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sabato, 14 giugno 2008
A me piace ascoltare la radio.
L'ascolto in macchina, quando vado e torno dal lavoro.
L'ascolto a casa, da sola o in compagnia.
Ascolto prevalentemente radio due e radio tre, facendo zapping. Comincio col GR, poi esco di casa (in ritardo) quando inizia Pianeta dimenticato. Passo al Ruggito del Coniglio, sospendo fino ai Concerti del Mattino, poi la Barcaccia, il tempo di un GR veloce e via su Viva Radio Due. Il pomeriggio si ascolticchia Fahrenheit, fino all'inizio di Caterpillar. UN altro GR, poi si prepara la cena ascoltando Alle otto della sera e Dispenser. E si conclude in bellezza con Radio Tre Suite che, se abbiamo culo, ci propone una prima esecuzione assoluta. Cioè, di solito, una roba ne nessuno ha mai voluto ascoltare prima.
Ma la radio sa rendere piacevoli e divertenti anche cose che non guarderei mai, come il Festival di Sanremo o una partita di calcio.

Questo fino a ieri.
E non perché era venerdì e nel weekend la programmazione è diversa.
E non perché, nonostante la pioggia ed il freddo, ormai è estate ed il palinsesto sta per cambiare.

Ma perché ieri durante la partita contro la Romania ad uno della Gialappa's è partito un insulto davvero pesante, soprattutto di questi tempi.
Ed una radio così, preferisco spegnerla.
venerdì, 30 maggio 2008
... ancora l'asilo.
Lo so, non sarei mai dovuta andare a Reggio Emilia a darmi martellate sui coglioni a vedere i loro bellissimi asili e non dovrei leggere altri libri e farmi venire altre idee, che tanto, dice saggiamente l'Uomo dei treni, l'asilo della Minica quello è e quello resta.
E l'unico risultato che otterrei sarebbe quello di passare per una gran rompicoglioni.
O comunque più grande di quanto effettivamente non sia.
Però.
Però all'asilo nido stanno facendo ai bambini che, quasi tutti, il prossimo anno andranno alla scuola dell'infanzia, il lavaggio del cervello ed anche la Minica me la sta menando da un po' con questa storia che lei è grande (e guai a dirle che è piccola, per carità!) e che andrà alla scuola "materna". Perché poi le maestre del nido la chiamino scuola materna quando non si chiama più così non è dato sapere.
E ci andrà con l'Amichetto, dice.
La Minica non andrà alla scuola dell'infanzia con l'Amichetto.
La Minica non andrà nemmeno alla scuola dell'infanzia dove andranno la maggior parte degli attuali compagni di nido.
Essendo entrambi "Grandi Pendolari" e per un assurdo gioco di graduatorie, il rischio di restare tagliati fuori da tutte le scuole logisticamente possibili sarebbe stato troppo alto.
Invece, contro ogni previsione, ci sarebbe stato posto, ma noi non eravamo in graduatoria e non potevamo più farne richiesta.
Poco male, dice l'Uomo dei treni, perché la continuità con il nido era solo apparente e sarebbe stata resa solo più stridente dalla vicinanza.
Poco male, dice l'Uomo dei treni, anche se la presenza di un gruppetto di mamme già affiatate e solidali mi avrebbe permesso di non passare per l'unica rompicoglioni.
Poco male, dice l'Uomo dei treni, perché non è detto che il Minichino fra due anni sia accolto nello stesso nido, rendendo il prelievo simultaneo molto più pratico.
Sommo male, dico io, sapendo che questo fatto ci avrebbe dato maggiore punteggio per il nido e che in quella scuola dell'infanzia è previsto il prolungamento dell'orario fino alle 17.00 anzichè solo fino alle 16.00.
Sommo male, dico io, perché se l'Amichetto andrà comunque in un'altra scuola, in questa ci sarebbe stata l'Amichetta e qualche altro bambino conosciuto.
Sommo male, dico io, perché dopo anni d'insistenze da parte delle educatrici del nido, quelle della scuola del'infanzia fanno un giorno di pre-inserimento a settimana con i bambini piccoli e medi che vanno a prendere i loro futuri compagni per giocare e pranzare insieme.
Sommo male, dico io, perché a questo punto, anche se avessimo avuto sfiga e non fossimo entrati nella scuola dell'infanzia che volevamo, molte altre sarebbero state logisticamente e temporalmente più favorevoli.
Sommo male, dico io, perché potremmo sempre ritentare con più punteggio e più speranze il prossimo anno, quando la tempistica diverrà veramente rovente, ma questo vorrà dire che ci saremmo trovati veramente male e comunque ci sarebbe un anno di distacco ed un reinserimento raffazzonato.

Il papà dell'Amichetto mi dice che mi faccio le "pare educative".
Lo dice più per prendermi per il culo che per ridere.
Io, invece, una volta tanto sono seria.
E pure un po' triste.
E pure parecchio, ma parcchio incazzata.
L'uomo dei treni ha ricevuto una lettera.
Con ben cinque giorni di anticipo gli hanno comunicato che da lunedì avrà un nuovo ufficio e un nuovo lavoro, in un'altra città.
È un avvicinamento, anche se relativo e non richiesto, perciò non può rifiutarlo e non gli spetta nessuna indennità. Può fare ricorso, ma contro chi, che cosa e soprattutto con quali esiti, non si sa.

