi mesi.
Ma i primi mesi passano in un battibaleno.
Dopo è tutto assolutamente uguale, anzi più comodo, sano ed economico.
Il latte artificiale non è un passaggio obbligato per tornare al lavoro e non è un passaggio obbligato per mettere il bambino al nido.
Il latte materno si può estrarre con un tiralatte (certo, non sarà facilissimo all'inizio... per me non lo è stato... ma grazie a preziosi e tempestivi consigli ci sono riuscita. Un po' come per l'allattamento in generale, non conosco nessuna mamma fortemente motivata a tirarsi il latte che non ci sia effettivamente riuscita...), conservare in freezer, utilizzare con un biberon o, se si preferisce e si trova chi è disposto a farlo, un cucchiaino o un bicchierino.
Ci sono almeno 101 buone ragioni scientificamente provate per cui il latte materno è migliore di quello artificiale, oltre al semplice buonsenso che ci dice che le tette sian lì per qualcosa.
Nessuna supposta comodità mi indurrà mai a pensare il contrario.
Non sono una mamma migliore di una che non ha allattato al seno (e questo l'ho già detto molte altre volte), ma il MIO LATTE per MIA FIGLIA è migliore di qualsiasi latte artificiale mai immesso in commercio, perché l'ho fatto IO appositamente su misura per LEI.
E se questa responsabilità nei confronti dei miei figli non mi bastasse, e se per qualche remotissimo ma possibilissimo motivo non potrò allattare altrettanto bene il Minichino non dirò MAI che in fondo il latte artificiale va bene uguale, perché se questo può essere approssimativamente vero nel nostro Paese, non lo è in quelli in via di sviluppo dove l'introduzione indiscriminata di latte artificiale travestito da libertà modernità, comodità ed emancipazione da ricchi è una vera emergenza sanitaria.
Ecco, io nei confronti di queste mamme sento una responsabilità ancora maggiore.
venerdì, 19 ottobre 2007

Sciopero del water e del vasetto. Sciopero della pipì e pure della cacca.
Sciopero della nanna, dei vestiti, del lavare le mani e i denti.
Sciopero del cibo.
Sono i due anni che arrivano di gran carriera, mi dico, mentre guardo una bimbetta magrolina che corre attorno al tavolo della cucina gridando "No voj! No voj vestida! Voj luda!" anche se ci sono 17 gradi, che non sono proprio tanti.
È che avrei dovuto starle più dietro quest'estate anche se mi sembrava ancora così presto, mi dico, mentre un odorino si spande per l'aria e lei risponde "No fatto cacca, no. No voj cambia, no voj!" anche se non dev'essere proprio confortevole tenere un pannolino pisciato e cagato, soprattutto di quelli lavabili.
Sono i gusti che cambiano, mi dico, mentre snobba la colazione raccattando gli avanzi della cena (si spera!) dagli interstizi del seggiolone e la cena riempiendosi la bocca di biscotti e formaggio.
Avrà intuito qualcosa, mi dico mentre, esausta, la guardo saltare dal lettino al divano e dal divano al lettino, dopo averle letto più volte tutti i libri possibili immaginabili, dopo averla allattata di qua e di là in camera e in cucina, dopo aver messo a letto l'orsetto e la bumba, fino alle undici e oltre.

È che ci vuole tanto amore e tanta pazienza.
Soprattutto quando dopo mezz'ora di contrattazione non violenta per cambiare il maledetto pannolino strapisciato invece di schienarla a forza sul fasciatoio. ti sembra che ne sia valsa la pena.
E tua figlia col volto congestionato dal pianto ti guarda con odio e ti dice: "Brutta! Cattiva!".

domenica, 30 settembre 2007
FAQ
Dice una persona saggia che se la risposta alla domanda più frequente sull'allattamento, cioè "È possibile restare incinta mentre si allatta?" fosse NO, la seconda domanda più frequente non sarebbe: "È possibile allattare mentre si è incinta?".
Per una risposta esaustiva a queste (ed altre) domande vi rimando al sito della LLL.
Quello che vi dico io invece è che non è tanto FACILE restare incinta mentre si allatta e che l'unica soluzione che mi hanno consigliato le persone (ostetriche, ginecologa, ecc...) quando, in questi mesi, ho accennato al "problema" è stato di smettere.
Però.
Però una cosa è terminare un allattamento prolungato gradualmente e piacevolmente come è successo all'ecomamma, altra cosa è doverlo fare in maniera repentina e brutale per sopraggiunti problemi effettivi, come può succedere, altra ancora farlo "a tavolino" per pianificare una gravidanza che ancora non c'è.

