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martedì, 15 luglio 2008
La Minica se distinguere la destra dalla sinistra.

Beata lei.
postato da: momatwork alle ore 07:21 | Link | commenti (2)
categoria:andare a votare, abbracciare la minica
sabato, 14 giugno 2008
A me piace ascoltare la radio.
L'ascolto in macchina, quando vado e torno dal lavoro.
L'ascolto a casa, da sola o in compagnia.
Ascolto prevalentemente radio due e radio tre, facendo zapping. Comincio col GR, poi esco di casa (in ritardo) quando inizia Pianeta dimenticato. Passo al Ruggito del Coniglio, sospendo fino ai Concerti del Mattino, poi la Barcaccia, il tempo di un GR veloce e via su Viva Radio Due. Il pomeriggio si ascolticchia Fahrenheit, fino all'inizio di Caterpillar. UN altro GR, poi si prepara la cena ascoltando Alle otto della sera e Dispenser. E si conclude in bellezza con Radio Tre Suite che, se abbiamo culo, ci propone una prima esecuzione assoluta. Cioè, di solito, una roba ne nessuno ha mai voluto ascoltare prima.
Ma la radio sa rendere piacevoli e divertenti anche cose che non guarderei mai, come il Festival di Sanremo o una partita di calcio.

Questo fino a ieri.
E non perché era venerdì e nel weekend la programmazione è diversa.
E non perché, nonostante la pioggia ed il freddo, ormai è estate ed il palinsesto sta per cambiare.

Ma perché ieri durante la partita contro la Romania ad uno della Gialappa's è partito un insulto davvero pesante, soprattutto di questi tempi.
Ed una radio così, preferisco spegnerla.
venerdì, 30 maggio 2008
L'uomo dei treni ha ricevuto una lettera.
Con ben cinque giorni di anticipo gli hanno comunicato che da lunedì avrà un nuovo ufficio e un nuovo lavoro, in un'altra città.
È un avvicinamento, anche se relativo e non richiesto, perciò non può rifiutarlo e non gli spetta nessuna indennità. Può fare ricorso, ma contro chi, che cosa e soprattutto con quali esiti, non si sa.

È da tempo che medito di scrivere un post dal titolo "La fuga dei cervelli e l'inoperosità delle mani". Perchè, almeno, di questi benedetti cervelli in fuga, ogni tanto se ne parla. E, tutto sommato, secondo me non è poi tutto questo gran male se i cervelli circolano, s'incontrano, si riuniscono in centri d'eccellenza. Che se ne vadano pure, i cervelli italiani, se arrivano i cervelli stranieri, perché questo scambio non può essere che proficuo.
Come? Non c'è nessuno scambio? Dall'estero non arrivano cervelli?
Sarà mica perché le università italiane sono ripiegate su sè stesse? Sarà mica perché i centri di ricerca sono dei posteggi per precari in attesa di un'imbrobabile ed intempestiva stabilizzazione? Sarà mica perché non vi si parla una lingua che non sia l'Italiano e se non ti raccomanda Tizio o Caio, amico di Tizio, non c'è bravura che tenga?
Sarà.
Sarà anche che in un Paese dove i laureati escono da un sistema di questo tipo e sono comunque pochi in relazione alla popolazione, di cervelli non ce ne devono essere poi in giro così tanti.
Io e l'Uomo dei treni, ad esempio, non siamo dei gran cervelli, ma saremmo stati delle mani esperte e volenterose.
Purtroppo abbiamo dovuto rimetterci molte volte a fare gli apprendisti, ogni volta con un (bel) po' di voglia in meno di imparare un nuovo mestiere.
Purtroppo, quando non ce le hanno proprio legate dietro alla schiena, le nostre mani sono rimaste a girarsi i pollici.
Purtroppo gli anni passano ed assieme all'entusiasmo cala anche la fiducia in un cambiamento.

Da lunedì, e per tutta l'estate, l'Uomo dei treni sarà in paternità.
mercoledì, 28 maggio 2008
Ieri, mentre facevo il primo monitoraggio (eh, già... arieccoci...), sfogliavo Repubblica un po' distratta ed un po' disgustata e mi sono imbattuta in una paginata di pubblicità (credo), per devolvere il cinque per mille a sostegno alla ricerca scientifica.
Lo slogan era (circa): alla ricerca non mancano i cervelli.
Tra i testimonial (mi sembra), Margherita Hack (1922), Renato Dulbecco (1914), Umberto Veronesi (1925), un paio d'altri pensionabili che non ricordo e, unica, nel riquadro in alto a sinistra una giovane ricercatrice.
Dai tratti somatici indiani.

Non si può certo dire che si tratti di pubblicità ingannevole.
postato da: momatwork alle ore 09:00 | Link | commenti (3)
categoria:scrivere la tesi, andare a votare, andare dal dottore
mercoledì, 21 maggio 2008
Sto leggendo un libro così palloso, ma così palloso, che non riesco nemmeno a soffrire d'insonnia.