È da tempo che medito di scrivere un post dal titolo "La fuga dei cervelli e l'inoperosità delle mani". Perchè, almeno, di questi benedetti cervelli in fuga, ogni tanto se ne parla. E, tutto sommato, secondo me non è poi tutto questo gran male se i cervelli circolano, s'incontrano, si riuniscono in centri d'eccellenza. Che se ne vadano pure, i cervelli italiani, se arrivano i cervelli stranieri, perché questo scambio non può essere che proficuo.
Come? Non c'è nessuno scambio? Dall'estero non arrivano cervelli?
Sarà mica perché le università italiane sono ripiegate su sè stesse? Sarà mica perché i centri di ricerca sono dei posteggi per precari in attesa di un'imbrobabile ed intempestiva stabilizzazione? Sarà mica perché non vi si parla una lingua che non sia l'Italiano e se non ti raccomanda Tizio o Caio, amico di Tizio, non c'è bravura che tenga?
Sarà.
Sarà anche che in un Paese dove i laureati escono da un sistema di questo tipo e sono comunque pochi in relazione alla popolazione, di cervelli non ce ne devono essere poi in giro così tanti.
Io e l'Uomo dei treni, ad esempio, non siamo dei gran cervelli, ma saremmo stati delle mani esperte e volenterose.
Purtroppo abbiamo dovuto rimetterci molte volte a fare gli apprendisti, ogni volta con un (bel) po' di voglia in meno di imparare un nuovo mestiere.
Purtroppo, quando non ce le hanno proprio legate dietro alla schiena, le nostre mani sono rimaste a girarsi i pollici.
Purtroppo gli anni passano ed assieme all'entusiasmo cala anche la fiducia in un cambiamento.

Da lunedì, e per tutta l'estate, l'Uomo dei treni sarà in paternità.
mercoledì, 21 maggio 2008
Sto leggendo un libro così palloso, ma così palloso, che non riesco nemmeno a soffrire d'insonnia.

Invece non ho ancora trovato un libro così poco palloso, ma così poco palloso da meritare un posto nella mia valigia da parto. Ai tempi dell'influenza ho già fatto svaligiare le poche librerie della zona in cui si potevano trovare degli Agatha Christie in lingua originale.
Sia accettano suggerimenti.gonzales

Ho comprato l'ultimo libro si Carlos Gonzàles sull'allattamento. Non che ne avessi un gran bisogno, intendiamoci. Ma, nonostante l'argomento paradossalmente mi interessi meno, quasi sempre mi piace come scrive, lo trovo equilibrato, obbiettivo, onesto, con quel pizzico di ironia che non guasta.
È vero, non l'ho ancora finito, ma sono a metà ed, anche se l'argomento è meno vasto di Bésame mucho e più discusso (nel bene e nel male) de Il mio bambino non mi mangia (di cui, mannaggia, ancora non sono riuscita a tessere le lodi come dovrei) devo dire che finora mi piace meno degli altri due.
A partire dalla quarta di copertina, dove i due libri precedenti sono definiti dei "bestseller".
Beh, non credo lo siano. Almeno non in Italia.
Purtroppo.

È vero che sull'argomento la pensiamo in maniera tutto sommato diversa: lui considera l'allattamento un diritto assolutamente fisiologico, una parte del ciclo sessuale e riproduttivo della donna. Io invece confesso che, nonostante non abbia mai visto l'allattamento come un obbligo, uno sforzo o un sacrificio, continuo a trovare estremamente convincenti, oltre all'ovvietà fisiologica, le prove scientifiche a supporto dell'allattamento.
Ma, si sa, ognuno è fatto a modo suo ed è sensibile ad alcuni argomenti e non ad altri.
Poi, mi sembra troppo calato nella realtà spagnola (assai più penalizzante di quella italiana, con sole dieci settimane di astensione obbligatoria post parto... chissà se nel frattempo qualcosa è cambiato...) anche se ci sono i riferimenti a documenti e normative italiane. Ad esempio, spero per i bambini spagnoli che i loro nidi non siano tutti dei lager come quelli che lui descrive, anche perché le sue "alternative" (astensione prolungata dal lavoro, nonni, bambinaie, conoscenti che hanno scelto di restare a casa ad accudire i loro, di figli...) mi sembrano molto soggettive, oltre che aleatorie.
Non so... sarà la tristezza per questa meravigliosa esperienza del nido che sta per concludersi, sarà il ricordo delle martellate sui coglioni che sono andata a farmi dare a Reggio Emilia vedendo i loro asili (così sostiene l'Uomo dei treni), sarà la mia solita vena equo-polemica ma mi sembra che un gruppetto di genitori un po' esigenti (ciascuno con le sue esigenze, s'intende) possa ottenere a beneficio di tutti molto più di quanto un singolo possa ottenere a beneficio del suo solo figlio/a.
Fatto sta che non siamo certo ai livelli de LaLaura, ma tra inserimento, visite a casa, colloqui individuali e corali, cene, compleanni, festicciole in giardino, papà e mamme al nido, progetti in piccoli gruppi, documentazione fotografica delle attività, prestito libri, laboratori di pittura-incollatura, gite di fine anno e altre giornate "speciali" (una mamma musicista che organizza delle matinée musicali, una maestra in pensione che dedica un giorno a settimana ad esperimenti culinari...) non posso certo dire di aver parcheggiato la Minica  in un asilo dove qualcuno le dà distrattamente un'occhiata.
E mi chiedo anche come questo possa rapidamente cambiare togliendo la più delocalizzata delle pressioni fiscali e come questo si concili con le pretese della Lega. Mah...

