Avvertenza: questo post, come spesso mi succede, per avere un senso compiuto avrebbe dovuto far riferimento a numerosi altri post scritti in precedenza che, però, come sempre mi succede, non sono mai stati scritti.
Risulterà più incasinato e sconclusionato di altri. Pazienza.
La Minica parla. Parla tanto. Parla, per la sua età, più della media.
Parla in dialetto.
Come la maggior parte degli adulti di queste parti, io e l'Uomo dei treni siamo dialettofoni: io da sempre, lui invece "di ritorno". Il dialetto non è proprio lo stesso, ma è molto simile, perciò sarebbe per lo meno "strano" che non lo usassimo per parlare tra noi. Per la maggior parte degli adulti, il dialetto, se non è stata la prima lingua sentita in casa, è stato un rito di iniziazione obbligato all'ingresso nella scuola pubblica, figli di immigrati inclusi. Il dialetto si parla sul lavoro, nei negozi, in banca. In dialetto si parla di politica, di scienza, di teatro. Il dialetto è ancora vivo nella fascia d'età "produttiva".
Però.
A partire dagli anni settanta, gli anni in cui io e l'Uomo dei treni eravamo bambini, è cominciata la "moda" di parlare ai figli in Italiano, anzi, "in Lingua". Quello stesso dialetto che di usava con gli amici, con i propri genitori, all'interno della coppia, è diventato "vergognoso": un vecchiume da eliminare, un retaggio di un passato povero ed incolto. I risultati sono stati da inutili a tragicamente comici: adolescenti che si rivolgevano ai genitori in Italiano ed ai fratelli in dialetto, nonni che coniavano strampalati neologismi, adulti incapaci di distinguere fantasiose traduzioni ed improbabili costruzioni, convinti com'erano di parlare "in Lingua".
Serve che lo dica? I miei suoceri all'Uomo dei treni hanno sempre parlato, e continuano a parlare, in Italiano, con la situazione paradossale che le stesse quattro persone sedute attorno al tavolo da pranzo cambiano modalità a seconda dell'interlocutore.
Perché io, invece, ho sempre difeso l'utilizzo del dialetto tra dialettofoni, quanto quello dell'Italiano tra non dialettofoni e quello di un'altra lingua comune tra non italofoni, pratiche entrambe ancora troppo sconosciute. Ed anche prima che i Minici si profilassero all'orizzonte ho sempre pensato e sostenuto che avrei parlato loro in dialetto, a meno che non mi fossi trasferita all'estero.
Naturalmente questa affermazione è stata presa da mia suocera come una critica nei suoi confronti. E non a torto, a dir la verità.
Però.
Da qualche anno, non so esattamente quanti, l'usanza di parlare ai bambini in Italiano (continuando ad usare il dialetto tra adulti), si è così diffusa che, anche a me, nei primi tempi è venuto spontaneo "parlarle" in Italiano ed ho dovuto correggermi prontamente prima che diventasse un'abitudine impossibile da sradicare. Mi capita spesso che la gente si meravigli sentendoci parlare ed altrettanto spesso che qualche passante chieda alla Minica come si chiama in Italiano e, se non ottiene risposta intelleggibile, lo richieda a me, stavolta il dialetto. Quando andrà all'asilo nido, alla materna, a scuola, sarà probabilmente l'unica dialettofona di una generazione incapace di riconoscere termini ed espressioni dialettali perché convinta di parlare in Italiano.
Però.
Tempo fa mi è capitato di imbattermi nel
blog di una logopedista che parlava di un suo paziente dialettofono e ne ho approfittato per chiederle un "parere da esperta". Mi ha risposto che a questa specie di "bilinguismo", poco utile a livello didattico e d'istruzione, sarebbe da preferire l'Italiano affiancato ad una lingua straniera. E chi dice che uno escluda o pregiudichi l'altro? O le sto invece complicando la vita?
Anche quando ne ho parlato ad alcune di voi in privato, ho ricevuto più o meno la stessa risposta: "Ma che se ne farà di questo dialetto, specie se non lo parlerà più nessuno?"
Ecco, io NON LO SO. Ne farà quel che vorrà, lo userà, lo dimenticherà, ci scriverà poesie o la lista della spesa, ma è una cosa che so e che le vorrei lasciare.
Insomma, come sempre, mi trovo a barcamenarmi tra qualcosa in cui credo e qualcosa che ritengo sbagliato, ma che potrebbe alla fine risultare più opportuno.
Mia suocera, ovviamente, SA qual è la scelta giusta. E le parla in Italiano.
E fin qui. Non posso costringerla a non farlo.
Non sono nemmeno eccessivamente preoccupata del fatto che la corregga in continuazione o che il suo Italiano non sia esattamente perfetto, visto che ritengo queste influenze abbastanza limitate.
Mi dà fastidio e basta.
Mi dà ancor più fastidio che ne discuta alle mie spalle con l'Uomo dei treni, come se lui non fosse d'accordo o se fosse più facile convincerlo a desistere.
E ancor più fastidio mi dà il fatto che lui non le risponda che la nostra scelta non è oggetto di discussione e che si limiti a fare spallucce raccontandomelo come fosse qualcosa di divertente.
Beh, io non trovo divertente che non si accettino le nostre scelte educative e si aspetti l'occasione propizia per proporne delle altre.
Ero preparata ad una guerra di posizione, non allo scontro frontale.
Ma saranno stati gli ormoni impazziti, sarà stata la stanchezza o chissacché, quando durante una discussione animata tra madre e figlio ha detto: "e poi questo dialetto a me dà proprio il voltastomaco" ho dimenticato tutte le mie teorie linguistiche, il rispetto delle proprie origini, la ricchezza per le molteplicità culturali e mi è uscito più o meno un: "quando lei imparerà che si dice
quanto sei brava a disegnare e non
che brava che sei di disegnare, ne potremo riparlare".
Credo di aver esagerato.