Invece non ho ancora trovato un libro così poco palloso, ma così poco palloso da meritare un posto nella mia valigia da parto. Ai tempi dell'influenza ho già fatto svaligiare le poche librerie della zona in cui si potevano trovare degli Agatha Christie in lingua originale.
Sia accettano suggerimenti.gonzales

Ho comprato l'ultimo libro si Carlos Gonzàles sull'allattamento. Non che ne avessi un gran bisogno, intendiamoci. Ma, nonostante l'argomento paradossalmente mi interessi meno, quasi sempre mi piace come scrive, lo trovo equilibrato, obbiettivo, onesto, con quel pizzico di ironia che non guasta.
È vero, non l'ho ancora finito, ma sono a metà ed, anche se l'argomento è meno vasto di Bésame mucho e più discusso (nel bene e nel male) de Il mio bambino non mi mangia (di cui, mannaggia, ancora non sono riuscita a tessere le lodi come dovrei) devo dire che finora mi piace meno degli altri due.
A partire dalla quarta di copertina, dove i due libri precedenti sono definiti dei "bestseller".
Beh, non credo lo siano. Almeno non in Italia.
Purtroppo.

È vero che sull'argomento la pensiamo in maniera tutto sommato diversa: lui considera l'allattamento un diritto assolutamente fisiologico, una parte del ciclo sessuale e riproduttivo della donna. Io invece confesso che, nonostante non abbia mai visto l'allattamento come un obbligo, uno sforzo o un sacrificio, continuo a trovare estremamente convincenti, oltre all'ovvietà fisiologica, le prove scientifiche a supporto dell'allattamento.
Ma, si sa, ognuno è fatto a modo suo ed è sensibile ad alcuni argomenti e non ad altri.
Poi, mi sembra troppo calato nella realtà spagnola (assai più penalizzante di quella italiana, con sole dieci settimane di astensione obbligatoria post parto... chissà se nel frattempo qualcosa è cambiato...) anche se ci sono i riferimenti a documenti e normative italiane. Ad esempio, spero per i bambini spagnoli che i loro nidi non siano tutti dei lager come quelli che lui descrive, anche perché le sue "alternative" (astensione prolungata dal lavoro, nonni, bambinaie, conoscenti che hanno scelto di restare a casa ad accudire i loro, di figli...) mi sembrano molto soggettive, oltre che aleatorie.
Non so... sarà la tristezza per questa meravigliosa esperienza del nido che sta per concludersi, sarà il ricordo delle martellate sui coglioni che sono andata a farmi dare a Reggio Emilia vedendo i loro asili (così sostiene l'Uomo dei treni), sarà la mia solita vena equo-polemica ma mi sembra che un gruppetto di genitori un po' esigenti (ciascuno con le sue esigenze, s'intende) possa ottenere a beneficio di tutti molto più di quanto un singolo possa ottenere a beneficio del suo solo figlio/a.
Fatto sta che non siamo certo ai livelli de LaLaura, ma tra inserimento, visite a casa, colloqui individuali e corali, cene, compleanni, festicciole in giardino, papà e mamme al nido, progetti in piccoli gruppi, documentazione fotografica delle attività, prestito libri, laboratori di pittura-incollatura, gite di fine anno e altre giornate "speciali" (una mamma musicista che organizza delle matinée musicali, una maestra in pensione che dedica un giorno a settimana ad esperimenti culinari...) non posso certo dire di aver parcheggiato la Minica  in un asilo dove qualcuno le dà distrattamente un'occhiata.
E mi chiedo anche come questo possa rapidamente cambiare togliendo la più delocalizzata delle pressioni fiscali e come questo si concili con le pretese della Lega. Mah...

Comunque, nonostante il titolo un po' melenso, è, come i precedenti, un libro molto scientifico, ricco di bibliografia e per nulla incline all'estasi da allattamento, anche se resto dell'opinione che difficilmente un libro possa essere d'aiuto più di una brava consulente.
Brava soprattutto a capire quali sono le corde sensibili di chi ha davanti.

gaskin_2E, già che ci sono, non me ne vogliano le entusiaste, faccio le pulci anche al libro della Ina May Gaskin: un libro bello e utile, ma non equilibrato, obbiettivo ed onesto. Un libro che già dalle primissime pagine fornisce dei dati discutibili e fuorvianti, confrontando la bassissima percentuale di cesarei e parti operativi del centro nascita The Farm con quelli medi degli Stati Uniti, omettendo però di specificare che i parti effettuati in ospedale comprendono anche quelle gravidanze patologiche che non sarebbero accettate a The Farm. Ecco, forse sono l'unica ad aver notato questa piccola "disonestà" in mezzo a tanti incantevoli racconti di parto, ma, appunto, perché voler a tutti i costi tirare acqua al proprio mulino facendo questi pasticci?
KITZINGER-S_bambino0
E, già che ci sono, attacco altri due mostri sacri, vittime inconsapevoli di traduttori approssimativi. La prima è Sheila Kitzinger, autrice della mia bibbia durante la prima gravidanza che avevo già decantato a suo tempo (e che mi sono rifatta prestare, ma che consulto con assai meno timore ed entusiasmo).
Bene, quale cosa più normale di comprare quella che dal titolo alla copertina si spacciava per il suo prosieguo? Invece Il bambino, il primo anno di vita (titolo originale The Year after Childbirth), non è affatto, come pensavo io, il classico libro di puericultura in versione orientata alla genitorialità naturale (quello che eventualmente è Abbiamo un bambino di Grazia Honegger Fresco) e nemmeno "un libro ricco di consigli pratici per imparare a comprendere le esigenze del piccolo senza trascurare il vostro equilibrio fisico e psicologico", ma un libro essenzialmente matricentrico, che a saperlo prima, avrebbe anche potuto essere interessante, ma che per fortuna ho potuto restituire in libreria nonostante l'avessi appositamente ordinato, spacchettato e sfogliato quanto basta per capire che non era quello che volevo, cioè un libro non sulla madre, ma sul bambino.