Comunque, nonostante il titolo un po' melenso, è, come i precedenti, un libro molto scientifico, ricco di bibliografia e per nulla incline all'estasi da allattamento, anche se resto dell'opinione che difficilmente un libro possa essere d'aiuto più di una brava consulente.
Brava soprattutto a capire quali sono le corde sensibili di chi ha davanti.

gaskin_2E, già che ci sono, non me ne vogliano le entusiaste, faccio le pulci anche al libro della Ina May Gaskin: un libro bello e utile, ma non equilibrato, obbiettivo ed onesto. Un libro che già dalle primissime pagine fornisce dei dati discutibili e fuorvianti, confrontando la bassissima percentuale di cesarei e parti operativi del centro nascita The Farm con quelli medi degli Stati Uniti, omettendo però di specificare che i parti effettuati in ospedale comprendono anche quelle gravidanze patologiche che non sarebbero accettate a The Farm. Ecco, forse sono l'unica ad aver notato questa piccola "disonestà" in mezzo a tanti incantevoli racconti di parto, ma, appunto, perché voler a tutti i costi tirare acqua al proprio mulino facendo questi pasticci?
KITZINGER-S_bambino0
E, già che ci sono, attacco altri due mostri sacri, vittime inconsapevoli di traduttori approssimativi. La prima è Sheila Kitzinger, autrice della mia bibbia durante la prima gravidanza che avevo già decantato a suo tempo (e che mi sono rifatta prestare, ma che consulto con assai meno timore ed entusiasmo).
Bene, quale cosa più normale di comprare quella che dal titolo alla copertina si spacciava per il suo prosieguo? Invece Il bambino, il primo anno di vita (titolo originale The Year after Childbirth), non è affatto, come pensavo io, il classico libro di puericultura in versione orientata alla genitorialità naturale (quello che eventualmente è Abbiamo un bambino di Grazia Honegger Fresco) e nemmeno "un libro ricco di consigli pratici per imparare a comprendere le esigenze del piccolo senza trascurare il vostro equilibrio fisico e psicologico", ma un libro essenzialmente matricentrico, che a saperlo prima, avrebbe anche potuto essere interessante, ma che per fortuna ho potuto restituire in libreria nonostante l'avessi appositamente ordinato, spacchettato e sfogliato quanto basta per capire che non era quello che volevo, cioè un libro non sulla madre, ma sul bambino.

searsAltre vittime innocenti di una traduzione fuorviante sono il buon Dottor Sears e consorte che hanno scritto un libro (sull'allattamento) che si chiama "Keys to Breastfeeding" a cui hanno aggiunto, bontà loro, 10 (dieci) facciate sullo svezzamento senso stretto (cioè sulla fine dell'allattamento) e sull'introduzione dei cibi solidi.
Allora perché tradurlo come allattamento e SVEZZAMENTO?
Ancora una volta cercavo un libro su un argomento (lo svezzamento in senso lato di bambini allattati al seno) e ne ho comprato uno che parlava, prevalentemente d'altro.
E vabbè.
Qualcuno ha ancora voglia di consigliarmi un libro?

Allora parliamo di quaderni.
Il primo quaderno, la prima "idea" di quaderno l'ho trovata qui e loro la chiamano "il libro dei libri": è, dicono, "il libro che si costruisce in casa e che racchiude ricordi, cimeli, storie, vere o inventate che documentano i vari momenti della crescita [...] pratica abituale di molti asili nido e scuolelibro deilibri dell'infanzia particolarmente sensibili ed attente regalare ai genitori [...] un librone gonfio di foto, disegni (dai primi scarabocchi alle prime consapevoli produzioni artistiche), elaborati, oggetti, ma anche racconti di attività, gite, eventi, gesta e bizzarrie del bambino [...].
Finora le "produzioni" della Minica sono state estrememente limitate: quelle del centro gioco, eccessive e non significative per la sua età, sono state senza rimpianti distribuite tra nonni entusiasti e raccolta della carta, quelle del nido sono lavori di gruppo appesi alle pareti. Però credo che dal prossimo anno ci sarà una produzione assai prolifica e quindi vorrei attrezzarmi in questo senso, magari seguendo le idee di questo libro.

Il secondo quaderno è quello del nido, un diario giornaliero dove viene annotato il "chi fa cosa" (ed anche il "chi ha mangiato cosa", ma questo non mi turba molto, visto che la mini-Minica è solitamente una buona forchetta...) e il "chi ha detto cosa".

Il terzo quaderno è l'idea di una mamma. Perché i bambini dicono cose che le mamme non sentono quando sono al nido, ma dicono cose (sul nido) che le maestre non sentono quando sono a casa. E questa mamma ha pensato di comperare un quaderno dove annotare, a turno, i commenti dei nostri bambini sul nido.