La mia esperienza di allattamento, non mi stancherò mai di dirlo, è stata bellissima e vorrei che finisse com'è cominciata.
Forse la prossima volta potrebbe non andarmi così bene.
Forse potrebbe non esserci una prossima volta.
Ma spero che ci sia.
Perché, questo mese, il test era finalmente positivo.
postato da: momatwork alle ore 11:36 | Link | commenti (21)
categoria:allattare, andare dal dottore, sbaciucchiare l udt, abbracciare la minica

A chi piacciono le etichette? A me no, ovviamente. Perché se vuoi fare l'originale, vuoi illuderti di essere originale nella tua originalità.
Però però, gira e rigira, va a finire che nei vari blog, gruppi e forum trovi sempre le stesse persone e se ti vanno bene i pannolini lavabili facilmente ti va bene anche il cibo biologico e scopri che in fondo anche altri hanno letto gli stessi libri e sembrano pensarla abbastanza come te e che, in fondo, almeno virtualmente, non si così isolata come credevi.
E allora scopri che c'è un nome per tutto, anche per l'accozzaglia di idee che va appunto sotto il nome di Attachment Parenting. Ed orrendamente traducibile in "genitori con attaccamento", termine che evoca madri iperprotettive ed appiccicose, incapaci di capire quand'è ora di farsi da parte, bambini attaccati alle gonne, adolescenti che si fanno rifare da mammà il letto singolo faticosamente conquistato, universitari che viaggiano carichi di tupperware porzionati (la domenica) e roba sporca (il venerdì), trentenni e più che ancora non si schiodano da casa e arzilli sposini che per mangiare come si deve aspettano la domenica per andare, a turno, dalle rispettive famiglie.
E che cos'è invece 'sto Attachment Parenting? Se date uno sguardo al sito internazionale ci trovate tante famiglie e bambini felici che neanche sulle pubblicazioni dei Testimoni di Geova (ma, se preferite, esiste anche un più sobrio corrispondente europeo) e gli otto principi su cui si basa. E qui, se finora avete ravanato soprattutto in ambito italiano cominciano le sorprese: innanzitutto, l'allattamento al seno è senz'altro promosso ed incoraggiato e bla bla bla, ma si parla anche di un eventuale "Bottle Nursing" adattato ai ritmi ed ai comportamenti di un "Feeding with Love and Respect". Quindi, fermo restando che il latte materno è il miglior alimento e bla bla bla, è contemplata anche la possibilità di seguire un modello di attachment parenting anche se l'allattamento al seno non è andato a buon fine.
E se vi sembra poco, non conoscete il clima di caccia alle streghe che vige in certi ambienti di mammematte.
E se vi sembra ancora poco, vi racconterò di una pasionaria dell'allattamento al seno e dell'attaccamento che, quand'ero ancora una neofita, tra gli innumerevoli vantaggi mi decantò la possibilità di allattare chiacchierando al telefono e guardando la TV (non si sa se in contemporanea oppure no) senza contorsionismi per reggere la cornetta e cambiare canale.
Ora, spero di non sorprnedervi nè offendervi se penso che un allattamento, al seno o artificiale che sia, condotto con amore e rispetto, non si fa (se non occasionalmente) chiacchierando al telefono o guardando la TV.