searsAltre vittime innocenti di una traduzione fuorviante sono il buon Dottor Sears e consorte che hanno scritto un libro (sull'allattamento) che si chiama "Keys to Breastfeeding" a cui hanno aggiunto, bontà loro, 10 (dieci) facciate sullo svezzamento senso stretto (cioè sulla fine dell'allattamento) e sull'introduzione dei cibi solidi.
Allora perché tradurlo come allattamento e SVEZZAMENTO?
Ancora una volta cercavo un libro su un argomento (lo svezzamento in senso lato di bambini allattati al seno) e ne ho comprato uno che parlava, prevalentemente d'altro.
E vabbè.
Qualcuno ha ancora voglia di consigliarmi un libro?

Allora parliamo di quaderni.
Il primo quaderno, la prima "idea" di quaderno l'ho trovata qui e loro la chiamano "il libro dei libri": è, dicono, "il libro che si costruisce in casa e che racchiude ricordi, cimeli, storie, vere o inventate che documentano i vari momenti della crescita [...] pratica abituale di molti asili nido e scuolelibro deilibri dell'infanzia particolarmente sensibili ed attente regalare ai genitori [...] un librone gonfio di foto, disegni (dai primi scarabocchi alle prime consapevoli produzioni artistiche), elaborati, oggetti, ma anche racconti di attività, gite, eventi, gesta e bizzarrie del bambino [...].
Finora le "produzioni" della Minica sono state estrememente limitate: quelle del centro gioco, eccessive e non significative per la sua età, sono state senza rimpianti distribuite tra nonni entusiasti e raccolta della carta, quelle del nido sono lavori di gruppo appesi alle pareti. Però credo che dal prossimo anno ci sarà una produzione assai prolifica e quindi vorrei attrezzarmi in questo senso, magari seguendo le idee di questo libro.

Il secondo quaderno è quello del nido, un diario giornaliero dove viene annotato il "chi fa cosa" (ed anche il "chi ha mangiato cosa", ma questo non mi turba molto, visto che la mini-Minica è solitamente una buona forchetta...) e il "chi ha detto cosa".

Il terzo quaderno è l'idea di una mamma. Perché i bambini dicono cose che le mamme non sentono quando sono al nido, ma dicono cose (sul nido) che le maestre non sentono quando sono a casa. E questa mamma ha pensato di comperare un quaderno dove annotare, a turno, i commenti dei nostri bambini sul nido.

Alla scuola dell'infanzia dove la Minica andrà a settembre non credo si faccia nulla di simile, perciò ho intenzione di rompere alla mamme che conosco perchè si rompa alle maestre e si faccia.
E poi vediamo come va.
giovedì, 08 maggio 2008
Mi sembra chiaro quali siano le (pari) opportunità offerte alle donne.

postato da: momatwork alle ore 10:02 | Link | commenti (2)
categoria:non guardare la tv, andare a lavorare, andare a votare, accendere la radio
martedì, 06 maggio 2008
Nell'introduzione di uno dei libri che ho preso leggo: "[La] riflessione americana a livello nazionale e [la] ricerca di esempi di successo a livello internazionale da cui imparare non è nè nuova nè unica. Piuttosto, è un'usuale e periodica reazione che si verifica in questo paese in seguito alle ricorrenti crisi di fiducia tra gli americani di ogni generazione che si rendono conto come l'educazione allo stato attuale non risponda alle loro aspettative."
Ora, gli Americani di cazzi educativi ne hanno parecchi, dalle stragi nei college alla Bibbia come libro di scienze, e sembrano ben lontani dal risolverli.
Ma almeno, così pare, reagiscono e riflettono.

Ma è possibile che mentre si susseguono le "riforme" più strampalate nel disinteresse o nell'impotenza di quelli che dovrebbero essere i più diretti interessati, i "bravi ragazzi" che apparentemente non hanno nulla da perdere (tanto apparentemente lo si può ricomprare) li veda solo io? E che quando si raccolgono i frutti dolorosi di questo sistema, tutti sembrino cadere dalle nuvole rimpallando le responsabilità tra la scuola e la famiglia?
martedì, 15 aprile 2008
Non ci ho creduto.
Non ci credo.