Alla scuola dell'infanzia dove la Minica andrà a settembre non credo si faccia nulla di simile, perciò ho intenzione di rompere alla mamme che conosco perchè si rompa alle maestre e si faccia.
E poi vediamo come va.
venerdì, 16 maggio 2008
Che siamo solo in due a non essere finte ragazze madri, finte separate, finte gravidanze a rischio, finte disoccupate.
Che se fossi quell'altra, una vera ragazza madre, prima che dalla ginecologa andrei dalla finanza.
giovedì, 08 maggio 2008
Mi sembra chiaro quali siano le (pari) opportunità offerte alle donne.

postato da: momatwork alle ore 10:02 | Link | commenti (2)
categoria:non guardare la tv, andare a lavorare, andare a votare, accendere la radio
mercoledì, 23 aprile 2008

...mi devono tutti rompere le balle proprio l'ultimo giorno?



postato da: momatwork alle ore 12:51 | Link | commenti (3)
categoria:andare a lavorare
martedì, 11 marzo 2008
Oggi il mio collega mi ha detto che gli ricordavo quella statua...la... la... ma com'è che si chiama?  La...

La Venere di Willendorf.
venere_di_willendorf4Ma come avrò fatto ad indovinare?
postato da: momatwork alle ore 21:14 | Link | commenti (3)
categoria:andare a lavorare, darsi una sistemata
giovedì, 28 febbraio 2008
La Minica ultimamente chiede che lavoro faccia la gente.
In alcuni casi la risposta è semplice: la signora A. vende il pane, la zia cura gli animali malati, P. insegna ai bimbi che vanno a scuola.
Poi c'è la mamma di Pingu, che fa la casalinga. Ma siccome noi abbiamo letto la Lipperini, la mamma di Pingu è in maternità finché la Pinga è piccola.
Non pensiate che qui ce l'abbiamo contro le casalinghe per scelta, ma siccome, così pare, questo sarà il messaggio prevalente, noi optiamo per un'interpretazione diversa.
E poi anche la mamma starà a casa per un po', finché il Minichino sarà piccolo, come quando era piccola la Minica. Poi, però, tornerà a lavorare. Perché la mamma ed il papà lavorano.
E poi ci sono i lavori difficili.
M., ad esempio, aiuta le persone a ricostruirsi una casa più solida e bella se un lupo gliela soffia via come è successo ai porcellini.
Che non è esattamente l'immagine che generalmente si ha dell'assicuratore.
mercoledì, 20 febbraio 2008

Sono parecchi giorni che penso a quello che hanno scritto l'ecomamma, melanele e soprattutto japhy72 nei suoi commenti.
Anche perchè la notizia (ma leggetene anche gli ulteriori sviluppi qui) mi ha colto in un momento in cui parlavo di diversità ed omologazione in maniera molto più frivola.
E non è mica simpatico passare da essere quella più anticonformista a quella più ipocrita.
Dice japhy72 che le sembrano ipocriti quelli che non ammettono che ad avere un figlio "diverso" ne va soprattutto della LORO vita.
Beh, io lo ammetto.
Ed è per questo che mi sono decisa a fare figli solo quando in famiglia ci sono state le condizioni economiche e di stabilità che mi sembravano sufficienti anche a gestire almeno dal lato pratico, che poi non è così indifferente come può sembrare, una gravidanza problematica, un figlio che dovesse essere accudito a lungo, una malattia grave e la morte. Forse è per questo che l'indipendenza economica e la continuità lavorativa mi sembrano condizioni così irrinunciabili per entrambi i genitori.
Eppure, quando per la prima volta mi sono trovata veramente a dover scegliere non per me, ma per la Minica, tra diversità ed omologazione, ho rinnegato le mie convinzioni capitolando miseramente all'omologazione. E quando abbiamo fatto altre scelte non solo per il Minichino, ma per tutta la famiglia, sono state decisioni veramente sofferte e dall'esito ancora incerto.
Ossia, mi sembra di aver paura non della diversità in sè stessa, ma del fatto che i miei figli soffrano a causa della loro diversità, specie se imposta da scelte e convinzioni mie. E naturalmente temo che, più grande sia la diversità, più grande sia la sofferenza.
Frequentando altre mamme (mainstream oppure no) ho invece avuto l'impressione che siano tutte molto sicure di sè. Sanno quanto e cosa si deve mangiare, quanto e quando si deve dormire, quali esami e cure e vaccini si debbano (o non debbano) fare, quali modelli educativi si debbano adottare.  Questo, naturalmente sulla base della loro esperienza su, generalmente, un solo figlio, sano. Dispensano consigli sulla base del "col mio ho fatto così e non è mica successo niente".
Bene. Brava.
Ma forse hai avuto solo un gran culo.
Io, che non sono sicura di niente, la chiamo la legge del seggiolino: se non se porti in giro tuo figlio allacciato al seggiolino non è detto che muoia. E se ce lo allacci, non è detto che si salvi. 
È la differenza che c'è tra previsione e prevenzione.
Io credo nella prevenzione, l'ho detto in tempi non sospetti, ed è in un ottica di prevenzione che ho fatto (o non ho fatto) alcune diagnosi prenatali. Credo che adottare certi atteggiamenti possa abbassare alcuni rischi, ma il rischio nullo non esiste e ciascuno di noi deve fare i conti con il rischio residuo nel modo che ritiene più opportuno.
A volte, infatti, le supermamme, crollano. Crollano per un parto che non è andato come previsto, stremate dal sonno, sopraffatte da una malattia, sfiancate da un figlio che "nonostante tutto" non si è rivelato all'altezza delle loro aspettative. A volte, a questo punto, ne fanno un altro, sperando che vada meglio.
Normalmente va peggio. A quel punto si lasciano tranquillamente tutte trascinare dal mainstream negli anni bui dell'asilo e della scuola, dove delegano ad altri gran parte delle responsabilità, arrancano nelle tempeste adolescenziali sperando di attraversarle indenni ed approdano al porto tranquillo dell'eterna giovinezza dove i loro bamboccioni (e bamboccione) rimangono placidamente attraccati in attesa che spiri un vento più favorevole.

