
Ultimamente mi è capitato di leggere un sacco di cose.
I
soliti libri della Lipperini e della Gianini Belotti e la
discussione che ne sta seguendo.
Qualche post sul blog
careerandkids. Poi questo
post dell'ecomamma.
E poi che alla scuola dell’infanzia dove iscriveremo la Minica non sono previsti né un preaccoglimento, né un orario prolungato, perciò qualcuno dovrà portare la Minica alla scuola dell'infanzia non prima delle otto e qualcuno andarla a riprendere non dopo le sedici. Che sono otto ore. Ma chi lavora, come me, con un orario di otto ore sa che in realtà le ore diventano otto e mezzo, minimo, essendo la pausa pranzo obbligatoria di almeno mezz'ora. Al netto dello spostamento, naturalmente, che, spesso, non sono proprio bruscolini. Anche le elementari a tempo pieno finiscono alle 16.00, ma, per allora, la Minica avrà le chiavi di casa.
Come le ho avute io. A sei anni.
Ovviamente è anche possibile che da qui al settembre 2009 cambino tante cose (non necessariamente in meglio) e che tutte queste pianificazioni non si rivelino altro che seghe mentali, ma per ora non sembra che avere dei figli sia compatibile con l’essere entrambi lavoratori a tempo pieno, per giunta pendolari, senza un consistente aiuto dall’esterno.
Cosa faremo e chi lo farà lo decideremo al momento e sulla base dell’opportunità. Forse una richiesta di avvicinamento o di orario alternativo. Forse sarà necessario che uno di noi due chieda il part-time.
Già, il part-time.
Il part-time, dice la Lipperini supportata dai dati, lo chiedono soprattutti le madri.
E perché? Perché in fondo in fondo i padri non lo vogliono e se lo vogliono difficilmente glielo concedono, risponde l’
ecomamma. Ma anche perché, suggeriscono altre voci nei commenti, non tutti possono economicamente permettersi una paternità/maternità a stipendio ridotto o senza stipendio, o perché i padri non sempre desiderano questo piacere/dovere, soprattutto nei primissimi mesi quando un bambino richiede moltissime attenzioni fisiche dando apparentemente poco in cambio (se non cacca e rigurgiti, ma vabbè…), oppure perché il papà guadagna di più e quindi sarebbe ancora una volta poco economico per il bilancio familiare che fosse lui a subire una riduzione dello stipendio.
E, ancora, gli uomini non utilizzano la paternità perché, questo lo aggiungo io, in Italia non è culturalmente accettato né dall’azienda né dallo stesso lavoratore che un uomo rinunci (temporaneamente) alla carriera per la famiglia, mentre una donna, si sa, già di carriera ne farà poca, se poi si sogna addirittura di restare incinta…
Queste ultime condizioni mi sembrano emblematiche del divario tra i sessi nella nostra società: mio marito guadagna più di me perché lui è ingenere ed io bidella o perché lui è idraulico ed io ingenere (sob) oppure siamo entrambi ingegneri (medici, avvocati, …) ma INSPIEGABILMENTE lui guadagna più di me?
La soluzione, propone qualcuno, è quella di lasciare il dannato lavoro per aprire un micro-nido o per “inventare” un lavoro che permetta di conciliare gli impegni familiari. Ecco. Bene. Smettiamo di fare quello che stavamo facendo, magari bene, ed apriamo un micro-nido anche se siamo architetti o periti agrari.
Per i figli di chi, poi, chissà.
Oppure inventiamoci un lavoro, magari creativo: facciamo coperte patchwork o figurine in cernit e lasciamo che a lavorare “davvero” ci vadano i nostri compagni o quelle che non hanno figli.
Ora, io non ho nulla contro il patchwork o il cernit. Anzi, quando ho letto la
frase citata anche da japhy72 (a proposito… doppio gulp… nientepopò di meno che commenti dalla Lipperini in persona…) sulle mani operose ne avevo provato un po’ di fastidio e mi ero chiesta: ma cosa dovranno mai fare secondo lei queste donne per essere “rilevanti”? Progettare dighe? Autostrade, gallerie? Mah, io che ci vado parecchio vicino mi sentirei molto più rilevante se mi lasciassero fare
ciò che saprei fare meglio, ma la penserei ugualmente se fossi un uomo. Perciò, se ci sono persone che nella vita sanno fare o credono di saper fare meglio di tutto gli educatori di asilo-nido, bene, è giusto che possano realizzarsi. Che ricevano finanziamenti per acquistare una struttura, adeguarla a misura di bambino, assumere del personale, fare corsi di formazione, comperare materiali educativi, giochi, arredamenti, materiali di consumo, cibi di qualità… ma, per favore, non si improvvisino “educatori” solo perché non hanno trovato uno straccio di soluzione per conciliare lavoro e famiglia e in fondo “se riesco a star dietro al mio perché non a quelli degli altri”, raffazzonando un appartamento ed aprendo un baby parking. Ma vi rendete conto? Baby PARKING. Ma chi se l’è inventato ‘sto termine?
Nelle mie recenti peregrinazioni per asili nido e scuole dell’infanzia (pubbliche) ho avuto modo di verificare che i trent’anni che sono passati dal libro della Gianini Belotti non sono passati invano. Ho conosciuto molte educatrici motivate, entusiaste, appassionate al loro lavoro. Altro che baby parking!
E se invece uno crede di saper fare particolarmente bene qualcosa che normalmente rientra tra le attività hobbistiche e riesce a farne un lavoro che gli consente l’indipendenza economica, bene, che lo faccia. Ma per tutti gli altri, invece, rimanga un’attività per rilassare la mente ed occupare le mani, magari facendo qualcosa di utile o semplicemente piacevole, ma senza illudersi che sia sostenibile una società in cui tutti si occupano di bricolage, découpage e cartonage a prescindere dall’abilità. Sarebbe come se chiunque avesse un blog pretendesse di tirarci fuori un libro e magari farci dei soldi.
Qualcuno, forse sì. Tutti, sicuramente no.