Ma andiamo oltre. Appunto: ANDIAMO OLTRE.
Oltre il parto non medicalizzato, oltre l'allattamento, oltre portare i bimbi nella fascia.
Parliamo di bambini che sono nati da un bel po', che mangiano di tutto e non ciucciano più e che non ne volgiono sapere di stare in spalla, visto che corrono sulle loro gambe. Parliamo di bambini grandi.
E lì scopriamo un'altra particolarità.
Perché più avanti, ameno in Italia, sembra esserci il vuoto.
Perché le mamme "attached" italiane rispondono al seguente identikit: sulla trentina o poco più, un compagno che si intravede sullo sfondo, un solo figlio ancora piccolo e il desiderio/timore di farne un altro, un lavoro ed una vita inurbata di cui vorrebbero ma non possono fare a meno, un orientamento politico tendenzialmente di sinistra e un anticlericalismo nemmeno tanto velato.
Se adesso vi siete sorprese o offese perché vi sembra di riconoscervi, pensate a quanto bene questa descrizione si adatti anche a me.
Le mamme "attached" europee/americane, invece, sono generalmente più giovani, a volte single o con un compagno ancora più defilato, tre o più figli di cui alcuni già grandicelli, un lavoro "creativo" da casa, dove fanno homeschooling/unschooling, allevano galline e coltivano ortaggi biologici, il loro impegno politico è limitato al patriottismo (le americane soprattutto) e sono cristiane praticanti.
Perciò mi chiedo: quali saranno i prossimi sviluppi, se ce ne saranno, dell'attachment parenting "Italian Style"? È destinato a naufragare miseramente non appena i pargoletti andranno all'asilo? Si limiterà a scimmiottare alcuni aspetti di quello più internazionale? O troverà una sua strada "alternativa" senza per forza creare dei disadattati?

mercoledì, 19 settembre 2007

Stanotte la Minica ha dormito nella sua cameretta.
Sul divano, perché un letto non c'è.
Si è addormentata senza tetta, le è bastato che le accarezzassi la schiena.
Si è scelta un suo oggetto transizionale, il "lib(r)o giallo".

Stamattina si è alzata, ha girellato un po', mi ha aiutato a stendere i pannolini.
Poi è andata in bagno, si è tolta i pantaloni del piagiama e il pannolino, si è seduta sul vasetto ed ha fatto la (c)accona. Ha riempito il vasetto nel bidet e ha buttato tutto nel vater. È salita sullo sgabellino ed ha tirato l'acqua. Si è lavata le mani.

Tutto da sola.

domenica, 16 settembre 2007
Quando te lo chiedono pe(r)piace(r)e, è impossibile dire di no.


postato da: momatwork alle ore 21:20 | Link | commenti (2)
categoria:allattare, abbracciare la minica

(Tanto) tempo fa, tra le mammematte c'è stato un tam tam per l'uscita del libro "Facciamo la nanna" di Grazia Honegger Fresco, che si propone (o viene visto) come un antidoto al metodo Estivill.
(Tanto) tempo fa ero andata a cercarlo, ed ho trovato invece un altro libro, sempre di Grazia Honegger Fresco: "Essere genitori".
(Tanto) tempo fa l'ho letto, l'ho trovato interessante, ma non mi è piaciuto.