E poi ci sono le altre. O meglio, gli altri, perché a differenza delle supermamme, le normalmamme lasciano più visibilità ai normalpapà. I normalgenitori spesso hanno un figlio "speciale".
I normalgenitori a volte li conosci di persona e non ci pensi nemmeno da tanto sono normali.
A volte non li conosci se noi da un blog dove parlano di paura e di coraggio.
Cose molto normali, quando si ha un figlio "speciale".

domenica, 17 febbraio 2008
Nel caso qualcuno se lo stesse chiedendo, alla Minica piace molto la sua cucinetta, nonostante non suoni, non s'illumini e non sia in tutti i toni del rosa.
Stamattina si è offerta di prepararmi il pranzo.
Mi ha fatto una minestra di carote.

E poi l'ha messa in un tupperware.
postato da: momatwork alle ore 10:28 | Link | commenti (4)
categoria:cucinare, andare a lavorare, abbracciare la minica, comperare i regali
martedì, 12 febbraio 2008
DIY
Mentre quella frase della Lipperini sulle mani operose ancora mi frullava in testa, qualche giorno fa si parlava (di nuovo) dei piaceri e dei vantaggi del far da sè.
Adesso che di tempo ne ho poco, ho ribadito che i miei "lavoretti" devono necessariamente avere una loro utilità, ossia:
1) non devono essere equivalenti a qualcosa che esiste in commercio;
2) e/o non devono costare più di qualcosa che esiste in commercio;
3) e/o non devo perderci troppo tempo a meno che non consistano di per sè in un gioco.
Altrimenti lo considero crafting compulsivo.
Certo che devo aver perso parecchi punti quando spiegando quanto ci avevo messo per le diverse fasi di un certo progetto la mia interlocutrice ha chiesto (scherzando): "Ma che è? ti sei cronometrata?" ed io ho risposto: "Maccerto. Altrimenti come farei a saperlo?"

Io credo di aver trascurato nella mia vita davvero poche tecniche e materiali, con risultati diversamente apprezzabili. Ma se c'è una cosa che accomuna tutti o quasi i miei "lavoretti" è che sono incompiuti: disegni lasciati a metà, maglioni a cui manca solo il collo, tovaglie da orlare, sculture abbozzate, burattini da vestire, tesi di dottorato abbandonate in dirittura d'arrivo... il perché non lo so... forse ho sempre sovrastimato le mia capacità o mi sono lanciata in imprese troppo faraoniche oppure semplicemente ho la testa più veloce delle mani e non sono mai riuscita a portare a termine un progetto prima di averne pensati altre dieci, più belli, faraonici ed interessanti. Insomma le mie opere compiute si contano davvero sulle dita (di due mani). E in gran parte sono riuscita a finirle perchè le dovevo regalare.
Ma che male c'è?
Secondo me, nessuno.
Intanto perché mi son divertita mentre le facevo e quando non mi sono divertita più le ho abbandonate senza rimpianti. Poi perché ho acquisito una manualità che mi ha permesso di lasciare incompiuti lavoretti sempre più belli. E poi perché erano, appunto un passatempo e, passato il tempo hanno assolto la loro funzione.
Recentemente però mi è capitato di finire ben due cose, la borsa per i cambi della Minica da consegnare in asilo, con tanto di nome ricamato (quelle che avevo trovato erano rigorosamente a quadretto rosa o azzurri) e cinque, dico cinque, bavaglini, sempre per il nido e sempre con nome ricamato ed iniziale addirittura floreale.
"Ma è un peccato!" ha detto la maestra alla quale li ho consegnati "Finiranno distrutti...!"
E allora? Che me ne faccio?
Io lo so benissimo come si chiama mia figlia. Minica, no?
mercoledì, 06 febbraio 2008

Lui lo usa.
Io lo pago.
Più family di così...