La prossima volta che si andrà a votare la Minica sarà in seconda elementare.
Almeno lei sarà contenta di stare a casa per un paio di giorni, via.
postato da: momatwork alle ore 14:25 | Link | commenti (11)
categoria:andare a votare
lunedì, 07 aprile 2008
Sarà il caso che legga il libro di uno che si chiama TRAVAGLIO?



postato da: momatwork alle ore 22:02 | Link | commenti (6)
categoria:passare in libreria, andare a votare, andare al corso pre parto
martedì, 12 febbraio 2008
...quello che chiamano rispetto della vita?
E al diritto al rispetto di quella donna, di quella madre, del suo dolore, ci ha pensato nessuno?
Questo paese mi fa sempre più schifo.
postato da: momatwork alle ore 21:47 | Link | commenti (14)
categoria:andare a votare, andare dal dottore, accendere la radio
mercoledì, 06 febbraio 2008

Diciamocelo, a me la Binetti mi fa un baffo. Rispetto a lei e a quelli come lei io sono avanti anni luce. O indietro, dipende dai punti di vista.
Sì, perché secondo me la vita inizia prima, molto prima del concepimento. Inizia prima ancora del desiderio di avere un figlio, inizia dalla possibilità stessa di averne.
Se a diciott'anni, quando la possibilità e l'intenzione di diventare madre di una famiglia numerosa erano pari a quelle di ottenere il Nobel per la medicina, cioè praticamente nulle, mi avessero detto che per una malattia, un'operazione, una malformazione o un incidente non avrei potuto procreare dei figli, quei figli sarebbero stati in qualche modo dei "figli non nati".
A trent'anni, quando avevo già sotto mano "il padre dei miei figli", ma comunque la possibilità e l'intenzione di diventare madre di una famiglia, ormai difficilmente numerosa, ancora non mi passavano per l'anticamera del cervello (mentre quelle di ottenere il Nobel per la medicina erano da tempo definitivamente sfumate...), ho cominciato a riflettere su come conciliare l'immagine futura che avevo di me, con una qualche forma di discendenza, e l'eventuale impossibilità di procreare naturalmente.
Personalmente non mi sarei sottoposta ad accertamenti specialistici e poi a tecniche di fecondazione assisitita, autologa od eterologa, ancora possibile all'epoca. Mi sarebbero sembrate delle pratiche innaturali, un voler ricercare delle "responsabilità", un istillare il dubbio che questo figlio fosse più di uno che dell'altro, un minare dall'interno la nostra parità di genitori e, perché no, un voler mantenere le apparenze verso l'esterno, come se la sterilità o l'impossibilità di portare a termine una gravidanza non fossero un accidente, ma una vergogna.
Naturalmente, a differenza della Binetti e di quelli come lei, non pretendo che le mie opininioni personali diventino per tutti legge morale e non solo. Se una coppia se la sente di intraprendere la strada della fecondazione assisitita, sono ben felice che lo possa fare nei limiti degli attuali progressi in campo medico e non delle paturnie del baciapile di turno e della propria disponibilità economica. Non per niente sono andata a votare sì per il referendum sulla procreazione assistita quando già cominciava a vedersi una discreta pancetta di quattro mesi. Perché i figli delle coppie che non potranno accedere alla fecondazione eterologa, le gravidanze trigemellari che non arriveranno a buon fine, gli embrioni abortiti perché affetti da un'anomalia genetica che avrebbe potuto essere benissimo diagnosticata in fase di pre-impianto, secondo me sono dei "figli non nati".
La strada che avrei scelto io sarebbe stata quella lunga e difficile dell'adozione, perché è una strada che mi sarebbe comunque piaciuto percorrere, a prescindere e parallelamente alla possibilità di avere dei figli biologici. Forse è per questo che ho deciso per il matrimonio (civile) e non per la convivenza. All'epoca, ma nel frattempo la normativa è cambiata, la domanda di disponibilità all'adozione poteva infatti essere presentata solo dalle coppie sposate da almeno tre anni. Come a dire che, se avessimo intrapreso questa strada saremmo forse in dirittura d'arrivo. Forse.
Invece è una strada che non abbiamo intrapreso perché, quando ne parlai all'Uomo dei treni, lui non era convinto. E i figli, biologici o adottivi, secondo me, bisogna farli in due.
Adesso che so cosa significa portare in grembo, partorire ed allattare un figlio biologico, non ho cambiato idea dull'adozione. Ma non l'ha cambiata nemmeno l'Uomo dei treni, quando il Minichino stentava a venire e gliene ho riparlato.
Se mai avremo un terzo figlio, quasi sicuramente non sarà un figlio adottivo.
Perciò i "miei" figli adottivi, figli che ho desiderato e che avrei amato quanto i miei figli biologici, sono, in qualche modo, almeno per me, dei "figli non nati".
Già, i miei figli. La Minica ed il Minichino. E forse pure il/la Minichetto/a.
Una figlia nata, uno ancora non nato ed uno che non si sa se verrà mai concepito, ma che ai miei occhi sono tutti uguali. Tutti con gli stessi diritti. Il diritto di nascere, il diritto di nascere sani ed il diritto di essere curati ed assistiti dignitosamente se nascessero malati o prematuri o con un'altra malformazione non diagnosticabile o statisticamente improbabile.
Perché dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei quando lanciano le loro improponibili proposte, che una famiglia con un figlio in condizioni di difficoltà ha bisogno di ben altro che di una benedizione. E che, non ricevendo altro, difficilmente avranno il coraggio o la possibilità di avere altri figli, di nuovo dei "figli non nati".
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che un aborto tardivo non si fa per "sbarazzarsi" di una gravidanza indesiderata, ammesso che la maggior parte degli aborti precoci si faccia per questo motivo, magari perché lei e quelli come lei osteggiano un'efficace politica di prevenzione delle gravidanze indesiderate, ma perché la diagnosi prenatale ha evidenziato delle malformazioni che i genitori giudicano incompatibili con una vita decorosa.
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che a quel punto un feto ha già una dimensione considerevole anche nel cuore dei genitori, che forse ha già un nome e qualche pezzo di corredino, che sicuramente sarà un "figlio non nato", perché, con una dolorosa e personalissima decisione, i suoi genitori preferiscono che non nasca.
Perché dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che se non dovesse funzionare il terribile ricatto nei confronti dei genitori biologici, questi "aborti rianimati" assommerebbero le conseguenze di una estrema prematurità al motivo che ha indotto i genitori ad una decisione così terribile come quella di un aborto tardivo e difficilmente troverebbero dei genitori adottivi disposti ad accoglierli. Chissà, forse vuole tenerseli tutti la signora Binetti.
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che ci sarebbe sempre la possibilità per le famiglie più facoltose di rivolgersi all'estero e per quelle meno facoltose a qualche personaggio privo di scrupoli e garanzie.
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che se tirano troppo un lato di una coperta troppo corta, sottrarranno risorse a prematuri di cui i genitori desiderano la sopravvivenza, a neonati che necessitano di cure intensive, al miglioramento delle tecniche di diagnosi prenatale, privando di fatto dei "figli già nati" del diritto alla vita ed alla salute.
Dimenticano, la signora Binetti e quelli come lei, che la sola possibilità di accedervi non abbliga nessuno a sottoporsi ad indagini prenatali, nè tantomeno ad un aborto.