Intanto inizia con la classica citazione di Gibran sugli archi e le frecce che mi ha sempre lasciato perplessa: se i nostri figli davvero non sono nostri, vuoi vedere che sono di qualcun altro?
Ma andiamo oltre.
La vita di ognuno di noi, anzi, quella dei nostri antenati da Adamo ed Eva in poi, così come la descrive questo libro, sembra una scala a pioli. Se avete saltato il primo scalino, ahi, ahi, la sventura ricadrà su di voi e su tutta la vostra stirpe. Se lo scalino poi l'ha saltato vostra madre, o vostra nonna o il trisavolo di cui non ricordate il nome, beh, non potete farci niente, siete ormai parte di un circolo vizioso dal quale è impossibile uscire.
Il primo scalino, secondo l'autrice, è quello di "concepire un figlio in allegria". Bene benissimo, sono perfettamente d'accordo. I figli non si dovrebbero fare nè per sbaglio nè per calcolo, ma semplicemente per farli. Ciò non toglie che qualche volta succeda. E allora? Vogliamo condannare questo fagottino all'infelicità? Vogliamo credere che "questo inizio negativo non si risolverà mai del tutto"?
Su questo invece non sono d'accordo. La vita, la mia, ma anche quella di mia madre e di mia figlia, preferisco invece vederla come un puzzle di cui non ci sono tutti i pezzi. Starà alla nostra pazienza, alla nostra fantasia, alla nostra abilità, tirarne fuori qualcosa che abbia un senso, invece di continuare a lamentarci dei pezzi mancanti.
I gradini (mancanti) successivi, sono i soliti: un parto in ospedale (per il quale l'Autrice utilizza vocaboli da battaglia campale: ostilità, coalizzarsi, compromessi, ceduto, agguerriti,...) ed un allattamento mancato (e anche qui si sbraca in: resistere, pressioni, deprivazione, danni per la salute mentale, comportamenti disequilibrati...).
Se non ve lo ricordate, state leggendo il blog di una squilibrata estratta col forcipe e allattata al seno per meno di un mese.
Questo non mi ha impedito di essere una squilibrata felice. Se ho avuto un bel parto e un allattamento proficuo è perché a me sono capitate alcune tessere e a mia madre no, o forse avevamo le stesse tessere, ma non abbiamo composto lo stesso disegno. So che ha fatto del suo meglio  e mi basta.
All'asilo nido, argomento che non mi sta a cuore solo ultimamente, pur riconoscendogli un valore educativo,  viene riservato lo stesso trattamento dell'ospedale: di sicuro non lascerei mia figlia in uno dei nidi descritti dalla Honegger Fresco, come non sarei andata a partorire in uno dei suoi ospedali. Tutti i nidi che ho visto io, però, assomigliano molto a quelli "ideali" che descrive.
Un'osservazione a parte la merita l'argomento "routine", sul quale l'Autrice sembra avere le idee un po' confuse: da un lato la vede come un qualcosa "che soffoca e uccide", dall'altro riconosce al bambino "il bisogno di ritrovare stabilmente persone, cose, ambienti" ed il suo disorientamento o addirittura l'angoscia per "il bagno fatto in modo o in luogo insolito; il letto nuovo in vacanza; la mamma che esce; cambiare d'abito; tagliare i capelli; la visita dal dottore; uno spostamento di mobili o di oggetti in casa..."

Non so fare un bilancio complessivo: man mano che i figli crescono, il resto del libro offre spunti più  interessanti, ma non sono riuscita a leggerlo senza immaginare  immaginare di essere, ad esempio, una figlia adottiva, una figlia di ragazza madre, ecc..., a cui è stata negata una seconda possibilità.

Per questo una seconda possibilità l'ho voluta dare anche alla Honegger Fresco.
Pure una terza, a dir la verità.

martedì, 24 luglio 2007

È da un bel po' che la Bambina beve solo dal biberon, ma il Bambino se n'è accorto solo durante una recente vacanza in montagna.
Bambino: "Mamma, ma perché la sorellina non beve più dalle tettine?"
Mamma: "Perchè ormai è grande e mangia la pappa"
Bambino: "E la Minica, allora?"

Già. E la Minica, allora? La Vicina non ha trovato nulla di meglio da dire che "La Minica vuole ancora la tettina". Perchè, forse che la Bambina non la voleva più?
Probabilmente il Bambino non tornerà più sull'argomento, ma se lo dovesse chiedere a me, che cosa vorrei dirgli, che non fosse falso e nemmeno offensivo?
Non che io ho "ancora" latte, mentre la sua mamma non ne ha più.
Non che io lo voglio ancora, mentre la sua mamma non ha voluto più e nemmeno, appunto, che la Minica lo vuole ancora, mentre la Bambina non lo vuole più.
Non che alla Minica piace di più la tettina e alla Bambina il ciuccio o il biberon.
Non che "ognuno fa come vuole", altra spiegazione che non mi convince e difficilmente convincerebbe qualcun alt