postato da: momatwork alle ore 10:51 | Link | commenti
categoria:fare benzina, andare a lavorare, sbaciucchiare l udt
lunedì, 28 gennaio 2008
Se c'è un motivo per cui sono così abbacchiata per questa faccenda dell'asilo, è che sono ancora intrippata col metodo Montessori e che il confronto tra gli ambienti e le attività che ci dovrebbero essere in un asilo Montessori e quelli che ho visto io è stridente.
Poi, non so come sia un asilo Montessori nella realtà. Switch. che l'ha frequentato e Billo che ne ha sentito parlare, non ne hanno avuto una grande impressione.
Ma a me non interessa la reltà, interessa l'idea.
Dunque compro libri e qualche volta anche li leggo.
L'altro giorno mi è capitato di leggere queste frasi a proposito del linguaggio:
"Recently, I was in a conversation with a senior cancer researcher at Johns Hopkins university. [...] Toward the end of the discussion, I had a startling insight. [...] This researcher, my former Montessori student, was explaining all of this to me using the same "simple yet descriptive and not dumbing down" approach we always used with her when she was five years old and asking difficult questions."
HER? come HER? E così sono caduta anchio miseramente nel tranello: il senior cancer researcher della Johns Hopkins university era una donna e non c'era nessun motivo per cui non dovesse esserlo.
Ma dico che se un giorno il cancro diventerà una malattia sempre guaribile, è anche grazie al suo lavoro.
E sarebbe stato davvero un grande peccato se avesse dovuto rinunciare al suo lavoro per poter avere una famiglia.
E mi dispiacerebbe davvero per lei se avesse dovuto sacrificare la sua famiglia per aiutare le nostre.
mercoledì, 16 gennaio 2008
In attesa di visitare le due scuole dell'infanzia plausibili (di cui una in Open day, o meglio Open Hour, esattamente in corrispondenza della visita ginecologica prossima ventura e l'altra dell'unico giorno in cui dovrei essere al lavoro... per una che è stata a casa per tre settimane, non c'è male...) e quindi di arrovellarci in un rush finale peggio di quanto sta facendo LaLaura, visto che qui è previsto di poter scegliere una, ed una sola, scuola, abbiamo ricevuto la visita di due maestre del nido.
Eggià, perchè se l'asilo è una bolgia, al nido invece non solo non ti lasciano ad aspettare su una fredda panchina di fronte all'entrata, ma ti coccolano venendo a trovarti dopo qualche giorno di inserimento per farsi mostrare dal bambino i suoi spazi, i suoi giocattoli, il suo lettino...
Naturalmente temevamo questa visita come un rastrellamento delle SS.
Ci diranno che fa troppo freddo? Che non è abbastanza pulito? Che le scale sono troppo pericolose? Che il lettino è pieno di peli di gatto? Che il giardino non è recintato?
Mah, se qualcosa hanno pensato, se lo sono annotato nel loro libretto nero e non sono venute a dirlo a noi.
Invece ci hanno detto che il rapporto con l'Amichetto ha sicuramente favorito l'inserimento, ma rischia di diventare troppo esclusivo e cercheranno in un secondo momento di separarli. Questo ci ha fatto un po' riflettere anche sull'opportunità di mandarli allo stesso asilo, oops, scuola dell'infanzia, visto che i genitori dell'Amichetto hanno già le idee chiare.
E poi che, sebbene sia teoricamente previsto il prolungamento fino alla 17.30, tutti i bambini se ne vanno entro le 16.30 e quindi lei sarebbe la sola a restare fino a quell'ora. Siccome si tratterebbe di un paio di mesi (prima della mia maternità senza posticipo) ci stiamo organizzando con recuperi e turnazioni in attesa che inventino la macchina del tempo o il teletrasporto.
A maggior riprova che maternità e lavoro sono conciliabili a patto che il lavoro sia part-time. Dalla prossima settimana, esperimenti permettendo, rientrerò al lavoro al mattino e sarò in reperibilità al pomeriggio con week-end lavorativo per accumulare straordinari.
Che culo!
venerdì, 14 dicembre 2007
E così mi è venuta un’altra delle mie idee per risolvere i mali che affliggono l’umanità, come l’inquinamento ed il pendolarismo.
Alcuni vedono la soluzione nel telelavoro, ma a me il telelavoro non piace. Il telelavoro teoricamente ti permetterebbe di lavorare da casa, restando in ciabatte e vestaglia a sbocconcellare dal frigorifero. Il telelavoro praticamente ti abbruttirebbe in pochissime settimane.
Io invece sono per l’ufficio diffuso: tanti piccoli uffici di poche persone, opportunamente dislocati sul territorio e ben collegati dai trasporti pubblici, almeno nelle ore strategiche. Nell’ufficio diffuso ciascuno può avere una postazione di telelavoro con la sua casa madre, qualunque essa sia, ad una distanza ragionevole da casa/asilo/scuola dei figli ed un gruppetto di colleghi con cui bere il caffè o scambiare quattro chiacchiere. Nell’ufficio diffuso si può cambiare lavoro senza cambiare scrivania. Nell’ufficio diffuso si può cambiare casa senza dover cambiare lavoro. Nell’ufficio diffuso si possono adottare i criteri di ottimizzazione delle risorse (umane e non), di sicurezza e risparmio energetico che non sarebbe possibile adottare col telelavoro da casa.