lunedì, 28 gennaio 2008
Le mamme che portano i loro bambini all'asilo del Bambino, si disinteressano a tal punto di quello che fanno i loro figli mestre sono all'asilo, che nemmeno lo sanno se fanno religione oppure no.
E ciò nonostante, TUTTE hanno scelto di "avvalersi dell'insegnamento delle religione cattolica", così c'è scritto sul modulo che ti danno da firmare.
Certo che è bello scoprirlo davanti ad una segretaria esterrefatta.
Certo che è bello telefonare all'asilo dove non sai nemmeno se ti accoglieranno, visto che ci sono più domande che posti, e scoprire che, sì, insomma, gli incasineresti piuttosto la vita se ci fosse una sola bambina che non fa religione e che, "insomma, è una cosa blanda, praticamente non è neanche religione".
Certo che è bello telefonare all'Uomo dei treni per chiedergli "E adesso che facciamo?" e poi farsi prendere da un'altra crisi di nervi perché non è giusto che ti facciano combattere le tue battaglie sulla pelle di tua figlia. Perché come si fa a spiegare ad una bambina di nemmeno tre anni che adesso gli amichetti fanno "religione" e tu invece vai da sola a vederti Bambi dove eventualmente capisci che la mamma muore e non va nemmeno in paradiso, ma forse in nessun posto o al limite all'inferno come la tua che è atea?
Si fa che non si fa.
E che ad una poveretta in lacrime è toccato firmare un cazzo di modulo con su scritto "scelgo di avvalermi dell'insegnamento della religione cattolica" e di sentirsi una merda perché non ha trovato il coraggio di trascinare una bimbetta in una lotta contro i mulini a vento che, questa sì, non sarebbe in grado di capire.
E poi dicono che alle donne incinte bisognerebbe risparmiare le emozioni troppo intense.
E poi dicono che lo Stato è laico.
E poi dicono che amano il prossimo loro.
Ma vaffanculo, va'.
venerdì, 09 novembre 2007
In questi giorni sto avendo uno scambio di opinioni su quanto costi fare un figlio e, soprattutto quanto costi farne un altro.
L'unica risposta sensata che ho trovato è: dipende.
Perché costare, costa, su questo non c'è dubbio, ma i fattori in gioco sono talmente tanti che è difficilissimo, se non impossibile, tentare una quantificazione su un intervallo ragionevolmente lungo e non per la semplice "messa in esercizio".
E così, mentre mi trovavo in un turbine di euro, non ho potuto fare a meno di chiedermi: "Sì, ma quanto costava, fare un figlio, in lire?"
Allora, io ho un quesito per le esperte, perché di economia non ci ho mai capito (non ci ho mai voluto capire) niente. Ma quella faccenda del cambio euro-lira, del fatto che "hanno messo il cambio 1 euro=2000 lire (circa) mentre doveva essere 1 euro=1000 lire, ha davvero un senso o è, come ho sempre pensato, una cagata?
Cerco di spiegare meglio la mia percezione: quel cambio lì sarà stato determinato da una serie di fluttuazioni internazionali, di faccende complicatissime che non so. Una volta fissato quel cambio, i prezzi avrebbero dovuto semplicemente trasformarsi da una cifra ad un'altra con dei minimi ritocchi, presumibilmente al rialzo, per fare cifra non già tonda, ma ingannevole (299 € invece di 300).
Questo è quello che ho visto all'estero, sia nei paesi dell'area euro, sia in quelli che hanno mantenuto un'altra moneta: in Norvegia nel 1994 per mangiare seduta ad un tavolo avrei speso l'astronomica cifra di 60.000 (e invece mi sono nutrita per un mese di pane burro e salmone), nel 2005 te la cavavi con 30 euro. Che son sempre le stesse 60.000 di dieci anni prima... In Belgio nel 2005 con 30-35 euro a testa mangiavi (bene) nel in uno dei ristoranti più belli di Anversa (vini ovviamente esclusi...).
Questo è quello che si percepisce anche in Italia rifornendosi nelle grandi catene che hanno la targhetta con un prezzo "europeo": all'Ikea, da Zara, da H&M tutto costa inspiegabilemte "poco"...
Quindi secondo me quella del cambio fissato "male" è una cagata.
Poi arriva pure il genio della finanza e ti dice che gli stipendi italiani sono tra i più bassi (i più bassi?) d'Europa. Ma va? E allora perché mangiare al ristorante, comprare un paio di scarpe, un vestito, in un altro paese europeo (o col prezzo di riferimento di un altro paese europeo) ti sembra pure economico?
Perché questo (quasi) raddoppio dei prezzi, certamente aiutato da una cifra falsamente tonda e amica, c'è stato, pare, solo in Italia?
Chi ha cominciato?
Non lo so chi abbia cominciato, ma so di aver fatto parte della cordata di furbetti quando, nei primi tempi dell'euro,  per un lavoro che secondo me valeva una certa cifra in lire (e che in realtà non avevo nessuna voglia di fare perché era una rogna infinita) ho provato a chiedere il doppio in euro. E il committente, senza batter ciglio, ha pagato.
Chi ha potuto, prima o dopo di me, si è adeguato.
Chi non ha potuto, sfiga.
Allora, se non so con certezza chi abbia cominciato, un'idea ce l'avrei.
Che moneta mettevamo nel carrello ai tempi della lira? Una moneta da 500.
Che moneta mettiamo oggi? Se abbiamo culo, 50 centesimi, altrimenti 1 euro o addirittura 2.
Cioè, una moneta che vale da due a otto volte tanto.
Voi ce l'avreste messa senza battere ciglio una banconota di 5000 lire nel carrello?
Quando io racconto questa cosa a qualcuno (e lo faccio spesso) vengo guardata come una povera demente e questo qualcuno si precipita a spiegarmi che, rimettendo il carrello al suo posto, la moneta, qualunque il suo valore, mi viene restituita e che quindi non ci ho rimesso niente, a meno che non mi sia fatta fregare il carrello.
Di solito a questo qualcuno non mi va di spiegare che lo so che la moneta me la riprendo alla fine della spesa, ma che la percezione che mi resta DURANTE la spesa è che 2 euro sono solo una monetina che non vale quasi nulla, l'ho appena usata per sganciare il carrello e che quindi tutto quello che vedo negli scaffali e costa SOLO 2 euro (anzi, generalmente SOLO 1.99 euro...) non costa quasi nulla.