Se la Minica inizia al nido a gennaio, l’unica alternativa all’ufficio diffuso è il teletrasporto.
C’erano una volta tre porcellini.
I tre porcellini se ne stavano nell’ultimo ufficio in fondo, prima del cesso.
I tre porcellini non erano, ciascuno per i propri motivi, contenti del loro lavoro, ma almeno avevano l’occasione di scambiare una battuta e bere insieme il caffé.
Qualche mese fa il primo porcellino presentò domanda di trasferimento, ufficialmente per motivi personali, ma anche perché si era abbondantemente rotto le balle della Gabbia di Matti.
Qualche settimana fa il secondo porcellino è stato trasferito d’ufficio in un'altra stanza ed al suo posto è arrivato un elemento gradito, prontamente ribattezzato “lo spione”.
Da qualche giorno la terza porcellina, aspettando che passino gli opportuni cadaveri, accarezza la panza che lievita e la prospettiva di un trasferimento temporaneo fino all’inizio della maternità.

Oggi è l’ultimo giorno di lavoro del primo porcellino nella Gabbia di Matti. Da lunedì comincerà a lavorare nel Grande Palazzo delle Carte e della Polvere.
I due porcellini rinasti sono un po’ felici per lui ed un po’ tristi per loro.
postato da: momatwork alle ore 12:02 | Link | commenti
categoria:andare a lavorare, fare la valigia
martedì, 04 dicembre 2007
Gira voce che le donne non siano in grado di leggere le carte. Non chiamatele "cartine" per favore, non in mia presenza. Mappe, al limite.
Ora vi racconto un segreto professionale: a leggere le carte si impara, così come a leggere le lettere e la musica. Se poi nessuno ve l'ha insegnato, è possibile che non le sappiate leggere, ma fine lì.
Non mi risulta che ci sia una naturale maldisposizione femminile. Conosco tantissimi uomini  che non sanno distinguere la destra dalla sinistra e che ad un bivio ti dicono "vai di qua" o "gira su" anche se sei in piena Pianura Padana.
Detto questo, potreste aspettarvi che, conoscendomi, quando gli faccio da navigatore*, l'Uomo dei treni si fidi della mia guida.
Sbagliato. Lui mi chiede, mi ascolta, e poi fa di testa sua.
Anche se gli ho fatto attraversare Bruxelles con un A4 spiegazzato.
Anche se l'ho portato ad una destinazione che per viamichelin era "undefined".
Poi si perde, s'incazza e dà la colpa a me.

A me non serve un navigatore satellitare. Mi serve un pilota automatico.

Maschi e femmine #4
Maschi e femmine #3
Maschi e femmine #2
Maschi e femmine #1

*Potreste chiedervi perché allora non guidi io.
Semplice, perché lui non è bravo quanto me a leggere le carte.
domenica, 25 novembre 2007
Quindi, immaginatevi la mia sorpresa non trovando giovedì al mio ritorno il famigerato secondo avviso. Perché questo poteva stare a significare soltanto una cosa, che l'omino SDA non era passato nella data inderogabilmente fissata (da loro) e che sarebbe pertanto ripassato l'indomani, non avrebbe ugualmente trovato nessuno al mattino e quindi non sarei potuta andare a ritirare il mio pacco nel pomeriggio, ma appena lunedì. Prendendo un giorno di ferie, ovviamente. Oibò.
Ritelefono al povero operatore di call center che mi conferma che sì, a loro risulta in consegna, ma che se non ho trovato il bigliettino probabilmente "c'ho raggione". Però non c'è modo di saperlo se non telefonando l'indomani.
Ritelefono. Il pacco risulta in consegna.
Rientro prima di pranzo. Trovo il maledetto bigliettino. Merda.
Ritelefono. E stavolta becco una donna. Sommo male. Perchè se un operatore di call center è già incattivito perché ha un lavoro precario e non guadagna un cacchio, un'operatrice di call center pensa che per qualche motivo tutto questo sia colpa mia che potrei stare comodamente a casa a ricevere i lussuosi acquisti che pago con la mia carta di credito gold.
L'opreatrice di call center non solo non era disposta ad ascoltare le mie giuste lamentele, ma mi ha detto che se tanto ci tenenevo a quel pacco potevo stare a casa ad aspettarlo invece di andarmene in giro. IN GIROOOOO? E starci quanto ad aspettarlo? Un giorno, una settimana, un mese, finchè loro avessero avuto voglia di consegnarmelo? Come sarebbe a dire che questi sono PROBLEMI MIEI?

Cara operatrice del call center, a questo punto è giusto che tu lo sappia: o i vostri corrieri sono particolarmente imprudenti alla guida e i vostri mezzi avrebbero bisogno di più manutenzione, o sono io che vi porto sfiga. Perché a me, in nove anni di onorato pendolarismo, è successo di arrivare in ufficio in ritardo (o di non arrivarci affatto) TRE volte: una volta perché sono rimasta senza batteria, una volta perchè sono rimasta venti minuti bloccata nel telepass e una volta perché c'era un incidente in autostrada. Perché i vostri furgoncini OGNI volta che devono fare un consegna a me si rompono o rimangono coinvolti in un qualche incidente? Porto davvero sfiga o ti pagano (poco) per raccontare balle? Non ho voglia di prendere un giorno di ferie per andare in capo al mondo per ritirare un pacco di cui ho pagato profumatamente la spedizione. NON SONO PROBLEMI MIEI se voi siete cronicamente disorganizzati, se non avete idea di dove siano e cosa stiano facendo i vostri corrieri, se non siete in grado di organizzare razionalmente il giro di consegne concordando approssimativamente giorno e ora e di riorganizzarlo in tempo reale se si verificasse un contrattempo reale. LO SAREBBERO, se questo lavoro lo facessi per voi, ma lo faccio per altri, grazie.

E comunque la cucinetta l'ha ritirata al volo l'Uomo dei treni venerdì, perché ha visto il furgoncino dell'SDA parcheggiato davanti ad un bar all'ora di pranzo. E l'omino ci ha detto di lasciare un biglietto sulla porta, la prossima volta, ché lui il pacco ce lo consegna anche ad un altro indirizzo.
giovedì, 22 novembre 2007

Se lo chiedeva tempo fa Adrenalina.
Ecco, io una risposta ce l'avrei.
Perché le consegna gliele fa l'SDA.
Ebbene sì, la famosa cucinetta è arrivata, MA ieri non ero a casa e quando l'omino dell'SDA si è presentato alla mia porta ad un'ora imprecisata ed inconcordabile e senza preavviso alcuno, l'ha trovata irrimediabilemente chiusa.
Eggià. C'è della gente che al mercoledì ha il brutto vizio di andare a lavorare.
L'omino dell'SDA ha lasciato il suo bravo bigliettino giallo e se n'è andato con l'agognata cucinetta.
Il bigliettino giallo recita testualmente: "Oggi siamo stati al vostro indirizzo per effettuare il 1° tentativo di consegna (il grassetto è loro e direi che il termine 1° tentativo  lasci presupporre che ce ne saranno dei successivi). Non abbiamo potuto effettuare il servizio di consegna per assenza del destinatario o di persona titolata (ma va'?). Effettueremo un 2° tentativo di consegna in data domani (aggiunto a penna) salvo diversa indicazione da comunicare al numero di Poste Italiane."
Ora c'è della gente cha ANCHE al giovedì ha il brutto vizio di andare a lavorare e che stranamente non può decidere di starsene a casa quando cacchio gli pare senza dare un minimo di preavviso.
Telefoniamo quindi al numero (verde, per fortuna) di Poste Italiane e diamo diversa indicazione.
Non si può. Nè si può indicare un diverso destinatario. L'omino dell'SDA ripasserà comunque domani ad un'ora imprecisata ed inconcordabile anche se io gli dico già oggi che domani non troverà nessuno e lascerà un identico biglietto giallo dove sarà però barrata la casella: "abbiamo effettuato il 2° tentativo di consegna (e mai parola fu più azzeccata...). Siamo spiacenti di non aver potuto effettuare il servizio di consegna anche al secondo tentativo (spiacenti? servizio?), vi preghiamo quindi di volerci contattare al numero sopra riportato per concordare una nuova modalità di consegna.
Bene, vi sto già contattando. Ma come la "diversa indicazione" consisteva nell'avvalorare la vostra insistenza nel voler tentare una consegna imposssibile, l'unica "modalità di consegna" da voi contemplata è quella di andarmi a prendere il pacco al vostro deposito (a 40 km da casa mia) a partire dalla giornata di venerdì.
Mi chiedo allora in cosa consista la terza casella "abbiamo effettuato il 3° tentativo di consegna come concordato da Vs. indicazioni." QUALI indicazioni?
NON ho potuto concordare un giorno nè un orario anche approssimativo di consegna.
NON ho potuto indicare un diverso destinatario.
NON ho portuto nemmeno evitare una seconda consegna a vuoto ed andarmi a prendere il pacco un giorno prima.

Caro ragazzo del call center di Poste Italiane che ieri sera poco prima delle 20.00 hai parlato con una belva stanca ed affamata, lo so che tu avresti avuto di meglio da fare, che hai un lavoro precario e non guadagni un cacchio, che non hai nessuna colpa di quello che hanno deciso i geniali vertici dell'SDA e di Poste Italiane o più probabilmente una qualche agenzia di sfigati come te (e come me) che non ci capiscono nulla di pacchi e di consegne, ma dovevano "ottimizzare il servizio", però io con qualcuno dovevo pur lamentarmi, no?
Altrimenti, se nessuno si lamenta sembra che vada sempre tutto bene.

Cari omini dell'SDA, vi restano poco più di ventiquattr'ore per prepararvi al mio arrivo.

domenica, 18 novembre 2007
Dopo aver letto il suo post ( e sempre che abbia capito cosa volesse dire la criptica inquilina g) sono passata in libreria a comprare questo Ancora dalla parte delle bambine di cui avevo già letto una recensione e che era finito nella lista dei "un giorno lo comprerò".
Però non c'era. C'era invece Dalla parte delle bambine, di cui avevo sentito parlare, ma che non avevo mai letto. Anche se non l'ho ancora finito (ma manca poco), mi ha colpito come pur non riconoscendomi nel condizionamento che descrive (il libro è del 1973, perciò io sono una di quelle bambine...) mi sembra il richiamo di un vaccino fatto tanto tempo fa.
Mia madre aveva studiato più di mio padre ed aveva un lavoro più "prestigioso", anche se non altrettanto remunerato.
Mio padre, libero dagli orari di una fabbrica o di un ufficio, ha preparato il pranzo dalle elementari al liceo prima a me e poi a mia sorella e lavava i piatti guardando con noi un cartone animato.
Ho scoperto molto tardi che in altre famiglie la