A proposito, generalmente in Austria i carrelli non hanno la cauzione.


domenica, 30 settembre 2007

A chi piacciono le etichette? A me no, ovviamente. Perché se vuoi fare l'originale, vuoi illuderti di essere originale nella tua originalità.
Però però, gira e rigira, va a finire che nei vari blog, gruppi e forum trovi sempre le stesse persone e se ti vanno bene i pannolini lavabili facilmente ti va bene anche il cibo biologico e scopri che in fondo anche altri hanno letto gli stessi libri e sembrano pensarla abbastanza come te e che, in fondo, almeno virtualmente, non si così isolata come credevi.
E allora scopri che c'è un nome per tutto, anche per l'accozzaglia di idee che va appunto sotto il nome di Attachment Parenting. Ed orrendamente traducibile in "genitori con attaccamento", termine che evoca madri iperprotettive ed appiccicose, incapaci di capire quand'è ora di farsi da parte, bambini attaccati alle gonne, adolescenti che si fanno rifare da mammà il letto singolo faticosamente conquistato, universitari che viaggiano carichi di tupperware porzionati (la domenica) e roba sporca (il venerdì), trentenni e più che ancora non si schiodano da casa e arzilli sposini che per mangiare come si deve aspettano la domenica per andare, a turno, dalle rispettive famiglie.
E che cos'è invece 'sto Attachment Parenting? Se date uno sguardo al sito internazionale ci trovate tante famiglie e bambini felici che neanche sulle pubblicazioni dei Testimoni di Geova (ma, se preferite, esiste anche un più sobrio corrispondente europeo) e gli otto principi su cui si basa. E qui, se finora avete ravanato soprattutto in ambito italiano cominciano le sorprese: innanzitutto, l'allattamento al seno è senz'altro promosso ed incoraggiato e bla bla bla, ma si parla anche di un eventuale "Bottle Nursing" adattato ai ritmi ed ai comportamenti di un "Feeding with Love and Respect". Quindi, fermo restando che il latte materno è il miglior alimento e bla bla bla, è contemplata anche la possibilità di seguire un modello di attachment parenting anche se l'allattamento al seno non è andato a buon fine.
E se vi sembra poco, non conoscete il clima di caccia alle streghe che vige in certi ambienti di mammematte.
E se vi sembra ancora poco, vi racconterò di una pasionaria dell'allattamento al seno e dell'attaccamento che, quand'ero ancora una neofita, tra gli innumerevoli vantaggi mi decantò la possibilità di allattare chiacchierando al telefono e guardando la TV (non si sa se in contemporanea oppure no) senza contorsionismi per reggere la cornetta e cambiare canale.
Ora, spero di non sorprnedervi nè offendervi se penso che un allattamento, al seno o artificiale che sia, condotto con amore e rispetto, non si fa (se non occasionalmente) chiacchierando al telefono o guardando la TV.

Ma andiamo oltre. Appunto: ANDIAMO OLTRE.
Oltre il parto non medicalizzato, oltre l'allattamento, oltre portare i bimbi nella fascia.
Parliamo di bambini che sono nati da un bel po', che mangiano di tutto e non ciucciano più e che non ne volgiono sapere di stare in spalla, visto che corrono sulle loro gambe. Parliamo di bambini grandi.
E lì scopriamo un'altra particolarità.
Perché più avanti, ameno in Italia, sembra esserci il vuoto.
Perché le mamme "attached" italiane rispondono al seguente identikit: sulla trentina o poco più, un compagno che si intravede sullo sfondo, un solo figlio ancora piccolo e il desiderio/timore di farne un altro, un lavoro ed una vita inurbata di cui vorrebbero ma non possono fare a meno, un orientamento politico tendenzialmente di sinistra e un anticlericalismo nemmeno tanto velato.
Se adesso vi siete sorprese o offese perché vi sembra di riconoscervi, pensate a quanto bene questa descrizione si adatti anche a me.
Le mamme "attached" europee/americane, invece, sono generalmente più giovani, a volte single o con un compagno ancora più defilato, tre o più figli di cui alcuni già grandicelli, un lavoro "creativo" da casa, dove fanno homeschooling/unschooling, allevano galline e coltivano ortaggi biologici, il loro impegno politico è limitato al patriottismo (le americane soprattutto) e sono cristiane praticanti.
Perciò mi chiedo: quali saranno i prossimi sviluppi, se ce ne saranno, dell'attachment parenting "Italian Style"? È destinato a naufragare miseramente non appena i pargoletti andranno all'asilo? Si limiterà a scimmiottare alcuni aspetti di quello più internazionale? O troverà una sua strada "alternativa" senza per forza creare dei disadattati?

mercoledì, 19 settembre 2007

...non sarebbe un comico a fare le proposte serie.



postato da: momatwork alle ore 11:01 | Link | commenti (1)
categoria:aggiornare il blog, andare a votare
giovedì, 13 settembre 2007

Ogni tanto succede che qualcuno scopra l'acqua calda. Stavolta è toccato al Ministro Mussi.
Quando sento un politico o un giornalista che si meraviglia del fatto che un esame o un concorso sia stato truccato, che abbia avuto dei vincitori palesi, io non mi chiedo se ci è o ci fa. Sicuramente ci fa.
Che gli esami, tutti gli esami, siano in qualche modo truccati, che i concorsi, tutti i concorsi, abbiano dei vincitori palesi, che gli istituti di recupero anni scolastici, tutti, siano dei diplomifici, io lo so da vent'anni pur essendo il signor nessuno.
Perciò lo sanno anche loro, ma fanno finta di non saperlo, perché gli sta bene così o forse perché il sistema è talmente marcio che non sanno dove mettere le mani.
L'ovvietà sotto gli occhi di tutti, ma che tutti fingono di non vedere, è che con questo sistema alcune persone poco meritevoli o perlomeno disoneste andranno ad esercitare professioni per le quali non sono tecnicamente o moralmente qualificate. Come quella del medico, ad esempio. Credo non faccia piacere a nessuno essere operato da un incompetente o da uno più interessato al suo tornaconto che alla qualità delle valvole cardiache. Eppure, si continua a tollerare che queste persone diventino, un giorno, medici cui affidare la nostra vita e quella dei nostri figli.

Ciononostante e per ora, i corsi a numero chiuso credo restino il male minore. Nella massa di chi supera un test di ammissione ci sarà certamente una percentuale di raccomandati e poi ci saranno quelli più bravi di loro. I primi avranno pagato, i secondi se lo saranno meritato. In entrambi i casi verrà fatta una selezione anche sulla base del reddito che permetterà ad alcuni meritevoli di seguire la didattica  in condizioni umane, di ususfruire di laboratori e strutture, di laurearsi in tempi decorosi e di accedere al mondo del lavoro in maniera contingentata.
Che è sempre meglio di buttare un sacco di soldi per un pezzo di carta straccia.

A proposito, con un coraggio che non ritrovavo da tempo, ho mollato.
Perché in questi quattro anni ho ottenuto tutto quello che volevo. Mi mancherebbe solo il pezzo di carta straccia.
Ma di quello non so davvero che farmene.

postato da: momatwork alle ore 11:35 | Link | commenti (2)
categoria:scrivere la tesi, andare a votare, andare dal dottore

... la prima delle proposte di Beppe Grillo sarebbe quantomeno ridicola.
Voi assumereste forse come baby sitter qualcuno che è stato condannato per reati collegati alla pedofilia?

postato da: momatwork alle ore 10:48 | Link | commenti
categoria:aggiornare il blog, andare a votare
mercoledì, 12 settembre 2007

Perché, io no? Cosa voglio io? Il così-così? O voglio proprio il peggio del peggio?
Ma quanto mi fa incazzare questa frase... E quelle che ti dicono: "per mio figlio non bado a spese", neanche che coi soldi si potesse comprare la felicità o la salute.
Ecco, quello vorrei io per i miei figli: felicità e salute, nell'ordine.
Perché è meglio essere del malati felici che dei sani infelici.

E dunque che cos'è questo "meglio"? Bei vestiti? Tanti giocattoli? Un'esclusiva scuola privata? Tanti amici? Una "buona educazione"?
E questo "meglio", quando comincia e quando finisce? È un meglio a breve o a lungo termine? Oppure è un meglio assoluto, senza scadenza?
È meglio non cedere ai "capricci" o allevare un potenziale tiranno?
È meglio imporre delle frustrazioni a tavolino, per prepararlo a quelle che gli riserverà il mondo?
È meglio "insegnargli a dormire" o condannarlo all'insonnia?
È meglio "viziarlo" o dargli uno sculaccione "educativo"?
È meglio vivere in Italia o all'estero?
È meglio stare a casa o tornare a lavorare?
È meglio la nonna o l'asilo nido?
È meglio omologarsi o distinguersi?
È meglio la scuola pubblica o quella privata?
È meglio un giocattolo di legno o uno di plastica?

Se pensate che io abbia una sola risposta a queste e ad altre mille domande, sbagliate di grosso.

giovedì, 06 settembre 2007

Si parlava di precarietà.
Se la precarietà fosse una cosa bella e si chiamasse flessibilità le istituzioni si fletterebbero a loro volta e ci si incontrerebbe a metà strada. Le isituzioni, al tempo del precariato sono invece inflessibili come se tutti avessimo un posto fisso assegnato alla nascita, come nella più spinta delle realtà socialiste.
Nel mio Comune i posti al nido si assegnano a gennaio. Per settembre.
Nel mio Comune si iscrivono al nido bambini che non sono ancora nati, purché nascano entro maggio.
Nel mio Comune chissà se qualcuno, colto da disperazione si fa programmare un cesareo per iscrivere il figlio al nido.
Nel mio Comune i bambini nati dopo maggio non potranno che andare al nido a settembre dall'anno successivo, quando avranno, ad esempio, quindici mesi meno un giorno. Fino a quel dì chissà che faranno le loro famiglie: forse li terrà qualche nonna, se c'è, o li iscriveranno ad un costosissimo nido privato. Perché al nido privato i bambini, che nascono in qualsiasi periodo dell'anno, possono cominciare in qualsiasi periodo dell'anno.
Nei nidi del mio Comune i bambini, una volta divisi in lattanti e medio-grandi a settembre, non crescono più. Se son nati a settembre (dell'anno precedente) restano lattanti fino a giugno (dell'anno successivo, quando di mesi ne avranno ormai ventuno.
I bambini nati tra gennaio e maggio di anni al nido ne fanno tre, quelli tra giugno e dicembre, due.
Nel mio Comune ci sono vari titoli di preferenza per iscriversi alle graduatorie. Ad esempio costituisce titolo di preferenza essere entrambi disoccupati. Chissà poi perché iscriveranno il figlio al nidi questi due qua, forse per andare a cercare lavoro.
Nel mio Comune costituisce titolo di preferenza se entrambi i genitori sono pendolari fuori Provincia, come noi, adesso. Se invece uno pendola fuori Provincia e l'altro si trova per due terzi dell'anno a saltellare da un aereo all'altro, come noi a gennaio, no.
Nel mio Comune, naturalmente conta la situazione al momento dell'iscrizione, a gennaio, non quella effettiva, a settembre.
Nel mio Comune chissà se qualcuno si fa temporaneamente spostare di sede per iscrivere il figlio al nido.
Nel mio Comune ci sono vari sistemi perfettamente legali ma indubbiamente immorali per avere un titolo di preferenza sulla base del reddito e per pagare meno la retta, ma magari non ve li dico, non vorrei turbarvi eccessivamente con il mio candore.
Perchè quasi tutti quelli che conosco ed hanno il posto al nido hanno adottato un qualche escamotage. E i pochi altri avevano davvero un motivo migliore del mio per ottenerlo.

Non ve l'avevo ancora detto, vero, che anche quest'anno la Minica è nelle riserve?

mercoledì, 05 settembre 2007

...vuol rivedere la legge sull'aborto perché ha paura che i preti pedofili restino senza materia prima?

Scusate la battutaccia, ma, come sempre non trovo giusto che una pesona si immischi in argomenti che, a rigor di definizione di celibato e di laicità dello Stato, non sono di sua competenza.


postato da: momatwork alle ore 10:33 | Link | commenti (4)
categoria:andare a votare, accendere la radio
mercoledì, 22 agosto 2007

Oggi ho la vena polemica. Scusate.
Sarà che ho visto su Repubblica La Brambilla, la coppia Briatore-Gregoraci e relativi testimoni e qualche altro pari grado tutti nella stessa pagina e mi sono chiesta che razza di giornale glamour-gossip stessi leggendo.
Sarà che ho sentito il conduttore della rassegna stampa di Radiotre dire che Forza Italia sta al Partito delle Libertà come Canale Cinque sta a Retequattro, sottolineando come questo fosse vero considerando che i telespettatori di Retequattro sono soprattutto donne a bassa scolarità (mia nonna è una donna a bassa scolarità, ma non guarda Retequattro) e che quindi il nuovo partito pare rivolgersi a "quelle persone, soprattutto donne, che non si interessano ad una politica che non riescono a capire e che voterebbero un partito